|

|
Visita delle principali chiese del Logudoro da Codrongianus a Ploaghe, Ardara, Ozieri e Pattada
Nei dintorni a sud di Sassari nelle direttrici verso Tempio Pausania e poi verso Olbia si incontrano alcune tra le più belle chiese del Logudoro. Abbiamo già incontrato a Porto Torres la basilica di San Gavino, la più antica dell'isola; in questa tappa del nostro viaggio vedremo le chiese che si incontrano percorrendo la SS597 che collega Codrongianus a Olbia. Vedremo Ploaghe, Ardara, Ozieri. Ci recheremo poi a Pattada.
Codrongianus 
 Nella precedente tappa eravamo arrivati a Florinas. Da qui, proseguendo sulla SP3 e poi prendendo a sinistra la SP26, in quattro chilometri arriviamo a Codrongianus (nome in lingua Codronzanos, metri 317, abitanti 1.284), piccolo paese in provincia di Sassari che si erge sui colli del Logudoro. La sua importanza è da attribuire alla vicina chiesa di Saccargia, meta di numerosi turisti durante tutto l'arco dell'anno. Ci saremmo potuti arrivare direttamente da Sassari percorrendo 15 chilometri sulla SS131.
Prima di arrivare a Codrongianus, prendiamo sulla sinistra la SS597 seguendo le indicazioni per Tempio Pausania e Olbia. Dopo 2,5 chilometri troviamo sulla destra la basilica della Santissima Trinità di Saccargia, fatta edificare dal giudice Costantino I di Logudoro per favorire l'insediamento nel Giudicato dei monaci Camaldolesi. I lavori iniziati nel 1116 proseguirono con maestranze pisane tra il 1180 ed il 1200 circa. La basilica della Santissima Trinità di Saccargia costituisce il principale monumento romanico pisano della Sardegna ed uno dei più importanti d'Italia, con la facciata a conci alternati di basalto e calcare ed un campanile alto 40 metri. L'interno è molto semplice, a croce, con copertura a capriate e pavimento in trachite grigia. Belli l'altare e l'abside, con affreschi del XIII secolo nei quali sono rappresentati Cristo con Angeli, Santi e Dottori della chiesa; la Madonna in preghiera; scene della Passione di Cristo. Si ritiene che il suo nome derivi dalle parole «s'acca argia» (vacca con il manto maculato), con le quali viene indicata appunto la vacca con il pelo maculato, che vediamo scolpita in un capitello del porticato antistante la chiesa.

Ploaghe 
Sulla SS597, meno di un chilometro dopo aver incontrato la basilica della Santissima Trinità di Saccargia, poco prima della deviazione per Ploaghe, incontriamo la chiesa di San Michele di Salvenero, fatta costruire anch'essa dal giudice Costantino I di Logudoro verso il 1110. In stile romanico-pisano era annessa ad un monastero vallombrosano i cui resti sono visibili nei pressi della chiesa. L’interno, ripartito in tre navate, termina in tre abside, la centrale delle quali maggiore rispetto alle laterali.

 Proseguendo sulla SS597 per 2,5 chilometri troviamo la deviazione per Ploaghe (in lingua Piàghe, metri 427, abitanti 4.777). Il paese, il cui toponimo è di chiara origine greca (Plovake o Plovaki), è stato molto tempo fa diocesi e custodisce il grande complesso religioso costituito dalla parrocchiale di San Pietro con gli adiacenti oratori. La casa parrocchiale custodisce una delle più importanti raccolte pittoriche della Sardegna, messa insieme dall'insigne canonico Giovanni Spano nel XIX secolo, raccogliendo dipinti anche da altre collezioni private. Nella raccolta sono presenti dipinti dal XIV al XIX secolo.
A Ploaghe è nato nel 1803 da famiglia agiata Giovanni Spano. Viene ricordato fra i più grandi studiosi sardi di archeologia, storia, linguistica e tradizioni popolari. Lascia Ploaghe nel 1812 alla volta di Sassari dove viene iscritto alla scuola degli Scolopi, nel 1820 riceve il titolo di «Magister artium liberalium» e nel 1825 si laurea in Teologia. Nel 1827 riceve gli ordini sacri. Ha appena 31 anni quando, nel 1834, viene nominato docente universitario di sacra scrittura e lingue orientali all'Università di Cagliari e direttore del museo archeologico, e nel 1854 diviene rettore dell'ateneo. Nel 1871 diviene senatore del Regno d'Italia. Tra le sue opere principali citiamo «Ortografia sarda e nazionale, ossia grammatica della lingua loguderese paragonata all'italiana» del 1840, e «Vocabolario sardo-italiano e italiano-sardo» scritto tra il 1851 ed il 1852. |
Al centro del paese, in piazza San Pietro che è la piazza principale, sorge la parrocchiale di San Pietro, Cheja de Santu Pedru, del secolo XVI-XVII, sede dell'antica Diocesi Medievale di Ploaghe. Custodisce la Pinacoteca, che comprende varie decine di dipinti di diverse epoche fra cui spicca la Sacra Famiglia del Maestro di Ozieri. Alla destra della parrocchiale è presente l’oratorio di Santa Croce, ex chiesa di Santa Lucia, Santa Rughe, della seconda metà del XVII secolo. Accanto ad essa si trova il Palazzo Rettorale, Sa Domu De Su Rettore, della seconda metà del XVIII secolo. Sul lato sinistro della chiesa é presente l'interessante «Zimitoriu», il vecchio cimitero, dove sono murate anche alcune lapidi con scritte in logudorese. Dopo di esso, si trova l'oratorio del Rosario, Su Rosariu, della seconda metà del XVII secolo. La parrocchiale, con l'oratorio di Santa Croce e con l’oratorio del Santo Rosario, forma un ampio complesso religioso. Sul lato opposto della strada si trova il Palazzo Municipale.

