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| Nella Marmilla da Lunamatrona a Villanovaforru e Collinas, da dove proseguiamo per Sardara
In questa tappa del nostro viaggio proseguiremo la visita della Marmilla. Da Villamar effettueremo una deviazione verso Lunamatrona, da dove proseguiremo per Villanovaforru per visitare complesso nuragico Genna Maria. Da qui proseguiremo per Collinas. Ci recheremo quindi a Sardara, dove vedremo il tempio a pozzo di Santa Anastasia ed il Castello di Monreale.
Per ingrandire le immagini e per scorrerle cliccare sulle immagini piccole presenti in questa pagina. Da Villamar una deviazione verso Lunamatrona  Nella scorsa tappa ci eravamo recati da Villamar a Ussaramanna, e dopo sei chilometri avevamo incrociato la SP49 che verso est ci aveva portato a Pauli Arbarei. Se prendiamo invece la SP49 verso ovest, dopo due chilometri, arriviamo al centro agricolo Lunamatrona (nome in lingua Lunamadrona, metri 180, abitanti 1.886), detto pure Mara Arbarei a ricordo del Giudicato di Arborea cui apparteneva, situato nella piana interna della Marmilla e circondato dalle Giare di Siddi e di Gesturi e dalle colline della Trexenta.
Durante il periodo bizantino, a Lunamatrona sono sate edificate le chiese di Sant'Elia e di Sant'Enoc o San Nocco, ad est dell'attuale Municipio. La Chiesa di Sant'Elia doveva essere un edificio più grande, se si pensa che il terreno in cui sorgeva è un quadrato di circa un ettaro. La Chiesa di Sant'Enoc doveva essere un edificio abbastanza piccolo. Le due chiese sono state abbattute in accordo con il vescovo di Ales nel 1770, dato che, con la scusa del diritto d'asilo, erano diventate ricettacolo di malfattori e briganti. In centro possiamo visitare la Parrocchiale di San Giovanni Battista, edificata nel XVI secolo sull'area di una antica Chiesetta benedettina del 1082. Conserva il retablo della Madonna del Latte, una delle principali opere di Pietro Cavaro, il massimo rappresentante della Scuola di Stampace, importante scuola pittorica che prende il nome dal quartiere storico di Cagliari dove i pittori della famiglia Cavaro tennero bottega dal XV fino alle soglie del XVII secolo. Firmato e datato 1518 è uno dei quadri più famosi e importanti della Sardegna. Archeologia nei dintorni di LunamatronaNei dintorni di Lunamatrona, sulla strada per Villanovaforru, in località Nixias, troviamo la tomba dei giganti Su Quaddu de Nixias. La tomba prende il nome da un insolito foro posizionato sulla destra della grande stele, che forse veniva utilizzato per legare i cavalli. È stata costruita sopra una precedente struttura quadrangolare di circa 1 metri di lato e 70 cm di altezza, formata da quattro lastre di pietra, che è stata in essa inglobata. L'esedra aveva un diametro di quasi 14 metri ed era formata da betili verticali infissi nel terreno. La stele ha un'altezza residua di 2,9 metri, presenta la fascia centrale e quelle perimetrali in rilievo e si distingue dalle altre per avere la parte inferiore suddivisa a riquadri incavati ai lati del portello d'ingresso. La camera funeraria è composta da lastre infisse nel terreno, è lunga 10,3 metri ed è parzialmente scavata nella roccia. In origine era coperta da lastre orizzontali. All'interno della tomba sono state rinvenute grosse pentole decorate con triangoli e scacchi ottenuti con puntinatura impressa a crudo, che ricordano le stoviglie della cultura di Monte Claro. Assai simili ne sono state rinvenute presso il protonuraghe Trobas, distante appena 270 metri su un rilievo a destra della via per Villanovaforru. Si ritiene quindi che si trattasse di una tomba collettiva destinata a ricevere i corpi degli abitanti di tale protonuraghe. Da Lunamatrona a Villanovaforru  Proseguendo da Lunamatrona sulla SP49, raggiungiamo dopo sei chilometri Villanovaforru (nome in lingua Biddanoa Forru, metri 310, abitanti 707), paese nato nel '600 con un impianto urbanistico basato su una via principale e sulle secondarie che la intersecano ortogonalmente.

