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 Nel Barigadu visitiamo Norbello, Ghilarza, Boroneddu, Tadasuni, Soddì ed Aidomaggiore, poi sul lago Omodeo a Sedilo per vedere l'Ardia di Sedilo
In questa tappa del nostro viaggio, proseguiremo la visita del Barigadu e ci recheremo a visitare Norbello. Da qui andremo a Ghilarza da dove faremo una puntata a Zuri. Andremo poi a visitare i piccoli comuni di Boroneddu, Tadasuni e Soddì. Da qui andremo ad Aidomaggiore, da dove ci recheremo sul lago Omodeo. Qui faremo una visita a Sedilo, e dopo una visita alla cittadina parleremo dell'Ardia di Sedilo.
Per ingrandire le immagini e per scorrerle cliccare sulle immagini piccole presenti in questa pagina. Norbello  Da Abbasanta prendiamo via Norbello, che ci porta in tre chilometri a Norbello (nome in lingua Norghiddu, metri 315, abitanti 1.221), un comune circondato da boschi, situato tra la valle del Rio Siddo ed il tavolato del Guilcier, con il panorama che spazia dal lago Omodeo fino alle lontane alture della Barbagia.
In centro si trova la chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Giulitta e Quirico, che si affaccia su una piazza di recente costruzione che abbellisce e impreziosisce la facciata della chiesa in pietra basaltica. Sorge su un precedente edificio romanico della vicina chiesa di Santa Maria. La chiesa di Santa Maria, ora detta della Mercede, fu edificata in stile romanico fra il 1164 e il 1174. Nei documenti del «condaghe» di Santa Maria di Bonarcado è riportato che la chiesa di Norbello apparteneva all'ordine dei templari. All'interno lungo i muri della navata vi sono dipinte 10 croci in minio rosso, cinque per lato, che con immagini dipinte in minio rosso lungo le pareti dell'edificio, che starebbero a rivelare un rito penitenziale di consacrazione da parte di due cavalieri Templari. Ghilarza con la chiesa di San Palmerio  Da Abbasanta, seguendo via Santa Lucia, raggiungiamo dopo soli due chilometri Ghilarza (nome in lingua Bilartzi, metri 290, abitanti 4.664), situata sul vasto altopiano del Barigadu, fra il lago Omodeo e l'altopiano di Abbasanta. Il nome indica la località dove sosta il gregge o il branco per un certo periodo, per la concimazione del terreno. Un tempo famosa per i suoi cavallerizzi, presenta un bel centro storico.
Nel centro di Ghilarza troviamo il Duomo, ossia la chiesa parrocchiale di Maria Vergine Immacolata. Nel 1533 venne edificata una chiesa dedicata a San Macario, sita dove sorge quella attuale, e che testimonia la presenza dell'ordine dei monaci Benedettini nel territorio. La chiesa era a un'unica navata con copertura in legno, sorretta da grandi archi ogivali. La chiesa ha subito numerosi restauri e modifiche all'impianto strutturale nel corso dei secoli successivi, l'ultimo alla fine del XIX secolo. Durante quest'ultimo rifacimento è cambiata anche la sua intitolazione in onore a Maria Vergine Immacolata.
Prendiamo poi corso Umberto, dove, passata piazza Gramsci, troviamo sulla sinistra la casa dove è vissuto il grande uomo politico e statista Antonio Gramsci, fondatore nel 1921 del Partito Comunista d'Italia e deputato alla Camera nel 1924, arrestato e condannato come oppositore del fascismo, morto prematuramente nel 1937. Quella che era stata la sua abitazione è diventata la Casa Museo Antonio Gramsci. Di lui parleremo a lungo quando visiteremo Ales, il suo paese natale. 
Nelle vie del paese vediamo anche un esempio di vecchia lolla assai ben conservata. La lolla è una tipica abitazione nella quale l'edificio principale, costruito su uno o due piani, è realizzato con mattoni di fango, e solo per i pilastri sono utilizzati mattoni laterizi pieni. L'elemento architettonico caratteristico è il loggiato, chiamato appunto «sa lolla», dal quale si accede alle stanze interne della casa. La copertura è realizzata con travi ed incannicciato di canne legate singolarmente con spago vegetale.