Uscendo da Ploaghe sulla SP68 in direzione di Codrongianus, troviamo la chiesa di Sant'Antonio Abate. Era la chiesa parrocchiale di Salvennor, villaggio ormai scomparso. Edificata anch'essa presumibilmente verso il 1110, ha la classica facciata romanico-pisana a righe alternate in trachite rossa e calcare. È stata probabilmente rimaneggiata in epoca aragonese. La seconda domenica di luglio è meta di un particolare pellegrinaggio in auto, in quanto Santo Antonio Abate viene considerato il protettore degli automobilisti ploaghesi.
Fra le feste del paese la più interessante é la processione dei candelieri, che fu istituita nel 1580 come voto contro la peste. La organizzano otto famiglie di «obrieri», una per ogni candeliere e si svolge in due processioni per il Corpus Domini e due per l'Assunta.
Ardara 
 Proseguendo sulla SS597, dopo 10 chilometri superiamo la deviazione per Ardara (in lingua Aldara, mt. 297, ab. 855), piccolo centro agricolo dalle antiche origini che fu durante il Medioevo capitale del Giudicato di Logudoro, la cui denominazione deriva da 'ardarà che sta ad indicare un altare da sacrificio.
La chiesa di Nostra Signora del Regno, realizzata in stile romanico-pisano, è l'unica testimonianza dell'antico splendore, notevole per l'architettura. Deve il suo nome al fatto di essere stata la chiesa del centro sede del regno (su rennu) degli antichi signori di Logudoro. La facciata è tutta di nerissimi conci di trachite, forse per questo è orientata a sud, in modo da essere più direttamente illuminata dal sole. Conserva una ancona lignea cinquecentesca di stile gotico ed affreschi del XVI e XVII secolo.

Circa 4,5 km più avanti troviamo le indicazioni per la basilica di Sant'Antioco di Bisarcio, che si trova però in territorio di Ozieri e quindi verrà descritta più avanti. Dal punto di vista ecclesiastico, Ardara fece sempre parte della Diocesi di Bisarcio.
Ozieri 
Proseguendo sulla SS597, circa 4,5 chilometri più avanti della deviazione per Ardara, troviamo le indicazioni per la basilica di Sant'Antioco di Bisarcio. La costruzione della basilica è stata voluta nel 1080 circa al giudice Torgotorio Barisone I, che aveva già nel 1065 favorito l'insediamento nel Giudicato di dodici monaci Benedettini provenienti dall'abbazia di Montecassino. Situata in posizione elevata a dominare il territorio sottostante, è stata cattedrale dell'antica ed importante diocesi di Bisarcio. Distrutta da un incendio la struttura originaria, venne successivamente riedificata tra il 1150 ed il 1160, mentre agli anni successivi si deve l'originale facciata ed il porticato antistante. I conci in trachite hanno colori che variano tra il rossastro ed il nerastro creando un effetto suggestivo. Circa 20 chilometri più avanti, sempre sulla SS597 che entrando in Gallura prende il nome di SS199, troviamo la deviazione per Oschiri sulla destra e proseguiamo fino ad incontrare le indicazioni sulla sinistra per la chiesa di Nostra Signora di Castro, posizionata su un'altura dominante la piana del lago Coghinas. La descrizione di Oschiri e della chiesa di Nostra Signora di Castro è già stata effettuata parlando della Gallura.