In piazza Parrocchia troviamo la Parrocchiale di San Francesco, edificata nel XVII secolo in stile gotico-aragonese ma successivamente modificata in stile barocco, con un bell'altare marmoreo barocco. Sempre nella piazza Parrocchia, nell'ottocentesco palazzo dell'ex Monte Granatico, si trova il Museo Archeologico, dove è conservato parte del materiale rinvenuto nel vicino complesso nuragico Genna Maria. Il complesso nuragico Genna Maria a VillanovaforruSulla SP49 che congiunge Villanovaforru con Collinas troviamo il complesso nuragico Genna Maria. Il nome Maria deriva dal fatto che, verso occidente, dalla collina di 400 metri dove si trova il complesso, lo sguardo attraversa tutto il Campidano ed arriva fino al mare. Il sito è stato interessato da scavi a partire dalla fine degli anni '60 e dalla collina sono emerse le strutture di un insediamento nuragico costituito da un nuraghe e da un villaggio di capanne. Il nuraghe è costituito da un mastio centrale al quale sono state successivamente aggiunte tre torri laterali che lo hanno trasformato in un trilobato, con un cortile interno. Il monumento è in cattivo stato di conservazione a causa del materiale usato per la costruzione, è infatti realizzato adoperando la tenera roccia locale marnosa e arenacea. Gli architravi e altre parti sotto sforzo sono meglio conservati perché costruiti in materiale vulcanico più resistente. Successivamente è stato realizzato un antemurale difensivo nel quale sono state innalzate sei torri, ed è stato anche rinforzato il bastione con un rifascio murario per i circa 2/3 del perimetro. Interessante è il villaggio che circonda il nuraghe, composto da case tra le quali numerose sono quelle con pianta a corte centrale, cioè in diversi ambienti gravitanti intorno ad un cortile centrale scoperto. All'interno delle capanne sono state rinvenute suppellettili per la casa, armi ed altro. Nel villaggio sono presenti i resti di diverse fucine, che fanno immaginare una notevole produzione di oggetti in metallo ed armi. Il villaggio fu abitato sino nell'VIII secolo a.C. per poi essere abbandonato a causa di un violento incendio. Verrà poi frequentato sporadicamente fino in età punica, intorno al IV secolo a.C., quando il nuraghe già parzialmente distrutto venne dedicato al culto della dea Demetra, durante la dominazione di Roma trasformato nel culto della corrispondente divinità Cerere. Sono forti le analogie tra questo villaggio quello di Sant'Imbenia nei dintorni di Alghero e di Soroeni a Lodine. Tutto il materiale rinvenuto nel sito è visibile al Museo Archeologico del paese. 
Proseguiamo verso Collinas  Passato il Genna Maria, la SP49 prosegue e dopo due chilometri porta a Collinas (nome in lingua Forru, metri 249, abitanti 1.021), per secoli punto di passaggio per chi dalla costa si inoltrava verso l'interno della Sardegna passando attraverso la Marmilla. Un tempo veniva chiamata Forru, nome che forse deriva dall'attività metallurgica praticata presso il nuraghe Genna Maria. A Collinas avremmo potuto arrivare anche da Sardara percorrendo la SP69 per circa quattro chilometri.
A Forru, oggi Collinas, è nato nel 1815 Giovanni Battista Tuveri, giornalista ed importante esponente del federalismo cattolico italiano. A Forru, oggi Collinas, nasce nel 1815 Giovanni Battista Tuveri, giornalista ed esponente di spicco del federalismo cattolico italiano. Entra nel 1827 nel seminario tridentino di Cagliari e si iscrive nel 1833 a legge, che però abbandona. Tornato a Forru, si dedica agli studi di storia, filosofia, teologia e politica. Matura posizioni democratiche ed è scettico nei riguardi della fusione della Sardegna nel Regno Sabaudo, un atto affrettato destinato ad aggravare le condizioni dell'isola. Eletto deputato nel primo parlamento subalpino, presenta nel 1849 una mozione d'accusa contro Gioberti, che aveva attaccato Mazzini e i repubblicani, mozione che viene però ignorata. Tornato nell'isola, si dedica all'attività giornalistica, in forte polemica con i conservatori e con Alberto La Marmora, commissario straordinario della Sardegna. Nel 1851 pubblica il trattato «Del diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi», che illustra la sua concezione di uno stato federalista, dove il popolo è sovrano e dove la religione, tornata al cristianesimo evangelico, si concilia con la libertà. Divenuto sindaco di Forru nel 1870, abbraccia la causa dei piccoli comuni combattendo contro centralismo e pressione fiscale. Amico di Cattaneo e Mazzini, solleva la «questione sarda», termine con il quale riassume la situazione di un popolo privato dei propri diritti e reso apatico da un potere soverchiante. Muore a Forru, che lui stesso in qualità di sindaco aveva ribattezzato Collinas, nel 1887.