Nel centro di Ghilarza si trova la chiesa di San Palmerio, costruita nel '200. È stata edificata in stile romanico arcaico, ed ha una semplice facciata realizzata con blocchi in pietra trachitica bianca e nera, a filari alternati. La facciata, a tre arcate, è sormontata da un piccolo campanile a vela. I muri laterali esterni sono ornati da archetti pensili. La chiesa è stata ignorata per diversi secoli ma, negli ultimi decenni del 500, è stata fondata la confraternita del Rosario, alla quale fu affidata come sede proprio l'antica chiesa di San Palmerio, che da allora è stata chiamata chiesa del Rosario. 
Di fronte alla chiesa sorge la Torre Aragonese del XV secolo, uno dei pochi esempi di architettura militare gotico-aragonese. Dopo la caduta del Giudicato di Arborea, Ghilarza ha seguito le sorti del marchesato di Oristano, ed il monumento più rappresentativo di questo secolo è la Torre Aragonese. Secondo un disegno originario doveva essere la torre maestra di un più vasto complesso di difesa che avrebbe dovuto comprendere altre torri e, forse, una cinta muraria. Sino a tempi recenti è stata adibita a carcere. È stata recentemente restaurata.
Edifici religiosi ed archeologia nei dintorni di GhilarzaSulle pendici dell'altopiano S'Accontru, in un'ansa del lago Omodeo, sorge la chiesetta campestre o santuario di San Serafino, edificato in stile romanico-gotico dai bizantini. Ha elementi decorativi comuni alle chiese dell'oristanese del XIV secolo. Su un fianco, un bassorilievo ricorda la famiglia Bas-Serra di cui è presente lo stemma con l'albero diradicato, mentre su una facciata laterale possiamo, osservare scolpita nella pietra, la faccia del Santo. Le cerimonie religiose del novenario di San Serafino di Ghilarza hanno costituito il set del film del 1988 «Disamistade» di Gianfranco Cabiddu, con Massimo Dapporto, Laura Del Sol, Joaquin De Almeida e Maria Carta. |
Provenendo da sud sulla SS131 arriviamo al bivio con la SS131DCN (Diramazione Centrale Nuorese). Dopo 4,9 chilometri troviamo lo svincolo per Ghilarza-Ospedale, svoltiamo e prendiamo la prima strada a destra, la percorriamo un chilometro e vediamo il protonuraghe Orgono sulla destra. È un protonuraghe a corridoio in ottimo stato di conservazione, realizzato con grandi massi non sbozzati. La camera è di forma allungata, con copertura naviforme. Presenta una scala che parte da un lato nascosto di una nicchia della camera centrale. La parte superiore è realizzata con pietre più piccole e sicuramente risale ad un periodo successivo rispetto alla base. Zuri con la chiesa di San Pietro  Da Ghilarza seguiamo le indicazioni per il lago Omodeo sulla SP15, dopo un chilometro deviamo a sinistra sulla SP27 e dopo un chilometro a destra sulla SP28 che ci porta in 500 metri al paese Zuri. Era una antico villaggio medioevale sul fondo della valle, che dopo la realizzazione nel 1918 della diga di Santa Chiara sul fiume Tirso è divenuta l'alveo del lago Omodeo ed è stato quindi del tutto sommerso. Il paese è stato ricostruito più in lato, con una architettura con le vie parallele e perpendicolari, con basse abitazioni assai simile una all'altra. Nei giardini si trovano i resti di una foresta pietrificata. Si ritiene si tratti di una foresta tropicale dell'era Miocenica, che sarebbe stata investita da una tempesta di lapilli e ceneri dei vulcani vicini. La foresta rimase pietrificata e nascosta all'occhio dell'uomo, finché qualche studioso non ne riconobbe l'importanza da un punto di vista naturalistico. Accanto alla foresta pietrificata si è venuto a sviluppare il paesino di Zuri. Ma nel 1924, quando si è riempito il lago artificiale, il villaggio è stato sommerso e con esso anche la foresta, salvo i pochi resti che ancora oggi possiamo vedere nei giardini. 
