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In Marmilla da Furtei a Segariu, Villamar, Lunamatrona, Villanovaforru e Collinas, Pauli Arbarei, Siddi, Ussaramanna e Turri
In questa tappa, da Sanluri prendiamo verso nord-est la SS197 che ci porta nella Marmilla, dove sono conservati importanti siti archeologici e numerosi resti storici del Giudicato di Arborea. Visitiamo Furtei, Segariu, poi proseguiamo per Villamar da dove deviamo a Lunamatrona, Villanovaforru e Collinas, per proseguire per Pauli Arbarei, Siddi e Ussaramanna.
Furtei e la sua miniera d’oro 
 Riprendiamo il viaggio da Sanluri dove passa la SS197 proveniente da Guspini, che proseguendo verso est ci porta nella regione della Marmilla, caratterizzata da economia agricola in un paesaggio collinare. Dopo cinque chilometri raggiungiamo Furtei (metri 90, abitanti 1.701), paese nei cui dintorni si trova l’unica miniera d’oro sarda, realizzata di recente. I primi lingotti sono stati fusi nel 1997.
In centro troviamo la parrocchiale di Santa Barbara, del XIV secolo. La chiesa ha tre recenti portali in bronzo ispirati alla vita di Santa Barbara.
Nella parte alta del paese possiamo visitare la chiesetta romanica di San Narciso, della seconda metà del XIII secolo, a due navate disuguali, separate da pilastri con archi a tutto sesto. Ha la facciata asimmetrica sormontata da un campanile a vela. Si accede al portale attraverso quattro alti gradini circolari.
Nei dintorni del paese troviamo il santuario di San Biagio, del XIII secolo, ex parrocchiale del villaggio medioevale Nuraxi abbandonato nel ‘500 quando gli abitanti si trasferirono a Furtei. Recenti scavi nei pressi della chiesa hanno portato alla luce reperti punici, romani ed anche etruschi. La penultima domenica di agosto vi si tiene la festa di Santu Brai, San Biagio, che prevede il sabato una processione che porta con un cocchio la statua del santo da Furtei alla sua chiesa, e la domenica sera, dopo la messa, il ritorno a Furtei accompagnato da tamburini, gruppi in costume e moltissimi di fedeli in processione.
Una deviazione a Segariu 
 Da Furtei parte, verso est, la SS547 che porta a Guasila. Dopo solo tre chilometri arriviamo a Segariu (metri 117, abitanti 1.356), grosso borgo agricolo attraversato dal rio Pardu e situato in un fondovalle aperto ad est verso il Flumini Mannu.
Nel paese troviamo la settecentesca parrocchiale di San Giorgio. Il presbiterio ha la volta stellare tipica dello stile gotico-catalano, mentre l’architettura del resto dell'edificio è rinascimentale.
Fuori paese troviamo il santuario di Sant'Antonio, un edificio romanico del XII secolo che faceva parte di un monastero Benedettino. Ha interno a navata unica, mentre la tettoia anteriore ed i porticati sono stati aggiunti nel XIV secolo. Nel pavimento un'apertura porta a un ipogeo dove si trovava una fonte d'acqua terapeutica
Villamar 
 Proseguendo verso nord da Furtei sulla SS197, dopo sette chilometri arriviamo a Villamar (nome in lingua Bidda Mara, metri 108, abitanti 2.982), che in periodo Giudicale è stata sede della Curatoria della Marmilla.
Nella parrocchiale di San Giovanni Battista, edificata in stile romanico pisano nel XIII secolo, è presente il più importante lavoro del pittore cagliaritano Pietro Cavaro della scuola di Stampace. Si tratta del retablo della Madonna d’Itria, del 1518, uno dei quadri più famosi e importanti della Sardegna.
Poco lontano dalla parrocchiale, in centro, troviamo la molto interessante chiesa San Pietro realizzata in stile romanico pisano nel XIII secolo, con una sola navata alla quale ne è stata successivamente aggiunta un’altra più piccola, e con campanile a vela a doppia campana.
