|

|
Nel Monteacuto da Telti a Monti, Alà dei sardi e Buddusò
In questa e nelle prossime due tappe del nostro viaggio, partendo da Olbia ci recheremo seguendo tre diverse direttrici a visitare la Gallura interna meridionale, per poi spostarci sulla costa per iniziare a visitare la Gallura turistica. Questa prima tappa ci porterà nella regione del Monteacuto. Usciti da Olbia lungo la SS127 ci recheremo a Telti, da dove proseguiremo verso sud per raggiungere Monti, Alà dei sardi e Buddusò.
La regione del Monteacuto
La regione del Monteacuto comprende la piana di Chilivani e le propaggini dei monti del Goceano, di Alà dei sardi e del Limbara. Il nome deriva da quello del castello giudicale edificato a Berchidda nel XIII secolo per accogliere la giudicessa Adelasia di Torres ed il suo sposo Ubaldo Visconti. Il paesaggio è caratterizzato dall'alternarsi di alture e zone pianeggianti. Il territorio comprende la chiesa Romanica intitolata a Nostra Signora di Castro, nel comune di Oschiri, che visiteremo nella prossima tappa del nostro viaggio. È ubicata in prossimità del lago del Coghinas, della seconda metà del XII secolo, che regala al paesaggio una nota di rosso per il colore della trachite utilizzata nella costruzione. Il Monteacuto si sviluppa ad occidente nella provincia di Sassari, che visiteremo più avanti, dove nella piana di Chilivani potremo ammirare la chiesa Romanica di Sant'Antioco di Bisarcio, a Ozieri, che alla trachite nera alterna quella rossa.
La SS127 ci porta a Telti sulle prime propaggini del Monte Limbara 
Da Olbia prendiamo la SS127 che ci porterà a Telti, da dove proseguirebbe poi verso Calangianus. Percorsa la SS127 per 5,5 chilometri, svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni per Mont'a Telti, un colle alto 234 metri.
Seguiamo la sterrata girando a sinistra e dopo 500 metri arriviamo alla base del colle, sul quale si deve salire a piedi. Sulla sommità troviamo il castello di Sa Paulazza (ossia la paludaccia, la palude malsana), chiamato anche, dal nome della località nel quale sorge, castello di Mont'a Telti. Si ritiene che il castello sia stato realizzato nel VI secolo d.C., dopo la riconquista dell'Africa settentrionale e della Sardegna da parte dell'imperatore d'Oriente Giustiniano. Era una difesa non tanto dai vandali, ormai sconfitti dal generale Belisario, quanto piuttosto dagli attacchi e dalle razzie che venivano effettuate dalla popolazione locale che si era ritirata sui monti dell'entroterra. È il castello della prima età bizantina meglio conservato, con le mura in alcuni tratti ancora merlate, realizzate utilizzando pietre ottenute smantellando un pre-esistente edificio dell'età nuragica. Ha una forma quadrangolare con quattro torri angolari. L'origine bizantina della costruzione è riscontrabile sopratutto nella torre sud-orientale, di forma pentagonale, con le garitte dei soldati di guardia. Dall'alto si domina la città di Telti e tutta la piana sottostante fino alla parte interna del golfo di Olbia.
 Proseguendo sulla SS127, a circa 12 chilometri da Olbia la strada devia a destra, lasciando sulla sinistra la SP147, e dopo un altro chilometri ci fa entrare in Telti (nome in lingua Teltis, metri 332, abitanti 2.021), un borgo agricolo situato sulle prime propaggini del monte Limbara. Nei dintorni, tra vaste estensioni di querceti, conformazioni granitiche e paesaggi di particolare bellezza, sono presenti diversi agriturismo per chi apprezzi una vacanza in collina, immerso nella natura, con la possibilità comunque di raggiungere il mare.