Nella ricostruzione si è voluta salvaguardare la chiesa di San Pietro, fatta edificare in pietra trachitica rossa nel 1291 da Mariano II di Arborea. L'opera, dovuta all'architetto Anselmo da Como, è in puro stile romanico-lombardo, è forse l'ultima chiesa romanica della Sardegna, costruita quando già si stava affermando lo stile gotico-pisano in tutta l'isola. L'interno è a navata unica absidata, l'abside fu restaurata nel XIV secolo in stile catalano. Ha una bella facciata con tre grandi archi e il portale scolpito, un grande campanile a vela con doppia campana, aggiunto nel XV secolo. Su un capitello si può vedere, in un altorilievo, la prima rappresentazione del «ballu tundu», il più tradizionale ballo sardo. 
Boroneddu  Da Ghilarza seguiamo le indicazioni per il lago Omodeo sulla SP15 e dopo due chilometri raggiungiamo Boroneddu (metri 216, abitanti 186), piccolo centro situato su un costone basaltico che dall'altapiano del Ghilarzese degrada dolcemente sulla vallata del fiume Tirso, un poco più a Monte dell'antico villaggio di Boele, oggi scomparso in seguito alla creazione dell'invaso del lago Omodeo. Ci potevamo arrivare direttamente da Zuri, proseguendo sulla SP28 per 1,5 chilometri verso sud.
All'estremità meridionale dell'abitato sorge la chiesa parrocchiale di San Lorenzo Martire. Edificata nel 1886, è realizzata con conci squadrati di basalto. Vicino alla parrocchiale si trova il Cimitero. A Boroneddu, al numero 1 di via Savoia, si trova il Museo della Fiaba Sarda. Il museo si compone di due ambienti, la casa tradizionale e la campagna, nei quali vengono rievocati alcuni aspetti della vita e della cultura popolare sarda. Accanto ad essi, scenografie e immagini che propongono il mondo misterioso e affascinante delle fiabe tradizionali sarde abitate dai personaggi di Maschinganna, le Janas, Luxia Arrabiosa, Pulighitta e tanti altri. Tadasuni  Proseguendo da Bonoreddu sulla SP15, percorso ancora un chilometro raggiungiamo Tadasuni (nome in lingua Tadasune, metri 180, abitanti 204), piccolo paese ubicato nelle vicinanze del lago Omodeo.
Nel centro del piccolo paese si trova la chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola di Bari. La chiesa è in stile neoclassico, costruita con conci di basalto scuro. Il dicembre si svolge la festa patronale di San Nicola da Bari. Nella casa parrocchiale si trova il Museo degli Strumenti della Musica Popolare Sarda. Si tratta di un piccolo museo opera dello studioso Don Giovanni Dore, costituito da una importante e preziosa raccolta di strumenti musicali tradizionali. La Sardegna è sempre stata una terra musicalmente ricca, dove il ballo, il canto e i tipici suoni degli strumenti tradizionali, erano considerati componenti essenziali della vita dei suoi abitanti. Unica nel suo genere, la collezione è costituita da circa 400 strumenti tra cui si distinguono le launeddas, strumento musicale melodico alimentato a fiato. Oltre agli strumenti musicali, il museo conserva diverse armi da fuoco risalenti alla fine dell'800 ed alcuni pugnali. Conserva inoltre, fra l'altro, un ostensorio in oro e argento dei primi anni del XIX secolo e un crocefisso ligneo, un tempo conservato nella chiesa di Santa Maria di Boele, che è stata sommersa dalle acque del lago artificiale Omodeo. Soddì  Da Zuri prendiamo la SP28 verso nord e la seguiamo per 500 metri, poi giriamo a destra sulla SP27 che dopo meno di un chilometro ci porta a Soddì (nome in lingua Soddie, metri 250, abitanti 148), piccolo paese che sino al 1979 è stato una frazione del comune di Ghilarza.