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Storicamente, la prima Parrocchiale di Collinas è stata la Chiesa San Sebastiano, ancora oggi visitabile all'interno del paese. L'espandersi del paese ha portato, nel 1571, alla edificazione dell'attuale Parrocchiale di San Michele Arcangelo, con il campanile settecentesco. Conserva tre statue lignee di scuola napoletana del '500 ed un polittico raffigurante la Vergine del Carmine della scuola di Pietro Cavaro, pittore nato probabilmente a Cagliari nell'ultimo quarto del XV secolo e morto sempre a Cagliari nel 1537. Interessante è anche la Chiesa campestre o Santuario di Santa Maria Angiargia, situata fuori dal centro abitato immersa in un bosco chiamato il bosco sacro per una credenza che imponeva il rispetto della vegetazione, pena forti sventure. Probabilmente la Chiesa era dedicata al culto delle acque, poiché vicino è ubicato il pozzo di Su Angiu. Il pozzo sacro di Su Angiu ha una scala di pietra e tre nicchie laterali. Pare sia stato scoperto per caso, molti anni fa, quando vi sprofondò la ruota di un carro. E la leggenda vuole che poco lontano, tra i resti di un antico convento benedettino, si celi il tesoro custodito dalle temibili «muscas macceddas». Un'antica leggenda racconta che in alcune località dell'isola ci fosse una collinetta dall'aspetto di una mammella, come ce ne sono in Marmilla, nella quale erano nascoste due casse. Una conteneva «su scusroxu», il tesoro delle janas, mentre nell'altra erano nascoste le «muscas macceddas», le mosche che macellano, mosche che un tempo avrebbero imperversato su tutta la Sardegna e che oggi rimarrebbero relegate in caverne ed altri luoghi chiusi e nascosti. In questo modo le janas erano garantite che nessuno avrebbe aperto la cassa del tesoro, per non correre il rischio di liberare per sbaglio i terribili insetti. La musca maccedda viene descritta a volte come una mosca pericolosissima, a volte gigantesca in grado di raggiungere addirittura le dimensioni di una pecora, con la testa di pecora, un solo occhio al centro della fronte ed i denti aguzzi, le ali molto corte. Uccidevano divorando il malcapitato, o secondo altri avevano la coda provvista di un lungo pungiglione velenoso con il quale avvelenavano la vittima. Probabilmente la leggenda nasce dalla zanzara anofele, importata in Sardegna dai Romani, che con sua la puntura trasmette la malaria. |
Sardara  Usciamo da Collinas sulla SP69 verso , la percorriamo tra molte curve per 4,5 chilometri, raggiungiamo quindi Sardara (nome in lingua Sàrdara, metri 155, abitanti 4.370), centro agricolo posto all'estremità meridionale della Marmilla, famoso per le sue acque ed interessante per i suoi monumenti. Il nome deriva da «s'ardara», ossia l'altare. Il suo territorio è stato abitato sin da tempi antichi come dimostra la presenza del tempio a pozzo di Sant'Anastasia.
A Sardara saremmo potuti arrivare anche da Oristano, percorrendo la SS131 di Carlo Felice verso sud, dopo 41 chilometri. Oppure Sanluri, percorrendo la SS131 verso nord, dopo aver percorso 11 chilometri. La chiesa Parrocchiale della Beata Vergine Assunta, realizzata tra XIV e XV secolo in stile tardo-gotico. La Chiesa è posta al culmine di una scenografica scalinata, affiancata sulla destra da un campanile a canna quadrata eretto fra il 1634 e il 1764. 
Non lontano dalla Chiesa Parrocchiale si trova il Museo Archeologico Villa Abbas, allestito nei locali dell'ex Municipio, che conserva reperti provenienti dal territorio di Sardara. Si tratta di reperti rinvenuti prevalentemente dall'area del pozzo sacro di Santa Anastasia e dalla necropoli di Terr 'e Cresia. Sono presenti anche reperti rinvenuti in altri siti del Campidano, come la tomba dei giganti de Santu Giuanni a Gonnosfanadiga.
In via San Gregorio è da visitare anche la Chiesa San Gregorio, realizzata nei primi del XIV secolo, esempio di transizione dal romanico al gotico. A navata unica, ha la facciata sormontata da un campanile a vela con doppia campana. Sopra il portale c'è un grande rosone circolare. Fu la Parrocchiale in periodo medievale, quando Sardara ebbe notevole rilievo ed era cinto da una cerchia di mura difensive. 
In piazza Sant'Antonio si trova la Chiesa di Sant'Antonio da Padova, edificata nel XVII secolo. Impostata con pianta Basilicale a tre navate, ha copertura con tetto a doppio spiovente interrotto dalla cupola, che svetta sopra la zona presbiteriale. La facciata resenta lo schema tipico delle architetture barocche, molto presenti nell'isola. Interessante l'altare maggiore, in legno intagliato policromo, recentemente restaurato. Il 13 giugno si celebrano i festeggiamenti in onore di Sant'Antonio da Padova.