  Percorsi da Ardata circa 16 chilometri sulla SS597, giriamo a destra sulla SS132 che in 10 chilometri ci porta a Ozieri (in lingua Othieri, metri. 375, ab. 11.526), cittadina situata su un terreno in forte pendio, con una caratteristica disposizione ad anfiteatro. Già capoluogo della curatoria del Monte Acuto, durante la dominazione spagnola, ha acquisito nei secoli sempre maggiore importanza per la presenza di facoltose famiglie nobiliari che determinano lo sviluppo delle attività legate all’allevamento del bestiame. Ha un bel centro storico e, con Macomer, costituisce una sorta di capitale della zootecnia sarda. È considerata la capitale del Logudoro.
Sin dalla preistoria, Ozieri è sempre stata una località rilevante nell'ambito degli insediamenti umani, favoriti dalla presenza di ampie grotte e dalla posizione dominante. Dal centro di Ozieri ci si dirige verso il campo sportivo, proprio davanti al campo di calcio si apre la grotta preistorica di San Michele. La cultura di San Michele di Ozieri prende il nome da questa grotta, e risale a circa il 3200 a.C. Sicuramente queste grotte furono utilizzate sia come abitazioni, sia come luoghi di culto e necropoli. Le ceramiche sono tecnicamente perfette, molto superiori a quelle di tutte le culture successive. Inoltre si sono ritrovati vasi in pietra lavorati in modo perfetto. La celebre cultura di Ozieri, nel Neolitico recente si diffuse in tutta l'Isola dove si protrarrà fino al 2700 a.C.
A Ozieri nasce un artista anonimo noto con il nome di Maestro di Ozieri, unico pittore sardo del cinquecento conosciuto anche in ambito nazionale ed estero, che dipinge diverse opere conservate nelle chiese del Logudoro. Era inserito nel movimento manierista che sembrava assumere una autonomia rispetto alla dominante influenza spagnola, allontanandosi però dal manierismo di Raffaello con nuove visioni nord europee. La sua originale personalità ne fà uno dei riferimenti per la pittura dei retabli del XIV e XV secolo in Sardegna. Tra le sue opere principali citiamo il retablo della Madonna di Loreto nella cattedrale di Ozieri, il retablo di Sant'Elena nella parrocchiale di Benetutti, la Sacra Famiglia nella Pinacoteca di Ploaghe.
 A Ozieri è nato nel 1758, durante il regno di Carlo Felice, Francesco Ignazio Mannu. Fu membro della commissione che supervisionò le modifiche del codice civile e penale, lavoro preliminare alla compilazione del Codice Feliciano. Ignazio Mannu è celebre soprattutto per aver composto, mentre si trovava alla macchia in Corsica durante la rivolta popolare guidata da Giovanni Maria Angioj che il 28 aprile 1794 determinò la cacciata del Viceré Balbiano da Cagliari e dei piemontesi da tutta l'isola, l'«Innu de su patriottu Sardu a sos feudatarios». Può essere annoverato tra i canti popolari più antichi d'Europa. Stampato clandestinamente in Corsica e diffuso in Sardegna, divenne il canto di guerra degli oppositori sardi, passando alla storia come la Marsigliese sarda. È stato poi pubblicato a Cagliari nel 1923. È composto da 376 ottonari fortemente ritmati, in lingua sarda logudorese, e ricalca contenutisticamente gli schemi della letteratura civile illuministica. Inizia con un perentorio attacco alla prepotenza dei feudatari, principali responsabili del degrado dell'isola: «Procurade 'e moderare, Barones, sa tirannia» (Cercate di moderare, o Baroni, la vostra tirannia). Si spense a Cagliari nel 1839, lasciando il suo patrimonio di 40.000 scudi all'ospedale della città.
Nel 1896 vi è nato Antonio Cubeddu, decano dei poeti estemporanei sardi. Prima di dedicarsi all’improvvisazione poetica, lavorava come appaltatore nei lavori di manutenzione della ferrovia insieme a Giuliano Marongiu di Ploaghe, anche lui poeta. E proprio questo lavoro in ferrovia, che lo portava da un paese all’altro, gli permise di conoscere altri poeti estemporanei con cultura ed esperienze diverse dalla sua, quando le improvvisazioni poetiche erano ancora erano libere ed i poeti, partecipando alle feste dei diversi paesi, sceglievano l'argomento a loro piacere. Da questi incontri, ad Antonio venne l’idea di dare maggiore dignità alle gare in poesia e pensò che sarebbe riuscito più interessante lo svolgimento di un tema obbligato, con il giudizio di una apposita commissione e con un adeguato premio. Il che voleva dire riconoscere a tutti gl’improvvisatori il diritto alla paga. Il 15 ottobre 1896 propose la prima gara di poeti in piazza, che ricorderà anni dopo, in un sonetto. Da allora la gara di poesia, nella quale due o più poeti improvvisano su un tema proposto dagli organizzatori alternandosi e rispondendosi l'un l'altro, è diventato uno dei punti fermi di ogni sagra paesana, manifestazione folcloristica o religiosa, ed anche in tante occasioni conviviali come matrimoni, tosatura delle pecore, festa per la vendemmia, ecc. Quando il fascismo decretò la proibizione delle gare, Antonio Cubeddu lasciò la Sardegna e nel 1932 si trasferì a Roma. Dopo cinque anni di proibizione, rientrò in Sardegna e tornò a cantare sui palchi fino al 1949, l’ultima sua stagione, all’età di ottantasei anni. Tornato a Roma, morì il 23 settembre 1955 ed è sepolto nel cimitero del Verano. Di Antonio Cubeddu rimangono tre rari dischi della Homochord registrati a Milano nel 1923, con tre piccole gare nelle quali compete con un altro poeta, Andrea Ninniri di Tiesi, e che propongono i temi pace/guerra, amore/dolore e amore di madre/amore di sposa. Il tempo scelto da Cubeddu e Ninniri è più svelto di quello della piazza. Si intuisce, comunque, che Cubeddu cantava sempre svelto, aveva una bella voce molto melodiosa, e voleva l'accompagnamento dei tenores alla chiusura di ogni coppia di versi dell’ottava: al secondo, al quarto, al sesto e per la chiusura.
|
Nel centro del paese troviamo la cattedrale dell'Immacolata. Ha la facciata neoclassica forse opera dell'architetto Gaetano Cima, uno dei più grandi artisti sardi, nato a Cagliari nel 1805. L'interno barocco custodisce numerose opere d'arte tra le quali il retablo della Madonna di Loreto, realizzato nel '500 dal Maestro di Ozieri.