In via Torino si trova la chiesa parrocchiale dedicata allo Spirito Santo. Alcuni grossi tronchi fossili, resti della foresta pietrificata, si possono osservare vicino alla chiesa dello Spirito Santo, nelle cui vicinanze vegeta anche un vecchio esemplare di bagolaro, e nel cortile della chiesetta campestre dedicata a Santa Maria Maddalena. Nei dintorni di SoddìNei dintorni di Soddì si trova anche la chiesetta campestre dedicata a Santa Maria Maddalena. Da Soddì prendiamo la SP27 verso Ghilarza, deviamo sulla destra per Sedilo, percorriamo circa tre chilometri, poi sulla sinistra della strada vediamo la rocca sulla cui sommità è situato il protonuraghe Crastu. È del tipo a corridoio, a pianta circolare. Ha due ingressi affiancati, dal primo dei quali entriamo in un camera ellittica dove si trova la scala che portava al terrazzo. Da questa, entriamo nella camera principale, collegata all'esterno dal secondo ingresso, a pianta ellittica molto allungata, con copertura naviforme. Intorno al nuraghe è presente una muraglia che arriva sino alla roccia, vicino alla fine del pianoro, a qualche centinaio di metri dal nuraghe. Aidomaggiore  Da Ghilarza seguiamo le indicazioni per il lago Omodeo sulla SP15 e dopo 300 metri giriamo a destra sulla SS131DCN, che seguiamo per 4,5 chilometri, fino all'uscita sulla SP89. Proseguiamo su quest'ultima per un chilometro, poi giriamo a destra sulla SP25 che, dopo tre chilometri, ci porta ad Aidomaggiore (nome in lingua Bidumajore, metri 250, abitanti 549), paese che si trova sul declivio che unisce l'altopiano alla valle del lago Omodeo nel suo punto più largo.
La chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Palme è stata costruita nel XVI secolo e presenta alcuni elementi dell'architettura tardo rinascimentale. La tradizione ricorda che inizialmente la Parrocchia del paese era dedicata a San Gavino. Ma poi, dove sorge attualmente la chiesa e c'era un giardino di palme, la Madonna sarebbe apparsa ad una ragazza muta chiedendole di far costruire una chiesa in suo onore. La ragazza avrebbe cominciato a parlare, facendo conoscere a tutti il volere della Madonna, da qui la dedica alla Santa Maria delle Palme. Oltre alla chiesa parrocchiale, nel paese erano presenti anche tre chiese filiali: la prima di San Giorgio verso levante; la seconda di San Gavino, verso tramontana, ambe nell'estremità dell'abitato; la terza di Santa Croce, presso la parrocchiale, che probabilmente era di dimensioni ridotte, cioè un oratorio sede succursale della confraternita di Santa Croce. Oggi sopravvive solo, nella periferia orientale del paese, la chiesa dedicata a San Gavino, martire di Porto Torres. La chiesa è antecedente al 1388, viene infatti citata nel trattato di pace fra Eleonora d'Arborea e Giovanni d'Aragona. Di impianto romanico, ha subito nel tempo diversi rifacimenti. È stata chiesa parrocchiale, dato che San Gavino è stato patrono di Aidomaggiore fino alla fine del '400 o del '500, quando, in seguito alla miracolosa apparizione della Madonna, è stata edificata la chiesa di Santa Maria delle Palme. Nella parete di fondo si aprono due finestre rettangolari, fra le quali è addossato un retablo del '700 dipinto dal pittore ghilarzese Lello Fadda che fino al 1965 si trovava nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Nel centro del retablo c'è una apertura ad arco, che ora contiene una tela ad olio raffigurante San Gavino, vestito da centurione romano su un cavallo bianco, che sta per entrare a Porto Torres per predicarvi il Vangelo. In una cappella laterale è stata fatta una nicchia