Sotto la chiesa di San Pietro e nelle aree limitrofe si trovano i resti della necropoli e dell’insediamento punico di San Pietro, che non è però possibile visitare. Durante lavori di scavo sono state rinvenute tre tombe ipogeiche a camera, contenenti alcuni scheletri, ceramiche e monete puniche. Gli scavi successivi hanno portato alla luce un’ampia necropoli ed il centro abitato punico edificato sopra un insediamento nuragico. Oggi si ritiene che la necropoli possa conservare non meno di ottanta scheletri. è prevista la realizzazione di un Museo Archeologico, che si troverà nei locali del Monte Granitico, ossia dell’antica banca del grano, nel quale saranno visibili i reperti rinvenuti nel corso delle campagne di scavo.
Da Villamar una deviazione verso Lunamatrona 
 Da Villamar effettuiamo una deviazione sulla sinistra sulla SP46, che dopo sei chilometri sbocca sulla SP49. La prendiamo verso ovest e, dopo due chilometri, arriviamo al centro agricolo Lunamatrona (nome in lingua Lunamadrona, metri 180, abitanti 1.886), detto pure Mara Arbarei a ricordo del Giudicato di Arborea cui apparteneva, situato nella piana interna della Marmilla e circondato dalle Giare di Siddi e di Gesturi e dalle colline della Trexenta.
Durante il periodo bizantino, a Lunamatrona sono sate edificate le chiese di Sant’Elia e
di Sant’Enoc o san Nocco, ad est dell'attuale Municipio. La chiesa di Sant’Elia doveva essere un edificio più grande,
se si pensa che il terreno in cui sorgeva è un quadrato di circa un ettaro. La chiesa di Sant’Enoc doveva essere un edificio abbastanza piccolo. Le due chiese sono state abbattute in accordo con il vescovo di Ales nel 1770, dato che, con la scusa del diritto d’asilo, erano diventate
ricettacolo di malfattori e briganti.
In centro possiamo visitare la parrocchiale di San Giovanni Battista, edificata nel XVI secolo sull'area di una antica chiesetta benedettina del 1082. Conserva il retablo della Madonna del Latte, una delle principali opere di Pietro Cavaro, il massimo rappresentante della Scuola di Stampace, importante scuola pittorica che prende il nome dal quartiere storico di Cagliari dove i pittori della famiglia Cavaro tennero bottega dal XV fino alle soglie del XVII secolo. Firmato e datato 1518 è uno dei quadri più famosi e importanti della Sardegna.
Nei dintorni di Lunamatrona, sulla strada per Villanovaforru, in località Nixias, troviamo la tomba dei giganti Su Quaddu de Nixias. La tomba prende il nome da un insolito foro posizionato sulla destra della grande stele, che forse veniva utilizzato per legare i cavalli. È stata costruita sopra una precedente struttura quadrangolare di circa 1 metri di lato e 70 cm di altezza, formata da quattro lastre di pietra, che è stata in essa inglobata. L’esedra aveva un diametro di quasi 14 metri ed era formata da betili verticali infissi nel terreno. La stele ha un'altezza residua di 2,9 metri, presenta la fascia centrale e quelle perimetrali in rilievo e si distingue dalle altre per avere la parte inferiore suddivisa a riquadri incavati ai lati del portello d'ingresso. La camera funeraria è composta da lastre infisse nel terreno, è lunga 10,3 metri ed è parzialmente scavata nella roccia. In origine era coperta da lastre orizzontali. All'interno della tomba sono state rinvenute grosse pentole decorate con triangoli e scacchi ottenuti con puntinatura impressa a crudo, che ricordano le stoviglie della cultura di Monte Claro. Assai simili ne sono state rinvenute presso il protonuraghe Trobas, distante appena 270 metri su un rilievo a destra della via per Villanovaforru. Si ritiene quindi che si trattasse di una tomba collettiva destinata a ricevere i corpi degli abitanti di tale protonuraghe.
Da Lunamatrona a Villanovaforru 
 Proseguendo da Lunamatrona sulla SP49, raggiungiamo dopo sei chilometri Villanovaforru (nome in lingua Biddanoa Forru, metri 310, abitanti 707), paese nato nel '600 con un impianto urbanistico basato su una via principale e sulle secondarie che la intersecano ortogonalmente.