Monti dove si sarebbe ritirato in eremitaggio San Paolo 
 Torniamo indietro da Telti, ripercorrendo a ritroso la SS127 per un chilometro, e prendiamo sulla destra la deviazione sulla SP147. Dopo circa otto chilometri, incrociamo la SS199 che porta da Olbia a Berchidda. Superiamo l'incrocio e proseguiamo lungo la nostra strada, che ora prende il nome di SS389. Dopo due chilometri raggiungiamo Monti (nome in lingua Monte, metri 300, abitanti 2.514), un importante centro agricolo situato in una posizione che rappresentava il confine orientale del Giudicato di Logudoro, e che ne ha fatto un importante crocevia delle comunicazioni tra Gallura a nord, Logudoro ad ovest e Barbagia a sud. Il paese si trova alle falde della catena montuosa del Limbara, in una vasta conca con ampie zone coltivate a vigneto e boschi di quercia da sughero, utilizzato per la produzione dei tappi delle bottiglie di vino. Significativa la produzione vinicola, in particolare del Vermentino di Gallura. Nel periodo dell'occupazione romana, le merci in transito verso Olbia, porto strategico per le comunicazioni verso Roma, diventano spesso preda dei bellicosi Bàlari, che aggrediscono le carovane scendendo dalle pendici del monte Limbara. Successivamente, durante la dominazione bizantina, le popolazioni locali iniziano a sfruttare i prodotti della loro terra: corbezzolo, miele, mirto, sughero. La zona richiama religiosi, pellegrini ed eremiti che spesso vivono nelle concas, rifugi naturali di pietra, dei quali alcuni sono ancora visibili. Quindi nel basso medioevo iniziano a stabilizzarsi in paese i primi ordini monastici, che danno inizio alla coltivazione sistematica della vite. Il nome del paese appare sui documenti ufficiali nel 1603 quando conta solo 188 abitanti.
Proprio all'ingresso del paese si trova la Cantina del Vermentino, una delle più antiche ed apprezzate Cantine della Sardegna, costituita da 350 soci che coltivano 500 ettari nei territori di Monti, Telti, Olbia, Loiri Porto San Paolo. La Cantina produce vini DOCG di Gallura (Vermentino Funtanaliras, Vermentino S'Eleme, Vermentino Superiore Aghiloia) e vini DOC di Sardegna (Vermentino Soliana). Il Funtanaliras viene ritenuto, non solo da noi ma anche da gran parte dei principali enologi, uno dei migliori Vermentino in commercio, e rispecchia in maniera perfetta tutte le caratteristiche della ricercata versione gallurese di questo vino, che ne fanno anche un ottimo profumatissimo aperitivo.
A Monti è famosa anche l'Azienda Vinicola Pedra Majore, condotta da tre generazioni dalla famiglia Isoni, che produce tra l'altro vini DOCG di Gallura (Vermentino I Graniti, Vermentino Superiore Hysony) e vini DOC di Sardegna (Vermentino Le Conche).

La prima quindicina di agosto Monti celebra il più famoso vino bianco della Sardegna nella sagra del Vermentino, con immancabile degustazione di vini, cibi e dolci tipici del territorio.
Interessante una passeggiata nel centro abitato che, nella sua parte più antica, conserva numerose belle costruzioni in conci di granito. In centro, accanto al palazzo Municipale, possiamo visitare la parrocchiale di San Gavino Martire, dedicata al Santo patrono della cittadina, caratterizzata da un campanile seicentesco preesistente all'attuale edificio della chiesa. Dal 16 al 18 settembre vi si svolge la festa patronale di San Gavino Martire.

La bellezza dei dintorni si può ammirare proseguendo lungo la SS389, in direzione di Alà dei Sardi, immersi in boschi di lecci e lentischi. A sette chilometri da Monti, seguendo le indicazioni, prendiamo una deviazione sulla sinistra che ci porta, dopo altri quasi sette chilometri, al santuario di San Paolo, all'interno di un bel bosco di lecci e lentischi. Inizialmente apparteneva a un monastero del quale non restano che poche tracce. L'attuale chiesa è stata edificata tra il 1796 e 1818, dopo avere demolito quella risalente al 1300, della quale parla una pergamena conservata nell'archivio parrocchiale che ne fa risalire la consacrazione al 1348 ad opera di Marzochus, vescovo di Bisarcio. Recentemente restaurata, è interamente realizzata in conci di granito a vista. Ha un'unica navata e la facciata con la forma a capanna. Il santuario di San Paolo Eremita di Monti, insieme a quello Mariano di Luogosanto, rappresentano per la Gallura e non solo, i più importanti luoghi di pellegrinaggio e di preghiera, dove ogni anno in tanti si recano a portare omaggio ai santi e ringraziare per le grazie ricevute. La tradizione religiosa si ripete ogni anno tra il 16 e il 18 agosto con la festa di San Paolo Eremita, per le quali giungono al santuario migliaia di pellegrini da tutta la Sardegna. Secondo una leggenda locale, San Paolo Apostolo avrebbe compiuto il viaggio di evangelizzazione in Spagna, della cui intenzione aveva scritto in una lettera ai Romani, ma del quale non esiste invece evidenza storica. Al rientro da tale viaggio sarebbe sbarcato sulla spiaggia dove ora sorge il centro turistico di Porto San Paolo. Ma il Santo qui venerato non è San Paolo Apostolo, bensì San Paolo di Tebe, primo eremita. Giovane cristiano egizio di ricca famiglia e molto colto, nato a Tebe nel 228 d.C., all'età di 15 anni, durante la breve ma crudele persecuzione di Decio verso i cristiani, si ritirò nel deserto dove visse in completa solitudine e in preghiera fino all'età di 113 anni.

