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| Visita delle principali chiese del Logudoro da Codrongianos a Ploaghe, poi nel Meilogu ad Ardara e nel Monteacuto a Ozieri, Pattada e Nughedu San Nicolò
Per ingrandire le immagini e per scorrerle cliccare sulle immagini piccole presenti in questa pagina. Codrongianos |
A Ploaghe nasce nel 1803 da famiglia agiata Giovanni Spano, ricordato fra i più grandi studiosi Sardi di archeologia, storia, linguistica e tradizioni popolari. Lascia Ploaghe nel 1812 alla volta di Sassari dove si iscrive alla scuola degli Scolopi, nel 1820 riceve il titolo di «Magister artium liberalium» e nel 1825 si laurea in Teologia. Nel 1827 riceve gli ordini sacri. Ha appena 31 anni quando, nel 1834, viene nominato docente universitario di sacra scrittura e lingue orientali all'Università di Cagliari e direttore del Museo Archeologico, e nel 1854 diviene rettore dell'ateneo. Nel 1871 diviene senatore del Regno d'Italia. Tra le sue opere principali citiamo «Ortografia sarda e nazionale, ossia grammatica della lingua loguderese paragonata all'italiana» del 1840, e «Vocabolario sardo-italiano e italiano-sardo» scritto tra il 1851 ed il 1852. |
Al centro del paese, in piazza San Pietro che è la piazza principale, sorge la chiesa parrocchiale di San Pietro, Cheja de Santu Pedru, del secolo XVI-XVII, sede dell'antica Diocesi Medievale di Ploaghe. La casa parrocchiale custodisce una delle più importanti raccolte pittoriche della Sardegna, messa insieme dall'insigne canonico Giovanni Spano nel XIX secolo, raccogliendo dipinti anche da altre collezioni private. Nella raccolta sono presenti dipinti dal XIV al XIX secolo fra cui spicca la Sacra Famiglia del Maestro di Ozieri.
Alla destra della parrocchiale è presente l'oratorio di Santa Croce, ex chiesa di Santa Lucia, Santa Rughe, della seconda metà del XVII secolo. Accanto ad essa si trova il Palazzo Rettorale, Sa Domu De Su Rettore, della seconda metà del XVIII secolo. Sul lato sinistro della chiesa é presente l'interessante «Zimitoriu», il vecchio Cimitero, dove sono murate anche alcune lapidi con scritte in logudorese. Dopo di esso, si trova l'oratorio del Rosario, Su Rosariu, della seconda metà del XVII secolo. La parrocchiale, con l'oratorio di Santa Croce e con l'oratorio del Santo Rosario, forma un ampio complesso religioso. Sul lato opposto della strada si trova il Palazzo Municipale.
Fra le feste del paese la più interessante é la processione dei Candelieri, che fu istituita nel 1580 come voto contro la peste. La organizzano otto famiglie di «obrieri», una per ogni candeliere e si svolge in due processioni per il Corpus Domini e due per l'Assunta.
Uscendo da Ploaghe sulla SP68 in direzione di Codrongianos, troviamo la chiesa di Sant'Antonio Abate. Era la chiesa parrocchiale di Salvennor, villaggio ormai scomparso. Edificata anch'essa presumibilmente verso il 1110, ha la classica facciata romanico-pisana a righe alternate in trachite rossa e calcare. È stata probabilmente rimaneggiata in epoca aragonese. La seconda domenica di luglio è meta di un particolare pellegrinaggio in auto, in quanto Santo Antonio Abate viene considerato il protettore degli automobilisti ploaghesi.
Ll Logudoro era nel medioevo un giudicato che aveva come capoluogo prima Porto Torres e poi Sassari. Oggi possiamo dividere questa regione in Logudoro-Turritano, il cosiddetto Sassarese, a nord; il Logudoro-Meilogu a ovest; ed Logudoro-Montacuto a est. La SS597 ci porta dal Sassarese nel Meilogu, il cui nome deriva dal suo posizionamento in «mediu logu», vale a dire nel cuore del Giudicato. Prevalentemente pianeggiante, produce cereali, verdure, ortaggi. Sono fiorenti gli allevamenti ovini, da cui deriva la ricca produzione casearia. Le numerose sorgenti e Corsi d'acqua favoriscono questa ricchezza. Il Meilogu si sviluppa interamente nella Provincia di Sassari, ed i comuni che ne fanno parte sono: Ardara, Banari, Bessude, Bonnanaro, Bonorva, Borutta, Cheremule, Cossoine, Giave, Ittireddu, Mara, Mores, Padria, Pozzomaggiore, Semestene, Siligo, Thiesi e Torralba. Qui visiteremo solo Ardara, mentre visiteremo gli altri comuni del Meilogu più avanti. Nel suo territorio si trova la cosidetta Valle dei Nuraghi dove spicca l'importante zona archeologica del nuraghe Santu Antine, chiamato la reggia nuragica per la sua imponenza e per la sua eleganza, che visiteremo in una prossima tappa.