per esporvi la statua dell'Ecce Homo, una rara effigie del Cristo flagellato di straordinaria fattura artistica probabilmente di scuola napoletana che risale alla fine del '500 o primi del '600. Le braccia e le giunture sono snodate, il che fa pensare che originariamente servisse per il rito de S'Iscravamentu. La chiesa di San Gavino è sede della confraternita di Santa Croce, e fino al 1953 la statua era conservata in una cassapanca e veniva esposta, con uno speciale rituale eseguito da confratelli e prioresse, solo il giovedì Santo e il venerdì mattina, per essere portato nella processione notturna del giovedì Santo. Nel piazzale antistante questa chiesa si svolgono il 18 gennaio i festeggiamenti di Sant'Antoni 'e su Fogu, ossia di Sant'Antonio Abate. Il sabato precedente i membri delle tre Confraternite, quella del Rosario, quella del Santissimo Sacramento detta anche de Su Sennore, e quella di Santa Croce, si recano in campagna per abbattere dei tronchi d'albero cavi detti sas tuvas, ai quali il giorno della feste si dà fuoco dall'interno, a ricordo della leggenda che narra la vicenda di Sant'Antonio che ruba di nascosto il fuoco dall'inferno per donarlo agli uomini. Nell'occasione si offrono vino e dolci e si balla fino a tarda notte. Il carnevale di Aidomaggiore con le Maschere a Lenzuolu e Re ZorziAd Aidomaggiore sono significativi anche i festeggiamenti del carnevale, che si svolgono la domenica ed il martedì grasso, con l'offerta di vino, dolci e cibi particolari. Durante il carnevale si svolgono i balli delle maschere tipiche, il cui scopo principale non è quello di sfoggiare costumi sfarzosi, ma di non farsi riconoscere, e per ottenere questo risultato ogni indumento è buono. Negli ultimi giorni di carnevale invece, ci sono, per tradizione, dei costumi specifici. La domenica costumi Sardi tradizionali con maschere a tema libero. Il lunedì ed il martedì ci si veste con le Maschere a Lenzolu. Il lunedì il colore predominante è il bianco: ci si veste completamente con lenzuola bianche, appuntate e legate senza alcuna cucitura. Il martedì il colore predominante è il nero, in segno di lutto per la fine del carnevale: ci si maschera con abiti tradizionali da lutto o con altri abiti comunque neri. Il ballo tipico di Aidomaggiore è detto Sa Cointrotza, che le maschere ballano al suono dell'organetto diatonico nella piazza, mischiandosi alle altre maschere del paese. Il martedì Grasso è dedicato a Re Zorzi, un fantoccio di dimensioni umane realizzato con vecchi indumenti imbottiti e con all'interno un contenitore, che può essere un bidone o una damigianetta, al quale sono collegati due tubi di gomma, uno in entrata nella bocca del fantoccio, ed uno in uscita nella zona inguinale. Re Zorzi viene portato a spasso da ragazzi vestiti con l'abito femminile antico da lutto, che piangono per la sua prossima fine. Le persone che li incontrano, offrono da bere al fantoccio riempiendo dalla bocca il contenitore, e i ragazzi vestiti a lutto offrono da bere al pubblico spillando il vino dalla zona inguinale. A conclusione della serata, Zorzi viene processato per tutte le marachelle commesse durante il carnevale, condannato a morte ed impiccato. Poi il suo corpo viene bruciato nella pubblica piazza, ed a fine serata si cantano Sas Laudes de Carrasegare, le lodi del carnevale, che riprendono la metrica e la melodia delle Laudes religiose. Il Mèrcuris de Lissìu, ossia il mercoledì delle Ceneri, non si balla essendo ormai in Quaresima, ma gruppi di uomini, sempre vestiti abito antico femminile a lutto e con il viso annerito