Percorsi altri cinque chilometri sulla SS389, svoltando a destra possiamo entrare nella foresta demaniale di monte Olia, che si sviluppa sopra un vasto altopiano granitico, popolato da cervi, cinghiali, mufloni, capre selvatiche, astori, falchi e talvolta si avvista anche la poiana sarda (s'Intulzu). Vi è stata istituita un'area di ripopolamento per i mammiferi in rischio di estinzione, soprattutto il cervo sardo ed il muflone. È previsto un successivo inserimento anche di rapaci come l'aquila e il grifone.
Alà dei Sardi 
 Proseguendo verso sud da Monti, dopo 25 chilometri la SS389 ci porta ad Alà dei Sardi (nome gallurese Alà, metri 700, abitanti 1.959), un paese caratteristico perché tutte le costruzioni, anche le più umili, sono realizzate con cubi di granito. È il regno del granito, con una economia basata sulla sua estrazione e lavorazione, insieme alla pastorizia ed all'industria del sughero. In periodo medievale il territorio di Alà faceva parte del Giudicato di Torres, curatoria di Lerron, paese ormai non più esistente. Poi, con l'espansione sotto Mariano II del Giudicato di Arborea, nel 1272 entrò a far parte di questo Giudicato e vi rimase fino alla pace tra Mariano III di Arborea e gli Aragona.
Dal centro del paese, prendiamo la strada asfaltata che sale sul monte Punta di Senalonga che lo sovrasta. Dopo un chilometro e mezzo, la strada asfaltata termina ed, al bivio, prendiamo a destra. Saliamo per oltre tre chilometri e svoltiamo a destra. Altri 300 metri, ancora a destra e dopo 2,5 chilometri arriviamo al parcheggio. A quota 1000 metri si trovano i resti del villaggio preistorico di Sos Nurattolos, comunemente datato tra il 1600 e il 900 a.C., in piena epoca Shardana. Scoperto negli anni '60, è stato recentemente restaurato ed è ora perfettamente fruibile. Il primo monumento che si incontra è, in un cortile di forma circolare irregolare che ne costituiva il recinto sacro, un edificio interamente in muratura di pianta circolare. All'interno è racchiuso l'atrio, l'ambiente rettangolare che conduce alla celletta nella quale è presente la fonte sacra. Lungo le pareti della celletta si vedono panche in muratura ed al centro il vano del pozzo, rotondo, con copertura a falsa cupola (tholos) ancora intatta. è un pozzo sacro senza scalini, unico nel suo genere. Salendo dopo la fonte sacra, sulla sommità dell'altura troviamo una grande capanna circolare. Arriviamo, poi, a un piccolo tempio a pianta rettangolare (a megaron), che presenta sul retro un prolungamento dei muri laterali, da cui deriva la definizione di tempio in antis. Il tempietto è circondato da un recinto ellittico nel quale si trovano due ambienti circolari tra loro tangenti, realizzati uno all'interno dell'altro, che potrebbero simboleggiare la coppia divina Sole-Luna durante un'eclissi parziale di sole. Attiguo al tempietto è un altro ambiente circolare, forse non una capanna ma probabilmente un ambiente connesso al culto. Non molto distante, si trova una grande capanna comunitaria, dotata di sedili alla base della parete, simile alle capanne delle riunioni che si trovano in molti villaggi preistorici.
Nei pressi del paese, in località Oriscudu, troviamo il santuario di Sant'Antonio da Padova. È una la chiesetta campestre detta chiesa di Sant'Antoneddhu. Presso questo santuario si svolge il 13 giugno la sagra campestre di Sant'Antonio da Padova.