In piazza Parrocchia troviamo la parrocchiale di San Francesco, edificata nel XVII secolo in stile gotico-aragonese ma successivamente modificata in stile barocco, con un bel altare marmoreo barocco.
Sempre nella piazza Parrocchia, nell'ottocentesco palazzo dell'ex Monte Granatico, si trova il Museo Archeologico, dove è conservato parte del materiale rinvenuto nel vicino complesso nuragico Genna Maria.
Sulla SP49 che congiunge Villanovaforru con Collinas troviamo il complesso nuragico Genna Maria. Il nome Maria deriva dal fatto che, verso occidente, dalla collina di 400 metri dove si trova il complesso, lo sguardo attraversa tutto il Campidano ed arriva fino al mare. Il sito è stato interessato da scavi a partire dalla fine degli anni '60 e dalla collina sono emerse le strutture di un insediamento nuragico costituito da un nuraghe e da un villaggio di capanne. Il nuraghe è costituito da un mastio centrale al quale sono state successivamente aggiunte tre torri laterali che lo hanno trasformato in un trilobato, con un cortile interno. Il monumento è in cattivo stato di conservazione a causa del materiale usato per la costruzione, è infatti realizzato adoperando la tenera roccia locale marnosa e arenacea. Gli architravi e altre parti sotto sforzo sono meglio conservati perché costruiti in materiale vulcanico più resistente. Successivamente è stato realizzato un antemurale difensivo nel quale sono state innalzate sei torri, ed è stato anche rinforzato il bastione con un rifascio murario per i circa 2/3 del perimetro. Interessante è il villaggio che circonda il nuraghe, composto da case tra le quali numerose sono quelle con pianta a corte centrale, cioè in diversi ambienti gravitanti intorno ad un cortile centrale scoperto. All'interno delle capanne sono state rinvenute suppellettili per la casa, armi ed altro. Nel villaggio sono presenti i resti di diverse fucine, che fanno immaginare una notevole produzione di oggetti in metallo ed armi. Il villaggio fu abitato sino nell'VIII secolo a.C. per poi essere abbandonato a causa di un violento incendio. Verrà poi frequentato sporadicamente fino in età punica, intorno al IV secolo a.C., quando il nuraghe già parzialmente distrutto venne dedicato al culto della dea Demetra, durante la dominazione di Roma trasformato nel culto della corrispondente divinità Cerere. Sono forti le analogie tra questo villaggio quello di Sant'Imbenia nei dintorni di Alghero e di Soroeni a Lodine. Tutto il materiale rinvenuto nel sito è visibile al Museo Archeologico del paese.

Proseguiamo verso Collinas 
 
Passato il Genna Maria, la SP49 prosegue e dopo due chilometri porta a Collinas (nome in lingua Forru, metri 249, abitanti 1.021), per secoli punto di passaggio per chi dalla costa si inoltrava verso l'interno della Sardegna passando attraverso la Marmilla. Un tempo veniva chiamata Forru, nome che forse deriva dall'attività metallurgica praticata presso il nuraghe Genna Maria. A Collinas avremmo potuto arrivare anche da Sardara percorrendo la SP69 per circa quattro chilometri.