dal sughero bruciato, vagano piangenti per il paese e si fermano nelle case per fare una questua degli ingredienti necessari a cucinare Sas Zippulas, ossia le frittate che verranno consumate la notte stessa per cena. I riti della Settimana Santa ad AidomaggioreCome in molte altre località della Sardegna, anche ad Aidomaggiore si celebrano ogni anno i riti della Settimana Santa, organizzati e coordinati dai membri delle tre confraternita del paese. All'imbrunire del martedì Santo nelle vie del centro storico si snoda la via Crucis accompagnata dal coro Su Cuntzertu, l'antico coro degli uomini. Il giovedì Santo, dopo la celebrazione della lavanda dei piedi, viene portata in processione l'antica statua dell'Ecce Homo. Il venerdì Santo, dopo la processione col Cristo morto, viene celebrato il rito de S'Incravamentu, ossia dell'innalzamento della Croce. La sera sul tardi si svolge il rito de S'Iscravamentu, ossia della deposizione dalla croce, con la processione del Cristo morto, il tutto accompagnato dalle antiche e commoventi Laudes in sardo ed in latino, eseguite con grande perizia dal coro Su Cuntzertu. La domenica di Pasqua viene rappresentato il tradizionale Incontru tra la Madonna ed il Cristo risorto, accompagnato dal suono delle campane della chiesa parrocchiale in segno di Gloria. La cerimonia dell'incontro fra le due statue viene preceduta, fatto forse unico in Sardegna, dall'incontro fra i ventiquattro confratelli, appartenenti alle tre confraternite, che si scambiano, dopo un rituale che prevede tre inchini, un vicendevole abbraccio in segno di pace. Il lago Omodeo  Seguiamo la SS131DCN per nove chilometri e ci portiamo sul Lago Omodeo, prodotto sul fiume Tirso dall'imponente diga di Santa Chiara, realizzata ad Ula Tirso. Fu voluta e progettata dall'ingegnere milanese Angelo Omodeo, autore della pianificazione dello sfruttamento idroelettrico dei Corsi d'acqua dell'isola, probabilmente il maggiore esperto di opere idrauliche tra le due guerre. È un'opera grandiosa ultimata nel 1924, un'opera d'ingegneria e di architettura insieme per la cui costruzione furono impiegati 16.000 operai. La soluzione è in più punti sostenuta da contrafforti, per quel tempo del tutto innovativa, e conferisce allo sbarramento un ritmo ed una imponenza che ricorda gli antichi acquedotti Romani. L'opera in muratura di pietra di trachite è alta 70 metri, lunga 260 metri e si sviluppa longitudinalmente con luci di 15 metri. Collocata a 61 metri sul mare, ha un salto d'acqua di 40 metri. Ai tempi della costruzione, la diga fu considerata un'opera ciclopica. Il bacino che si formò, lungo più di 20 chilometri, è il più grande lago artificiale d'Europa. Dalla primavera inoltrata all'autunno, quando il livello del lago si abbassa, possiamo vedere i nuraghi sommersi. Sono i nuraghi Pajolu, Biùgias Pilicas e Aurù, Songhe e Su Pranu, e verso est i nuraghi Iscòva, Perdu Mannu e Bentòsu. Lungo l'antica riva sinistra del Tirso si possono vedere altri cinque nuraghi e tre tombe di giganti. Essi si presentano di colore uniforme con quello del terreno a causa del limo che si deposita con l'abbassamento del livello dell'acqua. 
Sedilo  Proseguiamo sulla SP90 per circa due chilometri ed arriviamo a Sedilo (nome in lingua Sèdilo, metri 283, abitanti 2.491), importante centro agropastorale che si sviluppa affacciato sul lago Omodeo. Il nome può derivare dal latino «sedulu», che significa laborioso, lavoratore, oppure dal sardo «s'edili» ad indicare una mandria di capretti. Il paese é costruito con basse casette e palazzetti di pietra basaltica.