Proseguendo sulla SS597, dopo 10 chilometri superiamo la deviazione per Ardara (in lingua Aldara, mt. 297, ab. 855), piccolo centro agricolo dalle antiche origini che fu durante il Medioevo capitale del Giudicato di Logudoro. La cittadina si trova su un pianoro vulcanico alle pendici orientali del MonteSanto. La sua denominazione deriva da «ardara» che sta ad indicare un altare da sacrificio.
La chiesa parrocchiale di Santa Maria del Regno che domina la vallata sottostante ed è ben visibile a chi si diriga verso il paese. Realizzata in stile romanico-pisano, è l'unica testimonianza dell'antico splendore, notevole per l'architettura. Deve il suo nome al fatto di essere stata la chiesa del centro sede del regno (su rennu) degli antichi signori di Logudoro. Il rifacimento probabilmente più vicino alla data di costruzione si ricava da un'iscrizione murata del 1007. La facciata è tutta di nerissimi conci di trachite, forse per questo è orientata a sud, in modo da essere più direttamente illuminata dal sole. Conserva una ancona lignea cinquecentesca di stile gotico ed affreschi del XVI e XVII secolo. A breve distanza dalla chiesa di Santa Maria del Regno si trovano i resti del castello giudicale, sede dei re di Torres, al quale la chiesa era annessa.
In centro si trova anche la chiesa di Santa Croce, edificata in stile neo-medievale nel 1898. La chiesa ha una pianta rettangolare e si compone di due corpi: navata e presbiterio aventi altezze differenti, in quanto quest’ultimo è stato aggiunto in un secondo momento. Quasi nello stesso sito esisteva l'antico oratorio di Santa Croce, del XVI-XVII secolo, andato distrutto alla fine del XVIII secolo. Qui aveva sede l’antica «Cunfraria de Santa Rughe», ossia la confraternita della Santa Croce.
Nel territorio di Ardara sono stati individuati diversi nuraghi con soppalco ed un arretramento della faccia esterna o interna dei muri, per cui la parte di muro soprastante viene ad essere meno spessa di quella sottostante. Si tratta del nuraghe Càneri, del Mercuriu e del Santedero, detto anche Scala de Boes.
All'interno del nuraghe Scala de Boes è stata rinvenuta una navicella con protone taurina, ossia a testa di toro, conservato attualmente presso il Museo Archeologico ed Etnografico Giovanni Antonio Sanna di Sassari.
Dal Meilogu ci portiamo ora nella regione del Monteacuto, che abbiamo già descritto in una delle prime tappe del nostro viaggio in Gallura. Superata la deviazione per Ardara, circa 4,5 km più avanti troviamo le indicazioni per la Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio, che si trova però in territorio di Ozieri e quindi verrà descritta più avanti. Dal punto di vista ecclesiastico, Ardara fece sempre parte della Diocesi di Bisarcio.
Proseguendo sulla SS597, circa 4,5 chilometri più avanti della deviazione per Ardara, troviamo le indicazioni per la Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio. La costruzione della Basilica è stata voluta nel 1080 circa al giudice Torgotorio Barisone I, che aveva già nel 1065 favorito l'insediamento nel Giudicato di dodici monaci Benedettini provenienti dall'abbazia di Montecassino. Situata in posizione elevata a dominare il territorio sottostante, è stata Cattedrale dell'antica ed importante diocesi di Bisarcio. Distrutta da un incendio la struttura originaria, venne successivamente riedificata tra il 1150 ed il 1160, mentre agli anni successivi si deve l'originale facciata ed il porticato antistante. I conci in trachite hanno colori che variano tra il rossastro ed il nerastro creando un effetto suggestivo.