In una bella piazza sulla quale si affaccia una casa nobiliare del '500, troviamo la cinquecentesca chiesa di San Francesco. Conserva all'interno un altare ligneo del 1696. La chiesa fa parte del convento di San Francesco.

Il Museo Archeologico Comunale, importante per la presenza di reperti della cultura di Ozieri, è ospitato nei locali dell'ex convento delle Clarisse.
Pattada 
 Usciamo da Ozieri sulla SS128/bis verso est. La seguiamo per sette chilometri, poi prendiamo a sinistra la SP109 e dopo tre chilometri giriamo a destra sulla SP37 che in due chilometri ci porta a Pattada (nome in lingua Pathada, metri 778, abitanti 3.563), paese situato sul versante meridionale della catena del Limbara, immerso nell'incantevole paesaggio del Montacuto.

In rare occasioni capita di identificare un luogo con il prodotto per antonomasia che lì e soltanto lì viene confezionato. Pattada è uno di questi luoghi, dato che può vantare un primato pressoché assoluto nella fabbricazione dei coltelli, grazie alle prodigiose mani dei «frailalzos» (i fabbri) che producono i famosi coltelli a serramanico (in lingua «Sa Leppa», in logudorese «Sa Resolza») con lama in acciaio svedese di ottima fattura e manico di corna di muflone, bovine, caprine, ovine.

In centro si trova la chiesa di San Giovanni o della Nostra Signora del Rosario. Di fronte ad essa i locali di un ex cinema nei quali è presente l'esposizione del coltello di Pattada. Non lontano dalla chiesa del Rosario è presente una chiesa che ospitava un Convento, oggi riconvertita nell'uso.

È in costruzione il museo del coltello di Pattada che avrà una esposizione ininterrotta di questa che è una delle principali attività economiche del paese.
La prossima tappa del nostro viaggio
 |
Nella prossima tappa del nostro viaggio, passando per Nughedu San Nicolò, ci recheremo nella regione del Goceano per visitare Bultei con la sua foresta demaniale, da dove raggiungeremo Benetutti e Nule. Da Bultei proseguiremo quindi sulla SS128bis che ci porterà a raggiungere Anela. |
 |
Visione ottimale 1024x768. Tutte le foto e riprese sono state effettuate da privati a scopo amatoriale per uso personale e per motivi di studio, senza fini di lucro. È consentito scaricare testi, foto e riprese dell'autore per uso privato senza eliminare i riferimenti. È vietato qualsiasi utilizzo commerciale del materiale pubblicato in assenza di apposita autorizzazione. Non siamo autorizzati a consentire la riproduzione delle foto e riprese di terzi, dei libri ed altro materiale pubblicato. |

© Claudio de Tisi 2002-2009
|