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Da Nurachi a Cabras con il suo stagno, le statue dei giganti di Monte Prama e le tavolette con la scrittura Shardana


Il nostro itinerarioIn questa tappa del nostro viaggio ci avvicineremo a Oristano recandoci a visitare Nurachi e Cabras con il suo stagno e con la preparazione della bottarga di muggine, e parleremo delle statue di Monte Prama e delle tavolette con la scrittura Shardana.

Nurachi Visualizza la mappa

immagineimmagineInformazioni turistiche Tornati a Riola sardo, prendiamo la SS292 verso Oristano e dopo due chilometri raggiungiamo Nurachi (metri 6, abitanti 1.627), paese di origini antichissime che prende il nome dal nuraghe Pische che era presente nei suoi dintorni e di cui non restano che poche tracce.

Nel centro del paese visitiamo la parrocchiale di San Giovanni Battista, con un nuovo campanile che ha sostituito da qualche anno quello antico, a vela, sul quale era inciso in cifre romane ed arabe l'anno 1578. Nell'interno, a tre navate con archi gotici appoggiati su robuste colonne, è conservato un battistero paleocristiano del VI secolo d.C.

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Cabras Visualizza la mappa

immagineimmagineInformazioni turistiche Da Nurachi proseguiamo sulla SS292 per due chilometri ed al bivio della Madonna del Rimedio prendiamo la SP1 seguendo le indicazioni per Tharros, fino a raggiungere dopo 2,5 chilometri Cabras (nome in lingua Crabas, metri 6, abitanti 8.940), un grosso borgo di pescatori sorto ai bordi dello stagno di Cabras, che con una estensione di 20 kmq è uno dei più vasti d'Europa. Il nome indica una località abbondante di capre.

Visualizza la mappa Lo stagno di Cabras è sempre stato molto pescoso, vi abbondano anguille e muggini, ed in esso sono presenti diverse peschiere: nella parte alta dello stagno, dove sbocca il canale dallo stagno di Mare Foghe, la peschiera Piscaredda; all'estremo inferiore, subito dopo torre Su Poltu, un canale scolmatore collega lo stagno di Cabras con il mare in prossimità del porticciolo turistico di Marina di Torregrande, e qui troviamo la grande peschiera di Pontis, che visiteremo nella prossima tappa.

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Il territorio intorno a Cabras è attraversata da strade che costituiscono il cosiddetto percorso delle zone umide e permettono di vedere gli altri stagni della zona. A oriente dello stagno di Cabras si trova il più piccolo stagno di Mar'e Pauli, collegato con lo stagno di Cabras, e accanto ad esso lo stagno di Pauli 'e Sali nel quale abbiamo fotografato un airone cinerino ed i Fenicotteri rosa.

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Per alcuni anni la pesca nella stagno di Cabras è stata ferma, dopo che nel 1999 si è verificata una tragica moria dei pesci a causa di un'alga che, prolificata in maniera abnorme, produce una sostanza gelatinosa che si attacca alle branchie dei pesci facendoli morire per asfissia. Il disastro ha avuto dimensioni tali che si ricorda come il fetore dei pesci in putrefazione, agevolato dal maestrale, si percepisse a trenta chilometri di distanza. Ora la pesca è ripresa ed i 320 pescatori che vi operano catturano soprattutto i muggini, nome con il quale vengono indicati in Sardegna i cefali, oltre ad anguille, capitoni, branzini o spigole, mormore.

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Dalle uova di muggine, salate, seccate al sole e pressate a panetti, si ottiene la famosa pregiatissima bottarga di muggine, molto più pregiata della bottarga di tonno. La bottarga è tanto pregiata da venire chiamata il caviale del Mediterraneo. Le foto che seguono descrivono tutte le fasi di preparazione della bottarga e sono state scattate sempre presso la ditta Giovanni Spanu.

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immagineUn piatto esclusivo della cucina di Cabras. Nello stagno di Cabras si trova l'obione, detto «sa zibba», un'erba palustre utilizzata nella preparazione de «sa mrecca», un piatto tipico derivato direttamente dalla cucina Fenicia. Il muggine viene lessato in acqua con molto sale (la quantità del sale varia a seconda del periodo per il quale si vuole che il pesce venga conservato) e viene avvolto, quasi a formare un fagotto, nei suoi rami, fino a formare una specie di fascina che viene aperta al momento della consumazione. Il che consente, a seconda della quantità di sale utilizzata, di conservare il pesce per giorni, settimane o addirittura mesi.