Circa 20 chilometri più avanti, sempre sulla SS597 che entrando in Gallura prende il nome di SS199, troviamo la deviazione per Oschiri sulla destra e proseguiamo fino ad incontrare le indicazioni sulla sinistra per la chiesa di Nostra Signora di Castro, posizionata su un'altura dominante la piana del lago Coghinas, che abbiamo già descritta in una precedente tappa del nostro viaggio parlando della Gallura.

Percorsi da Ardata circa 16 chilometri sulla SS597, giriamo a destra sulla SS132 che in 10 chilometri ci porta a Ozieri (in lingua Othieri, mt. 375, ab. 11.526), cittadina situata su un terreno in forte pendio, con una caratteristica disposizione ad anfiteatro. Già capoluogo della Curatoria del Monte Acuto, durante la dominazione spagnola, ha acquisito nei secoli sempre maggiore importanza per la presenza di facoltose famiglie nobiliari che determinano lo sviluppo delle attività legate all'allevamento del bestiame. Ha un bel centro storico e, con Macomer, costituisce una sorta di capitale della zootecnia sarda. È considerata la capitale del Logudoro.
A Ozieri nasce nel cinquecento un artista anonimo noto come il Maestro di Ozieri, unico pittore sardo dell'epoca conosciuto anche in ambito nazionale ed all'estero. Inserito nel movimento manierista, che si rende autonomo rispetto alla dominante influenza spagnola, si allontana però dal manierismo di Raffaello con nuove visioni nord europee. La sua originale personalità ne fà uno dei riferimenti per la pittura dei retabli in Sardegna. Le sue opere sono oggi conservate nelle prinicipali chiese del Logudoro. Tra le altre, citiamo il retablo della Madonna di Loreto nella Cattedrale di Ozieri, il retablo di Sant'Elena nella parrocchiale di Benetutti, la Sacra Famiglia nella Pinacoteca di Ploaghe. |
Nel centro del paese troviamo la chiesa parrocchiale dell'Immacolata Concezione, edificata verso la metà del XV secolo. Nel 1470 è stata sede del convento dei Frati Minori Osservanti, fondato dal beato Bernardino da Feltre, fino al 1528. Dal 1591 al 1593 vi hanno dimorato i Cappuccini, i quali prima di lasciarla fecero eseguire dal Maestro di Ozieri il polittico della Madonna di Loreto, una delle più belle opere dell'arte sarda di tutti i tempi. Nel 1571 viene elevata al rango di collegiata, e nel 1803 la collegiata viene elevata al titolo di Cattedrale. Nel 1846 la Cattedrale viene restaurata su progetto dell'architetto Gaetano Cima, uno dei più grandi artisti sardi, nato a Cagliari nel 1805, assumendo così l'attuale veste neoclassica.
Sempre in centro si trova la chiesa del Santissimo Rosario, la cui costruzione, come si legge nella facciata, fu terminata nel 1635. L'omonima confraternita, di cui fu l'oratorio, fu una delle prime fondate in Sardegna nel 1564.
In una bella piazza sulla quale si affaccia una casa nobiliare del '500, troviamo la cinquecentesca chiesa di San Francesco. Conserva all'interno un altare ligneo del 1696. La chiesa fa parte del convento di San Francesco.
Il Civico Museo Archeologico, importante per la presenza di reperti della cultura di Ozieri, è ospitato nei locali dell'ex convento delle Clarisse. Attraverso varie donazioni sono confluiti al Museo parte dei materiali scoperti nelle grotte di Ozieri e nel territorio nel primo trentennio del novecento quando si riscoprì la grotta di San Michele, in parte già visitata prima dell'intervento di Torquato Taramelli.
Sin dalla preistoria, Ozieri è sempre stata una località rilevante nell'ambito degli insediamenti umani, favoriti dalla presenza di ampie grotte e dalla posizione dominante. Dal centro di Ozieri ci si dirige verso il Campo Sportivo, proprio davanti al Campo di Calcio si apre la grotta preistorica di San Michele.