A Forru, oggi Collinas, nasce nel 1815 Giovanni Battista Tuveri, giornalista ed esponente di spicco del federalismo cattolico italiano. Entra nel 1827 nel seminario tridentino di Cagliari e si iscrive nel 1833 a legge, che però abbandona. Tornato a Forru, si dedica agli studi di storia, filosofia, teologia e politica. Matura posizioni democratiche ed è scettico nei riguardi della fusione della Sardegna nel Regno Sabaudo, un atto affrettato destinato ad aggravare le condizioni dell'isola. Eletto deputato nel primo parlamento subalpino, presenta nel 1849 una mozione d'accusa contro Gioberti, che aveva attaccato Mazzini e i repubblicani, mozione che viene però ignorata. Tornato nell'isola, si dedica all’attività giornalistica, in forte polemica con i conservatori e con Alberto Lamarmora, commissario straordinario della Sardegna. Nel 1851 pubblica il trattato «Del diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi», che illustra la sua concezione di uno stato federalista, dove il popolo è sovrano e dove la religione, tornata al cristianesimo evangelico, si concilia con la libertà. Divenuto sindaco di Forru nel 1870, abbraccia la causa dei piccoli comuni combattendo contro centralismo e pressione fiscale. Amico di Cattaneo e Mazzini, solleva la «questione sarda», termine con il quale riassume la situazione di un popolo privato dei propri diritti e reso apatico da un potere soverchiante. Muore a Forru, che lui stesso in qualità di sindaco aveva ribattezzato Collinas, nel 1887. |
Storicamente, la prima parrocchiale di Collinas è stata la chiesa San Sebastiano, ancora oggi visitabile nel paese. L'espandersi del paese ha portato, nel 1571, alla edificazione dell'attuale parrocchiale di San Michele Arcangelo, con il campanile settecentesco. Conserva tre statue lignee di scuola napoletana del ‘500 ed un polittico raffigurante la Vergine del Carmine della scuola di Pietro Cavaro.
Interessante è anche la chiesa campestre o santuario di Santa Maria Angiargia, situata fuori dal centro abitato immersa in un bosco chiamato il bosco sacro per una credenza che imponeva il rispetto della vegetazione, pena forti sventure. Probabilmente la chiesa era dedicata al culto delle acque, poiché vicino è ubicato il pozzo di Su Angiu.
Il pozzo sacro di Su Angiu ha una scala di pietra e tre nicchie laterali. Pare sia stato scoperto per caso, molti anni fa, quando vi sprofondò la ruota di un carro. E la leggenda vuole che poco lontano, tra i resti di un antico convento benedettino, si celi il tesoro custodito dalla temibile «musca maccedda».
| Un'antica leggenda racconta che in alcune località dell'isola ci fosse una collinetta dall'aspetto di una mammella, come ce ne sono in Marmilla, nella quale erano nascoste due casse. Una conteneva «su scusroxu», il tesoro delle janas, mentre nell'altra erano nascoste le «muscas macceddas», le mosche che macellano, mosche che un tempo avrebbero imperversato su tutta la Sardegna e che oggi rimarrebbero relegate in caverne ed altri luoghi chiusi e nascosti. In questo modo le janas erano garantite che nessuno avrebbe aperto la cassa del tesoro, per non correre il rischio di liberare per sbaglio i terribili insetti. La musca maccedda viene descritta a volte come una mosca pericolosissima, a volte gigantesca in grado di raggiungere addirittura le dimensioni di una pecora, con la testa di pecora, un solo occhio al centro della fronte ed i denti aguzzi, le ali molto corte. Uccidevano divorando il malcapitato, o secondo altri avevano la coda provvista di un lungo pungiglione velenoso con il quale avvelenavano la vittima. Probabilmente la leggenda nasce dalla zanzara anofele, importata in Sardegna dai romani, che con sua la puntura trasmette la malaria. |
Da Lunamatrona a Pauli Arbarei 
 Da Lunamatrona proseguiamo sulla SP49 verso est, dopo tre chilometri arriviamo a Pauli Arbarei (metri 136, abitanti 739), piccolo centro agricolo situato in un’area pianeggiante al centro della Marmilla, adiacente ad una vasta palude prosciugata alla fine dell'800, dalla quale deriva il suo nome.
La parrocchiale di San Vincenzo, edificata nel XVII secolo in stile rinascimentale, è senz'altro una delle chiese più importanti della zona.
A ricordare l'importanza della produzione cerealicola e del grano duro, in paese si conserva il vecchio mulino di Tziu Felis, che lo aveva importato dalla Francia. È ormai però in disuso.