Al centro del paese troviamo la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, riedificata tra il '500 e il '600. La facciata, ricostruita nel 1703, è in trachite rossa ed è divisa da lesene e sormontata da un timpano ricurvo. Il santuario di San Costantino e l'Ardia di SediloA circa quattro chilometri a sud-est del paese troviamo la chiesa campestre o santuario di San Costantino di Nordai, demolita e ricostruita più volte, l'ultima nel 1789 quando fu ricostruito sopra quella più antica risalente a prima dell'anno mille. Il santuario presenta una semplice facciata in trachite rossa, con coronamento curvilineo. Si tratta di uno dei santuari più venerati e famosi dell'isola, posto su un suggestivo poggio in vista del lago Omodeo, a breve distanza dal paese. È circondata da belle «cumbessias» usate dai devoti del Santo per soggiornare nei nove giorni del novenario precedenti la festa e partecipare alle preghiere della novena. Per quanto riguarda la sua origine, la leggenda racconta di un ricco proprietario di Scano Montiferro rapito dai turchi e fatto prigioniero a Costantinopoli, dove gli apparve San Costantino che gli offrì la libertà in cambio della promessa di costruire una chiesa sul Monte Isei a Sedilo. Il culto di Costantino il Grande, che non è un Santo ma in Sardegna è stato santificato nella tradizione popolare con il nome di Santu Antine, è stato introdotto in Sardegna dopo la conquista bizantina. Costantino viene considerato Santo per la sua opera di diffusione del cristianesimo. 
Non si può che consigliare, a chi si trovi in Sardegna il sei e sette luglio, una visita per assistere alla corsa dell'Ardìa, la più suggestiva manifestazione equestre della Sardegna, in grado di attirare a Sedilo ogni anno migliaia di curiosi. L'Ardia, dal termine «bardiare» ossia fare la guardia, è una sfrenata corsa a cavallo su un percorso estremamente accidentato nata come rievocazione della battaglia condotta dall'imperatore Costantino contro Massenzio a Ponte Milvio nel 312 d.C. e simboleggia la vittoria del cristianesimo sulla religione pagana. Ha inizio con la consegna, da parte del parroco del paese, dei tre stendardi benedetti ai tre cavalieri prescelti, coloro che rappresentano le forze del bene e dovranno guidare la corsa. Il rito vuole che il capocorsa, «prima pandela», scelga altri due cavalieri, «segunda pandela» e «terza pandela», che insieme alla scorta avranno il compito di impedire che gli altri cavalieri, rappresentanti le forze del male, superino il capocorsa, che nella rievocazione storica simboleggia San Costantino. Archeologia nei dintorni di SediloPrima di arrivare a Sedilo sulla SS131DCN si trova un quadrivio. Svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni in una strada bianca che percorriamo per circa due chilometri. Arriviamo ad una piazzola che sta davanti al nuraghe di Iloi, un edificio ti tipo complesso, probabilmente un nuraghe trilobato come il nuraghe Losa. Si tratta forse di una reggia nuragica. Vicino al nuraghe, sulla sinistra, sono presenti due tombe dei giganti che si presentano molto interessanti dal punto di vista architettonico. Sono interamente costruite con grossi conci di basalto perfettamente squadrati. C'è poi una fonte sacra chiamata Puntanarcu, costruita in basalto scuro ed ancora attiva. La fonte presenta dei sedili in pietra disposti a semicerchio come un'esedra, ed i resti della facciata, che in origine doveva essere molto bella. Sulle pendici della collina dove sorge il nuraghe si trovano le domus de janas di Iloi, che costituiscono una delle più grandi necropoli ipogeiche presenti in Sardegna. Sono state ritrovate finora 34 tombe. Attualmente l'area è in corso di scavo. 
I resti della fortezza Punica di TalasaiSull'eminenza conica detta di Talasai, a est del paese, si trovano pochi resti della fortezza Punica di Talasai. Probabilmente i cartaginesi giunsero fino a Talasai avanzando lungo il fiume Tirso. La fortezza di Talasai a Sedilo, con quella di San Simeone a Bonorva, quella di Palattu a Padria, e quella di Mularza Noa a Bolotana, costituivano la base difensiva degli insediamenti cartaginesi in questa parte dell'isola. La prossima tappa del nostro viaggio | Nella prossima tappa del nostro viaggio, proseguiremo la visita della regione della Sardegna chiamata Barigadu. Visiteremo Bidonì e Sorradile con la necropoli di Prunittu. Faremo poi una deviazione a Nughedu Santa Vittoria, per recarci infine ad Ardauli e a Neoneli, nota per i suoi Tenores. Visiteremo quindi i dintorni di Neoneli con la Oasi Faunistica di Assai. |  |
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