A Cabras si produce la famosa vernaccia locale, e vi si trova l'Azienda Vinicola Attilio Contini, fondata nel 1898 da Salvatore Contini, tra le più antiche e prestigiose case vinicole della Sardegna. Importante la produzione vinicola con i vini DOC di Oristano (Vernaccia, Vernaccia Riserva, Vernaccia Antico Gregori) e vini DOC di Sardegna (Cannonau, Vermentino).

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Le importanti scoperte archeologiche nei dintorni di Cabras

Nei dintorni di Cabras sono stati individuati diversi siti archeologici, ai quali si devono scoperte in grado di modificare sostanzialmente la storia dell'archeologia.

Presa la strada sterrata che costeggia la riva orientale dello stagno di Cabras, arriviamo dopo un paio di chilometri allo stagno di Pauli 'e Sali. Proseguiamo per circa 500 metri fino ad arrivare alla stradina bianca che porta alla torre aragonese di Su Pottu. Da questa possiamo vedere, quando il lago è basso, l'area archeologica parzialmente sommersa dalle acque. Sopra un isolotto si trova il villaggio prenuragico di Cuccuru is Arrius, accanto alla riva sud dello stagno. Sono stati individuati resti di capanne di un villaggio della prima fase del Neolitico Recente, appartenente alla cultura di San Ciriaco. Sono emersi i fondi di capanne, parzialmente interrate, formate da pali ricoperti da erbe palustri e argilla. La necropoli annessa a questo villaggio è la più antica in Sardegna, e tra le più importanti soprattutto per i corredi ritrovati all'interno delle tombe. Le ceramiche sono di tipo inornato, hanno pareti sottili, sono ben lisciate, e vanno dal rosso-bruno al grigio. Sono state trovate anche punte di zagaglia in osso, elementi di collane, strumenti in selce e in ossidiana, accette levigate. La necropoli è formata da 19 tombe con ingresso a pozzetto e cella di sepoltura a forno, di forma ellittica, in cui veniva posto il corpo rannicchiato in posizione fetale. Il rito della sepoltura ipogeica nel grembo della Madre Terra, ha lasciato, all'interno di queste tombe vicino o nelle mani del defunto, diversi esemplari di rarissime e splendide statuine antropomorfe della Dea Madre, in stile geometrico. Hanno la testa cilindrica, con folta capigliatura, l'arcata sopraccigliare disegna una T col naso triangolare, gli occhi semichiusi. Il corpo nudo e obeso ha tutti i particolari ben definiti, le mammelle, le grosse gambe, le braccia con le mani ben delineate, abbandonate sui fianchi. Alcune di queste statuette portano uno strano copricapo a tamburello cilindrico, con tre bande sfrangiate e traforate, che scendono sulle orecchie e sulla nuca.  Sono stati rinvenuti anche i resti di un tempio a pozzo di età nuragica, di piccole dimensioni ma realizzato con grande perizia. Al suo interno sono stati trovati diversi reperti nuragici, Punici e Romani. Molti di questi reperti sono visibili presso il Museo Civico Museo Archeologico di Cabras, altri tra cui alcune delle statuine della Dea Madre sono esposte presso il Museo Archeologico di Cagliari. Vicino al villaggio Cuccuru is Arrius si trova un altro villaggio della stessa epoca, il villaggio di Conca Illonis, nel quale sono stati trovati numerosi oggetti in ceramica e ossidiana.

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Nel 1974, in località monte Prama, il monte delle palme nane, al contadino Sissinio Poddi finisce sotto la lama dell'aratro la testa di pietra gigantesca di un arciere. Dieci anni prima del ritrovamento di queste statue gigantesche, una testa affine a quelle di Monti Prama fu rinvenuta a Narbolia e ora si trova nell'Antiquarium Arborense di Oristano. Nel 1979 iniziano gli scavi per portare alla luce i giganti di Monte Prama. Racconta Giovanni Lilliu: «C'è un episodio che mi mette ancora i brividi. Fu quando con Enrico Atzeni scoprimmo a monte Prama le grandiose statue nuragiche in arenaria ai bordi dello stagno di Cabras. C'era un sole bellissimo, poi il cielo improvvisamente si oscurò, venne la tempesta mentre le statue tornavano alla luce. Dio mio, gli dei nuragici si stanno risvegliando, pensai. Non lo dimenticherò mai». In questi oltre 30 anni dal ritrovamento pare siano stati pubblicati diversi saggi, ma solo 21 giugno 2005 la scoperta è stata portata all'attenzione del grande pubblico da un articolo del Giornale di Sardegna nel quale viene descritto il ritrovamento delle 30 statue alte due metri e mezzo. Secondo gli studiosi, sarebbe una scoperta senza eguali nell'area del Mediterraneo, con il più rilevante ritrovamento di un così gran numero di statue in pietra tutte concentrate in una sola zona. Si ritiene che le statue, in arenaria gessosa, stessero dentro un recinto sacro, ritte sopra basi, che segnavano delle tombe a pozzetto. I giganti di monte Prama sono arcieri e pugilatori, hanno occhi come cerchi, forse simboli solari, e non hanno espressione, con i volti fissi, diversi dalla statuaria greca. La bocca è inesistente, il piede è taglia 52. Hanno acconciature con trecce alla maniera celtica ed abito forse di foggia orientale. I bracciali che proteggono i polsi e le braccia degli arcieri sono decorati con motivi geometrici. «Un ritrovamento importante, quanto quello dei Bronzi di Riace, una scoperta unica nel Mediterraneo», è stato questo il commento del Sovrintendente dei Beni Culturali di Sassari, Francesco Nicosia, dove è in corso il restauro. Nicosia aveva diretto l'Istituto che si era occupato del restauro dei Bronzi ritrovati al largo della Calabria, è dunque un esperto, ed intende far conoscere a tutti le statue dai «volti fissi».