Il tempio a pozzo di Santa Anastasia a SardaraA nord del paese, presso la piccola Chiesa Santa Anastasia, possiamo visitare il bel tempio a pozzo di Santa Anastasia. È stato realizzato presso una fonte sacra chiamata «sa funtana 'e is dolus», ossia la fontana che cura i dolori, per le sue presunte capacità terapeutiche. Il tempio a pozzo risale al 1200 a.C. circa, ed è costruito in pietra di basalto scura e pietra calcarea chiara. L'acqua che lo alimenta proviene da una sorgente poco lontana, Sa Mitzixedda, ed è stata incanalata artificialmente per poter arrivare fino al pozzo. Della struttura esterna restano pochi filari di pietre, con la tipica pianta a buco di serratura. Una scalinata di dodici gradini porta alla grande camera sotterranea, a pianta circolare del diametro di quattro metri. La camera è pavimentata con lastre di pietra e colpisce per la precisione e la perizia tecnica con cui è costruita. Ha una copertura a tholos dell'altezza di cinque metri, tutt'ora intatta. La profondità del pozzo è tale che il punto più alto della tholos coincide con il livello del terreno. Durante gli scavi condotti dal Taramelli all'inizio del '900 sono stati trovati vari conci decorati con bugne circolari ed uno a forma di protome taurina, che potevano appartenere alla parte esterna del pozzo. Nell'area circostante si trovano alcune capanne di un villaggio preistorico che si ritiene fosse molto esteso al punto di svilupparsi anche sotto le case e le strade del paese. Durante gli scavi del Taramelli, nella capanna delle riunioni, dotata di sedili alle pareti, sono stati rinvenuti numerosi reperti tra i quali bacili e strumenti in bronzo e bronzetti attualmente conservati al Museo Archeologico di Cagliari. Gli scavi successivi hanno portato alla luce altri reperti, come una base d'altare, un piccolo altare a forma di torre nuragica e un grande bacile. Gli scavi più recenti hanno rivelato che un altro edificio, la capanna del Capo, era dotata di acqua corrente portata con un condotto che parte dalla base della camera del pozzo sacro. In questa capanna è stato inoltre trovato un contenitore in ceramica contenente numerosi lingotti di rame della forma detta a pelle di bue. 
Nei dintorni di SardaraNelle campagne di Sardara è stata portata alla luce la necropoli di Terr'e Cresia, costituita da oltre cento tombe con sepolture sia a inumazione che ad incinerazione. Sono stati rinvenuti reperti ossei umani e di animali, oltre a ricchi corredi funebri risalenti al periodo che va dal I secolo a.C al III secolo d.C. Lungo la SP63 verso Guspini si trovano le terme di Sardara, fra le terme più attrezzate e famose dell'Isola. Sono cinque stazioni termali con temperatura alla sorgente delle acque bicarbonato-sodiche tra i 50 ed i 68 C°. Il fango naturale si presenta argilloso, di colore bruno cenere. La vasca principale di raccolta è ancora oggi quella delle Thermae Neapolitanae dei Romani, cosidette dal nome della città di Neapolis, che sorgeva all'estremità sud del golfo di Oristano. Nei pressi delle antiche Thermae Neapolitanae troviamo la piccola Chiesa di Santa Maria de is Aquas, edificata in stile gotico nei primi secoli del millennio, che ha subito in seguito molti rifacimenti. Oggi è Santuario Diocesiano. Tra Sardara e San Gavino Monreale troviamo il Castello di MonrealeDa Sardara riprendiamo la SP62 e proseguiamo verso sud in direzione di San Gavino Monreale. Lungo la strada si vede la conica altura isolata su cui sorgono i resti del Castello di Monreale, dal quale si domina tutto il territorio circostante, dal Campidano al Golfo di Oristano. Risale probabilmente al X secolo ed insieme con i Castelli di Monte Arcuentu a Guspini e quello di Las Plassas costituiva la cinta difensiva del Giudicato di Arborea e controllava i confini tra il Giudicato di Arborea e quello di Cagliari. Vi soggiornò nel 1324 Teresa D'Entenca, sposa dell'Infante don Alfonso d'Aragona impegnato nell'assedio di Cagliari, e nel 1409 vi si rifugiò Brancaleone Doria, dopo la sconfitta di Sanluri. Successivamente la rocca fu occupata dagli Aragonesi e poi abbandonata. Il Castello è stato recentemente restaurato. La prossima tappa del nostro viaggio | Nella prossima tappa del nostro viaggio proseguiremo la visita dell'interno della Marmilla. Ci recheremo a Villanovafranca per visitare il nuraghe Su Mulinu. Ci recheremo poi al Castello di Las Plassas, ed infine vedremo il più importante monumento nuragico della Sardegna, il complesso Su Nuraxi di Barumini, dichiarato nel 1997 dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità. |  |
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