Deviamo verso Siddi 
 Tornati da Pauli Arbarei indietro verso Lunamatrona, deviamo dopo un chilometro e mezzo sulla SP46 da Villamar verso Ussaramanna, dopo un paio di chilometri troviamo sulla sinistra la deviazione sulla SP50 per Siddi (metri 184, abitanti 814). È un paese a economia prevalentemente agricola ai piedi della giara di Siddi, raggiungibile anche con l’unica seggiovia della Sardegna. Formatosi da una colata lavica cinque milioni di anni fa, l'altopiano è coperto da folta macchia mediterranea e ha conservato diversi resti archeologici: ben sedici nuraghi circondano una delle più belle e meglio conservate tombe dei giganti dell’isola.
Poco fuori dall'abitato troviamo la chiesa romanica di San Michele, del XIII secolo. Ha pianta a due navate di diversa dimensione, con due portali. Sull'architrave del portale più piccolo è scolpito un altorilievo con figure umane che danzano.
Prima di entrare in paese, seguendo un cartello per la giara di Siddi, prendiamo la circonvallazione. Dopo 3,6 chilometri svoltiamo a destra su una strada in cemento che dopo 2,7 chilometri ci porta, sul piccolo altipiano basaltico di Su Pranu, alla tomba dei giganti Sa Domu 'e S'Orcu, la casa dell’orco. Il nome le è stato assegnato per scoraggiarne la visita. è una delle più grandi e imponenti della Sardegna, realizzata senza la stele. Ha la facciata costituita da filari sovrapposti di grandi blocchi di basalto squadrati, tecnica costruttiva tipica delle più antiche tombe dei giganti del centro-sud della Sardegna. Anche l’esedra è diversa da quella solita, non essendo delimitata da betili infissi nel terreno, ma da una muraglia di pietre spessa anche due metri. In discreto stato di conservazione fino agli anni '40, è stata oggi parzialmente restaurata. L'ingresso al monumento, al centro dell'esedra, è sormontato da robusto architrave segnato però al centro da una profonda fenditura. La camera funeraria, a pianta rettangolare lunga 10 e larga 1,2 metri, è costituita da blocchi disposti a filari regolari, di dimensioni inferiori nei filari di base, e conserva ancora la copertura originaria. La camera termina con un abside la cui parete di testa è costituita da un'unica lastra infissa a coltello nel terreno. Si ipotizza che potesse contenere fino a trecento salme, accumulate progressivamente nei tempi successivi alla sua costruzione, ma purtroppo non è stato rinvenuto alcun frammento osseo. A qualche decina di metri di distanza dall'ingresso sono posizionati alcuni menhir. Poco distante è presente il nuraghe complesso Conca Sa Cresia.
Ussaramanna 
 Proseguiamo sulla SP46 dopo la deviazione verso Siddi, percorriamo altri quattro chilometri ed arriviamo a Ussaramanna (nome in lingua ùssara Manna, metri 158, abitanti 600), piccolo borgo agricolo in una valle compresa tra la giara di Gesturi e quella di Siddi. Il toponimo, con l'aggettivo Manna, le fu dato per distinguerla dalla vicina Ussaraminore o Ussaredda.
A Ussaramanna, nel mese di maggio, si tiene un'interessante mostra che raccoglie esemplari della flora spontanea della Marmilla.
Turri 
 Proseguendo da Ussaramanna sulla SP46, dopo meno di un chilometro svoltiamo a destra sulla SP44, che in un chilometro ci porta al borgo agricolo di Turri (metri 164, abitanti 551). Nella zona chiamata Molinu si trova la più grande concentrazione di ulivi secolari di tutta la Sardegna. La popolazione si dedica da sempre all'agricoltura ed alla pastorizia, con produzione di cereali, legumi, ortaggi, vino, olio, mandorle, formaggio e del rinomato zafferano.
In centro è presente la seicentesca parrocchiale di San Sebastiano. Di fronte alla chiesa si affaccia un signorile edificio della seconda metà dell’800, con decorazioni palladiane sopra l’architrave delle finestre, sede dell’ex Monte Granitico, ossia dell’antica banca del grano.
La prossima tappa del nostro viaggio
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Nella prossima tappa del nostro viaggio proseguremo la visita dell’interno della Marmilla per andare a visitare Villanovafranca, il castello di Las Plassas, il più importante monumento nuragico della Sardegna, il complesso su Nuraxi di Barumini. |
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