I giganti di Monte Prama riprendono in dimensioni sovrumane i modelli di alcuni bronzetti dell'ultimo periodo; come nota Leonardo Melis sono identiche nell'abbigliamento, nei lineamenti e nell'acconciatura ai bronzetti di Abini-Serri e pongono tutti gli stessi problemi di datazione. Si tratta di un ritrovamento che riscrive la storia archeologica dell'intero Mediterraneo. Vuol dire che le città finora ritenute Fenicio-puniche erano abitate precedentemente dalla stessa popolazione che aveva realizzato i bronzetti, quella che noi chiamiamo i Shardana. Che avevano realizzato in un primo tempo i bronzetti di Uta, che raffigurano quei Shardana di stanza in Egitto al tempo dei Faraoni, splendidamente raffigurati ad Abu Simbel, Medinet Abu, Luxor ecc. Poi sono partiti dopo la grande catastrofe del 1200 a.C., ma i loro eredi nell'isola, o loro stessi quando sono poi rientrati nell'isola, vi hanno realizzato i bronzetti di Abini-Serri e queste gigantesche statue. Il modello Abini risulta essere più recente e rappresenta dei guerrieri con un vestiario e acconciature evolute, i capelli non sono corti, ma raccolti in lunghe trecce, l'elmo è sempre munito di corna, ma più lunghe che in passato, gli scudi risultano essere più elaborati, alcune armi, come il boomerang, non esistono più. Siamo nel periodo dell'arrivo dei Fenici, che conservavano la cultura e le tradizioni dei Shardana, e quindi probabilmente erano, come sostiene Melis, loro stessi i Shardana che tornavano nella loro isola. Del resto, che i Fenici fossero in realtà i Shardana di ritorno, lo attesta uno dei più grandi archeologi della storia: Sir Leonard Wooley, lo scopritore di Ur, che sostiene «L'espansione marinara dei Fenici fu dovuta all'installazione degli Asianì (così erano chiamati i Popoli del Mare) nei territori della Fenicia stessa intorno al 1200 a.C., lo stesso periodo quindi dell'ultima invasione dei Popoli del Mare che ne avevano occupato i porti».

Secondo gli studiosi, quindi, le statue sarebbero dell'VIII-VII secolo a.C., ipotesi che ne fanno le più antiche statue a tutto tondo del bacino mediterraneo occidentale, antecedenti anche rispetto alla statuaria greca. Le statue furono spezzate e distrutte volutamente e sistematicamente dai cristiani dopo che, con Teodosio il Grande, l'Impero da pagano era diventato cristiano. Teodosio emanò anche una legge, con la quale si ordinava la distruzione di tutti i templi pagani.

Alcuni resti delle statue, portati al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, sono esposti al pubblico, gli altri sono ora in fase di restauro a Li Punti, presso Sassari. Peccato che Lilliu e gli altri archeologi che hanno studiato queste statue le abbiano poi nascoste, per oltre trenta anni, alla conoscenza del mondo intero, forse timorosi di far scoprire che esisteva una grande statuaria antecedente rispetto a quella greca. Sono recentemente comparse su Internet foto che rappresentano la ricostruzione dei giganti di Monte Prama, ma che anch'esse vengono tenute nascoste alla comunità internazionale.