A circa 400 metri dal santuario di Sant'Antonio, troviamo il menhir di Pedra de Lughia Rajosa, realizzato in basalto ed alto 2,7 metri. Sul davanti sono scolpite due protuberanze che potrebbero raffigurare le mammelle, e sulla sinistra una massa sporgente sembra un neonato, tenuto in braccio durante l'allattamento. La roccia è chiamata dagli abitanti Pedra de Lughia Rajosa, dal nome di una strega della tradizione popolare. Probabilmente rappresenta un monumento commemorativo di qualche divinità pagana, si ipotizza Iside, dea della fecondità e dell'amore.
A pochi metri dal menhir, tre pietre disposte a triangolo infisse nel terreno sostengono un grosso masso di copertura in basalto, sulla cui superficie sono scolpite quattro coppelle. Da alcuni viene ritenuto un dolmen, e viene quindi chiamato il dolmen di Pedra de Lughia Rajosa; ma, soprattutto per la presenza delle coppelle, si ritiene più probabile che si tratti di un altare sacrificale associato al menhir.
Buddusò 
 Altri 10 chilometri e la SS389 ci porta da Alà dei sardi a Buddusò, percorrendo i contrafforti dei monti di Alà, dominati a 925 metri da Punta Sa Mesa. Buddusò (metri 700, abitanti 4.193) è un grosso centro con un'antica tradizione di ospitalità, circondato da sugherete, famoso in tutto il mondo per il granito che ne costituisce una delle principali fonti di reddito. L'abitato conserva numerosi edifici ottocenteschi in granito di tre o quattro piani, arricchiti da balconi in ferro battuto. Oltre che per il granito ed il sughero, Buddusò è rinomato per la costruzione delle cassapanche in legno realizzate ancora oggi secondo i canoni più tradizionali.
Del periodo romano restano tracce di un piccolo centro abitato denominato Caput Tyrsi, presso le sorgenti del Tirso. Quindi fino al 1272 Buddusò fece parte nel Giudicato di Torres, curatoria di Lerron, fino all'occupazione da parte del Giudicato di Arborea ed alla successiva conquista da parte dei catalano-Aragonesi.
Provenendo da Alà dei Sardi, 500 metri prima di entrare a Buddusò, troviamo sulla sinistra la necropoli di Ludurru. È costituita da tre domus de janas scavate in un grande masso di granito, sulla sommità del quale c'è un monolito scolpito a forma di parallelepipedo con un incavo sopra la base, probabilmente un altare. La prima tomba ha una tettoia sporgente dalla roccia, nel pavimento della cella d'ingresso ci sono canaline per il deflusso dell'acqua, sulle pareti sono scolpite cornici e presenta resti di pittura a righe verticali. Nella seconda tomba l'ingresso circolare dà in una camera in origine divisa in due. La terza tomba, con l'atrio semidistrutto, ha una cella con due nicchie e nell'angolo di sinistra un sedile quadrato scolpito nella roccia ed una grande coppella al centro del pavimento. Da questa si passa a una seconda grande cella di forma quadrata.
Prima dell'ingresso nel centro abitato di Buddusò, prendendo sulla destra la circonvallazione nord, arriviamo sulla SS389/dir che porta verso ovest in direzione di Pattada. Dopo circa un chilometro, troviamo la deviazione che porta sul colle di Iselle, dove sulla sommità si trova il grande nuraghe di Iselle. È un nuraghe monotorre. Dall'ampio ingresso entriamo in un locale con una nicchia, alla cui sinistra una stretta apertura dà su una fessura nella quale durante gli scavi del 1819 fu rinvenuto, sepolto, un uomo con un ampio corredo di oggetti di bronzo. Tra questi si dice vi fosse un idolo, oggi perduto, che rappresentava un uomo con le corna, la coda ed un bastone forcuto. Una scala ad elica conduce al piano superiore, mentre al di sotto sono presenti due grandi camere sotterranee. Intorno al nuraghe sono presenti i resti di un villaggio preistorico ed un grande muraglione realizzato con massi disposti a strati orizzontali che sostiene una specie di terrazzamento. A 100 metri dal nuraghe c'è una tomba ipogeica scavata nel granito. La domus de janas ha l'ingresso che porta a una grande camera rettangolare, e sul fondo si trovano gli ingressi di due celle mortuarie tra loro comunicanti.