La cultura di San Michele di Ozieri prende il nome da questa grotta, e si sviluppa tra il 3200 ed il 2800 a.C., nel Neolitico Finale. Sicuramente queste grotte furono utilizzate sia come abitazioni, sia come luoghi di culto e necropoli. Le ceramiche sono tecnicamente perfette, molto superiori a quelle di tutte le culture successive. Inoltre si sono ritrovati vasi in pietra lavorati in modo perfetto. La celebre cultura di San Michele di Ozieri, la prima grande civiltà sarda, si diffuse poi in tutta l'Isola.
Usciamo da Ozieri sulla SS128bis verso est. La seguiamo per sette chilometri, poi prendiamo a sinistra la SP109 e dopo tre chilometri, all'altezza della frazione di Pattada denominata Bantine, giriamo a destra sulla SP37 che in due chilometri ci porta a Pattada (nome in lingua Pathada, metri 778, abitanti 3.563), paese situato sul versante meridionale della catena del Limbara, immerso nell'incantevole paesaggio del Montacuto.
Il nome di Pattada potrebbe riferirsi alla posizione geografica del paese e avrebbe il significato di altipiano, già utilizzato in periodo anteriore a quello romano. Pattada è comunemente nota per la fabbricazione dei coltelli, famosi per la lama di ottima fattura e per la lavorazione artistica dell'impugnatura.
Il territorio è stato abitato fino dalla preistoria, come attesta il sito nuragico, tra Pattada e Buddusò, in cui le pietre del nuraghe si specchiano sulla superficie del lago Lerno in una conca pittoresca. Inoltre, nel territorio è possibile osservare alcune interessanti tombe dei giganti, monumenti funerari di origine nuragica. Durante il periodo medievale, Pattada fece parte della curatorìa di Lerron, nel giudicato di Torres, che in seguito fu conquistata dai giudici di Arborea. Quando l'Isola fu invasa dai catalano-aragonesi, Pattada passò alla signoria di Oliva fino al 1843. In seguito fece parte delle diocesi di Castro.
Le case del centro storico sono state costruite affiancate lungo le strade che seguono la morfologia del terreno, e si affacciano su due vie pubbliche. Sono costruite in modo molto semplice, in granito o trachite poco lavorata, messa in opera a secco o con malta, il che determina lo spessore dei muri. Lo schema era uguale sia per le case dei poveri che per quelle dei ricchi, le abitazioni avevano infatti due ambienti al piano terra e due al piano superiore, collegati da una scala interna. Erano prive di cortili o di giardini. Sono caratteristiche le persiane in legno, con le finestrelle chiamate isperaglias, ed i fregi e gli stemmi che si possono ammirare sopra le porte.
In centro, in via Roma, si trova il Palazzo Municipale, edificato instile Liberty, che in passato era noto come Su Palattu 'e Manuelle in quanto era l'abitazione di un ricco possidente che avevaportato in paese maestranze piemontesi, e venne acquisito come patrimonio comunale nel 1882. L'elemento di maggior spicco è il portale di ingresso, notevole per la sua imponenza.
Da via Roma, dove si trova il Palazzo Municipale, raggiungiamo la chiesa della Nostra Signora del Rosario, detta anche di Nostra Segnora 'e su Rosariu. La chiesa risale al '500 ed è realizzata in stile è tardo-gotico-aragonese. Gli stemmi che si trovano all'interno della chiesa risalgono alla famiglia che ne patrocinò la costruzione, quella dei Centelles che per secoli governò il Monte Acuto. Inizialmente la chiesa era dedicata a San Salvatore, e da essa prese il nome il convento domenicano che vi si insediò nel 1616. Nel '700 i frati domenicani, ai quali spettava la diffusione del culto per la Madonna e della pratica della recita del rosario, cambiarono il suo nome da chiesa di San Salvatore in Madonna del Rosario.
Di fronte alla chiesa della Nostra Signora del Rosario si trovano i locali di un ex cinema nei quali è presente una ampia esposizione del coltello di Pattada.