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Il professor Massimo Pittau, ordinario di Linguistica sarda nella facoltà di Lettere dell'Università di Sassari, nel libro «Il sardus pater»,  arriva alla conclusione che a due passi dalla spiaggia di Is Arutas ci fosse un tempio che i nuragici avevano dedicato a sardon, il figlio di Ercole che occupò l'isola (che allora i greci chiamavano Ichnusa) e la ribattezzò con il suo nome. Le statue dei giganti, sarebbero state sistemate all'interno del tempio per sorreggere le travi della copertura. «Quale fosse la loro funzione lo dimostra l'altezza di due metri e mezzo e anche il fatto che fossero state realizzate con le mani sulla testa, cioè in posizione di sostegno». Il tempio del Sardus Pater, secondo Pittau, sarebbe stato realizzato dai nuragici per festeggiare la vittoria dell'esercito sardo sui Cartaginesi intorno al 440 a.C. e sarebbe stato costruito dai capi delle tribù che vivevano intorno ai trentacinque nuraghi ritrovati nella penisola del Sinis. «Non a caso l'archeologo Carlo Tronchetti ha individuato nella zona ben trentatré tombe: appartengono ai capi dei villaggi. Tra l'altro, in occasione della grande vittoria sui Cartaginesi, i nuragici avevano coniato una moneta, ritrovata di recente, dove era raffigurato il volto del Sardus Pater». Ma abbiamo molti dubbi su questa ricostruzione: figuriamoci se delle statue in calcare fragilissimo (già si hanno dei dubbi su come potessero reggersi in piedi da sole) potessero sostenere le travi di un tempio...

L'appassionate storia della tavoletta in bronzo del Sinis con la scrittura Shardana nasce nel 1996, quando due studiosi oristanesi, Gianni Atzori e Gigi Sanna, mettono nella prima pagina del loro storia della letteratura sarda «Lingua» la foto di una misteriosa tavoletta che rappresenta il calco di un ritrovamento avvenuto nel Sinis. Succesivamente Atzori e Sanna pubblicano un secondo libro, «Omines», interamente dedicato alla tavoletta in bronzo, che vengono accuratamente studiate e comparate con gli analoghi più noti ritrovamenti del mediterraneo. Conclusione dello studio comparato: la tavoletta è un sigillo reale di tipo funerario, databile tra il XIV e il XII secolo a.C. Ma il tutto deriva da una foto, dell'originale non c'è traccia. Però il 19 giugno 1998 un giovane agricoltore di Cabras, Andrea Porcu, consegna al professor Raimondo Zucca, curatore del Museo di Oristano, in originale la famosa tavoletta bronzea. Si tratta di una tavoletta in bronzo di ottima fattura e in ottimo stato di conservazione. La tavoletta è di 6,4 cm di altezza, 3,5 di larghezza e 0,9 di spessore. Il peso è gr.118. Il ritrovamento è avvenuto in località Tzricottu, non lontano dal sito archeologico denominato Monte Prama. La sua eccezionalità è data dal fatto che si tratta del primo ritrovamento in Sardegna, che connota una scrittura cuneiforme. I segni presenti sulla tavoletta esprimono una composizione scrittoria articolata in rappresentazioni pittografiche antropomorfe ed all'alfabeto dell'antica città di Ugarit, in Siria. Invece che salutare con entusiasmo la consegna alla Soprintendenza di un reperto che rischiava di essere venduto nel mercato clandestino, si preferisce minimizzare la portata del ritrovamento o addirittura arrivare ad insinuare che sia stato artefatto. Ha, infatti, dichiarato Zucca: «Deve formularsi ogni dubbio sull'origine e sulla cronologia dell'oggetto costituente un 'mostrum' tipologico e caratterizzato da una differenza di patina tra il diritto (recante i segni) e il rovescio, così da autorizzare l'ipotesi di un intervento secondario per la realizzazione dei segni stessi». E così, le tavolette, come i giganti di Monte Prama, vengono tenute nascoste agli studiosi internazionali, per non compromettere la ricostruzione storica ufficiale di una Sardegna incapace di leggere e di scrivere.

La prossima tappa del nostro viaggio

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Nella prossima tappa del nostro viaggio visiteremo la affascinante penisola di Sinis. La parte meridionale della costa, verso San Giovanni, è rocciosa per poi diventare risalendo dapprima sabbiosa e quindi verso nord caratterizzata da alte falesie fino alla sommità di Capo Mannu.

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                          © Claudio de Tisi 2002-2009

Alcune foto di questa pagina sono state fornite dall'amico Claudio Fadda.
Il filmato dei giganti di Monte Prama è stato inserito su YouTube da antonellognocco.