Tornati a Buddusò, riprendiamo la SS389 che verso sud-est ci porta in direzione di Bitti. Dopo cinque chilometri, in corrispondenza della pietra miliare del chilometri 44, troviamo una strada bianca che penetra in un bosco di querce da sughero e porta al dolmen di Su Laccu, considerato molto antico e comunemente datato prima del 3000 a.C. È costituito da due lastroni infissi lateralmente che sfruttano come piano di appoggio la roccia retrostante, con un lastrone di copertura in posizione leggermente obliqua.
Nelle vicinanze del dolmen di Su Laccu si trovano il dolmen di Sos Monimentos con la sua area sacra. Anche questo dolmen viene considerati molto antice e viene comunemente datato a prima del 3000 a.C. È anch'esso della forma più semplice, con uno schema elementare di architettura trilitica, ossia con tre lastre di pietra, due di sostegno e una di copertura, e sfrutta ingegnosamente la conformazione del terreno per assicurare l'equilibrio della costruzione. Nei pressi del dolmen di Sos Monimentos c'è un'area sacra con un menhir ed altre strutture delle quali non è stato chiarito il significato.
Proseguendo lungo la SS389 per Bitti, al chilometro 45 svoltiamo a sinistra in una strada bianca che conduce sull'altipiano di Punta Ololvica. è un vasto altipiano granitico dal quale, in località punta Sa Pianedda, nasce il fiume Tirso, il più importante fiume della Sardegna, che si dirige verso sud-ovest attraversando tutto il Goceano, per poi piegare verso le province di Nuoro e Oristano. Sul posto si ricorda come l'altopiano fosse un tempo interamente ricoperto da boschi di querce da sughero, mentre oggi è spoglio, devastato dagli incendi e utilizzato solo per il pascolo. Nel bosco residuo, comunque, vivono cinghiali, martore, lepri e sono presenti anche numerosi rapaci, alcuni dei quali ormai molto rari, come il nibbio reale, l'aquila reale e il falco pellegrino.
Circa 45 chilometri a sud di Buddusò, all'imbocco della strada che porta a punta Ololvica, sorge il grande nuraghe Loelle. È una imponente costruzione a pianta trilobata, interamente realizzata con grossi blocchi di granito. Rappresenta un interessante esempio di incontro fra la tipologia a corridoio dei protonuraghi e quella a falsa cupola (a tholos) tipica dei veri nuraghi. Dall'ingresso principale, una scala sulla destra porta al piano superiore, dove un corridoio percorre tutta la struttura nel senso della larghezza. Alcuni gradini fanno salire su una torretta d'avvistamento. Alla fine del corridoio, troviamo una camera con una scala che scende in un vano di forma allungata, ma il piano inferiore della torre principale non è più accessibile. Un secondo ingresso porta a un'altra camera del tipo a corridoio, che in gran parte sfrutta la roccia naturale. Si ritiene che questa camera potesse essere utilizzata come magazzino per le derrate alimentari. Intorno al grande nuraghe, si trovano i resti di un villaggio preistorico, due tombe dei giganti e un dolmen.
La prossima tappa del nostro viaggio
 |
Da Olbia parte la SS199 che attraversa da est ad ovest tutta l'isola e porta fino poco a sud di Sassari. È una strada molto importante perché lungo il suo percorso si incontrano alcune tra le più interessanti chiese realizzate al tempo del Giudicato di Logudoro. Nella prossima tappa del nostro viaggio proseguiremo la visita della Gallura interna meridionale. Usciti da Olbia lungo la SS199, ci recheremo a Berchidda, la città del Jazz, e da qui arriveremo fino a Oschiri dove vedremo la chiesa di Nostra Signora di Castro. |
 |
Visione ottimale 1024x768. Tutte le foto e riprese sono state effettuate da privati a scopo amatoriale per uso personale e per motivi di studio, senza fini di lucro. È consentito scaricare testi, foto e riprese dell'autore per uso privato senza eliminare i riferimenti. È vietato qualsiasi utilizzo commerciale del materiale pubblicato in assenza di apposita autorizzazione. Non siamo autorizzati a consentire la riproduzione delle foto e riprese di terzi, dei libri ed altro materiale pubblicato. |

© Claudio de Tisi 2002-2009
Una foto in questa pagina è stata fornita dall'amica Monica Muretti
|