Non lontano dalla chiesa del Rosario, dietro di essa in piazza Crispi, dove prima c'era la periferia nord del paese e una serie di orti, si trova la piccola chiesa di San Giovanni Battista, detta anche di Santu Juanne. La parte più antica è la navata trecentesca in stile gotico. San Giovanni è considerato il patrono degli allevatori e la statue lignea del santo veniva portata in processione nei periodi di siccità. Il 24 giugno, in occasione della ricorrenza della nascita di San Giovanni, vi si svolge la festa dedicata al santo, che inizia la sera precedentei. Secondo una tradizione diffusa in molte località dell'isola, anche a Pattada, nella notte tra il 23 e 24 giugno si accendevano nei vari rioni i fuochi di San Giovanni, sos fogos de Santu Juanne, anticamente connessi al ciclo dell'anno agrario. Da qualche anno è stata ripristinata l'antica usanza, con un grande falò nella piazza vicino alla chiesa di San Giovanni la sera del 23 giugno. Il giorno successivo, poi, si svolge la festa di San Giovanni Battista, nella quale dopo la celebrazione della Santa Messa, viene offerto a tutti i partecipanti un rinfresco a base di prodotti tipici locali, come formaggi, salsicce, e dolci vari tra cui le tipiche origliettas con il miele.
Da via Roma prendiamo via regina Margherita, dove troviamo la chiesa parrocchiale di Santa Sabina dedicata alla patrona del paese. Eretta in stile gotico catalano nel '500, è stata restaurata tra il 1789 e il 1811, e nuovamente dopo il 1929. Di stile tardo-aragonese era il campanile cilindrico eretto nel 1558, crollato diverse volte, l'ultima nel 1907 per un fulmine. All'interno custodisce un bell'altare ligneo cinquecentesco della Santissima Trinità. Recenti interventi hanno portato all'inserimento di un massiccio portone di bronzo con scene evangeliche, che rende la facciata maestosa ed elegante. La leggenda narra che, nel periodo romano, una donna che aveva smarrito una gallina si recò per cercarla nella zona di Rueddu, a destra dell'attuale chiesa, e che lì, dove c'era una pianta di fico selvatico, le comparve Santa Sabina che chiese alla donna di far edificare in quel punto una chiesa in suo nome. Presso la chiesa parrocchiale il 29 agosto, giorno a lei dedicato, si celebra la festa patronale di Santa Sabina, caratterizzata nel mattino dalla celebrazione della Santa Messa, tradizionalmente seguita dalla benedizione dei cavalli e dei cavalieri. Segue, nel pomeriggio, la processione guidata dalla statua lignea della Santa, mentre i cavalieri in costume percorrono le strade del paese con i loro cavalli bardati a festa secondo un'antica tradizione di importazione bizantina. Su tutto l'insieme spiccano sas banderas, una quarantina di bandiere che ogni cavaliere tiene con la parte terminale tenuta avvolta nella spalla. Alla festa religiosa si aggiungono i festeggiamenti civili, che si protraggono generalmente per 3 o 4 giorni e che animano il fine agosto dei pattadesi e di molti turisti, con serate che vanno dal folk alla musica leggera e alle tradizionali gare di poesia in sardo.
Nel il punto più alto del paese, nella sua periferia nord ovest, sopra via Istria, si trova il colle di San Gavino, che si raggiunge svoltando a sinistra subito prima di entrare nell'abitato. Il colle era stato occupato già in periodo nuragico probabilmente per la sua posizione strategica, come indicano i reperti nuragici ritrovati, e sul quale esistena un luogo di culto nell'alto medioevo. Sul colle si trovano oggi i resti della chiesa di San Gavino, detta anche di Santu Ainzu. La tradizione narra che su questo colle sarebbe stato fondato un monastero dai frati benedettini pisani, del quale faceva parte la chiesa dedicata a San Gavino, che poi nel 1200 sarebbe stato occupato dai camaldolesi. Prima della realizzazione dell'attuale sacrario dedicato ai caduti della Prima Guerra Mondiale pare che vi fossero le celle dei monaci sul lato sinistro della chiesa e un pozzo al centro del complesso.
Nella periferia sud ovest del paese si trova l'attuale chiesa di Nostra Signora del Carmelo, detta anche Nostra Segnora 'e su Garminu, che risale agli anni '80 ed è stata realizzata in stile moderno, sostituendo la settecentesca chiesetta precedente che aveva una struttura simile a quella di San Nicola. Dallo spiazzo si può ammirare la parte Meridionale del territorio di Pattada. Ogni anno una diversa famiglia di Pattada, attraverso la figura del Priore, ha l'incarico di organizzare gli aspetti religiosi ed i festeggiamenti civili della festa dellla Madonna del Carmelo, che ha luogo il 16 luglio. Le celebrazioni comprendono la tradizionale processione nella quale, preceduti dal Priore, i cavalieri di Pattada vestiti con il costume tradizionale e con gli stendardi dedicati ai vari santi, precedono un carro che porta la statua della Madonna del Carmelo, seguita dalla processione religiosa. Il corteo si conclude, con i cavalli disposti a semicerchio, davanti alla chiesa dove viene celebrata la Santa Messa. Al termine della cerimonia viene offerta a tutti i presenti una cena tradizionale a base di carne di pecora bollita, patate, accompagnate da buon vino locale, e invitanti vassoi di immancabili origliettas e altri dolci tipici locali.
In rare occasioni capita di identificare un luogo con il prodotto per antonomasia che lì e soltanto lì viene confezionato. Pattada è uno di questi luoghi, dato che può vantare un primato pressoché assoluto nella fabbricazione dei coltelli, grazie alle prodigiose mani dei «frailalzos» (i fabbri) che producono i famosi coltelli a serramanico (in lingua «Sa Leppa», in logudorese «Sa Resolza») con lama in acciaio svedese di ottima fattura e manico di corna di muflone, bovine, caprine, ovine.
È in costruzione il museo del coltello di Pattada che avrà una esposizione ininterrotta di questa che è una delle principali attività economiche del paese.
Durante il mese di agosto a Pattada si svolge la Mostra del Coltello-Sa Resolza, che prevede l'esposizione di quello che è ormai diventato l'oggetto simbolo del paese. La manifestazione attira migliaia di turisti ed appassionati da tutte le parti del mondo.
Sempre in agosto si svolge la sagra Pattada produce con l'esposizione di tutti i prodotti dell’artigianato pattadese nelle vie e nelle piazze del paese. É possibile vedere all’opera i fabbri nella loro produzione più famosa, i meravigliosi coltelli a serramanico "resolzas". E’ inoltre possibile degustare le specialità alimentari del paese.
In estate si svolge la Sagra de Sas Pellizzas con la possibilità di degustare il tradizionale piatto povero pattadese. Ogni anno la piazza principale del paese diventa teatro di una suggestiva sagra che attira centinaia di curiosi.
Il 2 novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, secondo un'antica tradizione che si perde nella notte dei tempi si svolge una manifestazione chiamata Su Moltu Moltu, durante la quale i bambini e i ragazzi di Pattada vanno di casa in casa chiedendo appunta su moltu moltu, e gli adulti allora regalano loro dolcetti e frutta di stagione.
Vediamo ora che cosa si trova nei dintorni di Pattada.
In periodo medioevale nel territorio di Pattada esistevano molti centri abitat, di cinque dei quali si hanno testimonianze certe: Biduvè, Bidducara, Bunne, Lerno, Bantine. Bunne e Lerno furono abitate fino alla fine del 1300, Bidducara e Biduvè fino alla fine del 1600. Biduvè si trova lungo la SS128bis che collega Ozieri con Pattada, all'altezza della deviazione sulla SP109. Il villaggio apparteneva alla Curatoria di Nughedu nel giudicato di Torres, poi, abbandonato definitivamente nel XVII secolo, è rientrato nella diocesi medievale di Bisarcio, mentre a partire dal 1503, dopo il riordino delle diocesi deciso da Papa Giulio II, è passato a quella di Alghero. Al villaggio appartenevano le chiese di San Nicola, San Michele e quella di Santa Caterina della quale rimangonosolo pochi ruderi.
Procedendo sulla SS128 subito prima della deviazione sulla SP109, una deviazione sulla destra porta alla chiesa di San Michele o Santu Miali. La chiesa è stata edificata in forme romaniche intorno al XIII secolo, inglobando probabilmente una chiesa funeraria di epoca bizantina, poi nel 1600 ha subito restauri ed ampliamenti con la costruzione di una nuova navata, poi crollata. L’edificio, a pianta rettangolare, presenta copertura esterna a doppio spiovente. Il piccolo abside di forma semicircolare è orientato ad est. Il 29 settembre, giorno della sua ricorrenza, vi si celebrava la festa di San Michele durante la quale i cavalieri di Pattada, in processione con le bandiere, erano soliti recarsi in questa piccola chiesa prima di sciogliere l’antico voto e andare in pellegrinaggio verso il santuario della Madonna del Miracolo nel paese di Bitti.
Passata la deviazione sulla SP109 e proseguendo sulla SS128bis, proprio sulla sinistra della strada troviamo la chiesa di San Nicola o Santu Nigola. L’edificio ha pianta rettangolare e presenta una copertura esterna a doppio spiovente, sormontata da una piccola croce in ferro battuto. L’orientamento della chiesa ad ovest, contrario rispetto alla vicina chiesa di San Michele, porta ad ipotizzare che l’edificio sia stato costruito su una preesistente struttura paleocristiana di cui però non restano tracce. Conserva all’interno una statuina del santo, presumibilmente seicentesca, nonché un altare probabilmente settecentesco. Un’antica usanza voleva che alla chiesa si recassero in pellegrinaggio le donne nubili nella speranza di maritarsi al più presto.
Bantine (in lingua Bantìna o Antìna) è una frazione del comune di Pattada che conta un centinaio di abitanti e ha dato i natali al poeta sardo Pedru Pisurzi.
Pedru Pisurzi o Pesutzu (italianizzato in Pietro Pisurci o Pesuciu) è stato un poeta italiano di lingua sarda nato a Bantine nel 1707 e qui moorto nel 1796. In realtà pare che sotto il suo nome si nascondesse il rettore della chiesa di Bantine Giovanni Maria Demela. Tra i suoi scritti più importanti si ricordano Cantone de su cabaddareddu (Canzone del cavalluccio), S'abe (l'ape), S'anzone (l'agnella), Cantone de sos ballos (Canzone sui balli), Cantone de sas festas (Canzone sulle feste), Cando nos semus amados (Quando ci siamo amati). |
Caratteristiche di Bantine sono le due chiese presenti nel centro abitato, ossia la chiesa di San Pietro o Santu Pedru e, in via San Giacomo, la chiesa di San Giacomo detta anche di Santu Jagu.
Seguendo le indicazioni, usciamo da Pattada verso est e dopo un paio di chilometri raggiungiamo il Lago di Lerno. Si tratta di un lago artificiale noto anche come Lago del Rio Mannu, che si estende ai piedi del Monte Lerno che raggiunge i 1094 metri di altitudine. L'acqua del lago viene utilizzata per uso irriguo e idroelettrico, e di essa usufruiscono dal punto di vista idrico i vari comuni della zona.
Affacciato sull'omonimo lago, ai piedi dell'importante massiccio montuoso da cui prende il nome, si trova il nuraghe Lerno. Il suo ritrovamento è abbastanza recente. Il sito è composto da un nuraghe principale, varie costruzione intorno che farebbere presupporre la presenza di un villaggio, e infine una costruzione che potrebbe essere stata adibita a santuario. Presso il nuraghesono stati riportati alla luce alcuni oggetti appartenenti alla Cultura di Ozieri.
Diversi chilometri a nord del centro abitato si trovano pochi ruderi del castello di Olomene, noto anche con il nome di Su Casteddu 'e Olomene, presso il quale è stato ritrovato un importante ripostiglio contenente monete risalenti al periodo medioevale.

Se, usciti da Ozieri, invece della lla SS128/bis verso est che ci ha portato a Pattada, prendiamo la SP36 verso sud, dopo quattro chilometri entriamo in Nughedu di San Nicolò (nome in lingua Nughedu, metri 577, abitanti 1.041), un piccolo paese adagiato in una lunga e stretta valle in cui scorre il Riu Molinu, a quasi 600 m d'altezza. È inserito in un dolce territorio collinare, con alcune punte più significative. Il toponimo deriva dal latino «nucetum» (noceto), infatti sino agli inizi del XX secolo vi erano numerosi alberi di noci che costeggiavano gli orti lungo il Rio di Lichitu, nella vallata appena fuori l'abitato.
La struttura medievale del paese si è ben conservata. In centro si trova la chiesa parrocchiale di San Nicola, dedicata al Santo patrono festeggiato il 6 dicembre, che si dice abbia salvato il paese da un diluvio.
Risale invece al periodo romantico la caratteristica fontana centrale che si trova in piazza Marconi.
Con la visita a Nughedu San Nicolò abbiamo concluso la visita della regione del Monteacuto.
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