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Archeologia a Sant'Antioco dove vediamo il tophet fenicio e dove sopravvive l'arte di tessere il bisso
In questa tappa del nostro viaggio racconteremo la Sant'Antioco archeologica e storica. Inizieremo dai resti del periodo fenicio-punico e romano, i più importanti, e faremo anche un'intervista a Chiara Vigo, l'ultima tessitrice del bisso tanto importante per i Fenici ed i Caldei. Ci recheremo poi a visitare sparsi per tutta l'isola i resti del periodo preistorico e nuragico.
Per ingrandire le immagini e per scorrerle cliccare sulle immagini piccole presenti in questa pagina. Il tophet fenicio ed i preziosi reperti del periodo fenicio-punicoSant'Antioco è stato un importante centro di commercio fenicio, poi occupato dai cartaginese e successivamente, con il nome di Sulci, dai Romani che vi iniziarono le attività estrattive. È possibile effettuare una visita guidata che porta a vedere il Museo Archeologico, il Tofet fenicio, il Museo Etnografico, il Villaggio Ipogeo ed il forte Su Pisu che abbiamo descritto nella tappa precedente. Nella nostra visita alla città di Sant'Antioco possiamo vedere dall'esterno anche alcune strutture murari della città antica, in un''area nella quale furono rinvenuti i due leoni un tempo posti all'ingresso della città. A Sant'Antioco è d'obbligo una visita al tophet fenicio, il limbo dei bambini perduti. Nel periodo fenicio, e successivamente in quello punico, i bambini non potevano essere sepolti nella necropoli dato che non avevano ancora superato le cerimonie di iniziazione. Venivano quindi sepolti in una località separata nella nuda terra, nel tophet, il tipico Santuario delle città Fenicie d'occidente, dopo essere stati cremati. Dalla Parrocchiale prendiamo via necropoli ed a qualche centinaio di metri troviamo il tophet fenicio, che sorge su una collina da sempre indicata dalla gente del posto con il nome di Vedetta delle Pignatte. È stato attivo dall'VIII al I secolo a.C. ed è il più importante tophet di tutta la Sardegna ed uno dei principali al mondo. Solo quello di Cartagine infatti è superiore come numero di urne e steli funerarie. Nel tophet sono stati rinvenuti ben 3250 vasi di terracotta contenenti i resti bruciati di bambini, a volte accompagnati da piccoli animali domestici, ed oltre 1500 steli funerarie. Gli scavi proseguono dato che in gran parte è da portare alla luce: si pensa esistano ancora almeno 2000 urne da disseppellire. In base ai resoconti degli antichi Romani, che però ne erano avversari e quindi ne davano un giudizio non sempre imparziale, si è ritenuto che si trattasse dei sacrifici cruenti dei primogeniti delle più alte classi sociali: questo a dimostrazione che gli avversari dei Romani erano incivili e crudeli. Ma una interpretazione storica più attendibile porta ad escludere questa interpretazione, dato che si ritiene improbabile che, in un'epoca nella quale solo una minima percentuale dei bambini sopravviva alle malattie della prima infanzia ed arrivava alla maggiore età, venissero offerti in sacrificio i primogeniti, e soprattutto quelli delle famiglie più abbienti. Da analisi effettuate in questi ultimi anni proprio sui reperti del tophet di Sant'Antioco, si è però visto che molti erano aborti, per cui oggi si tende a ritenere che in gran parte si sia trattato proprio di aborti o di morti premature avvenute prima delle cerimonie di iniziazione. I piccoli animali domestici venivano probabilmente sacrificati alla divinità per scongiurare il ripetersi di un simile luttuoso evento, e la stele funeraria veniva portata sul posto per ringraziare la divinità dopo la nascita di un nuovo figlio. Sulla collina viene oggi riproposto lo stato del tophet al momento degli scavi, dato che i vasi di terracotta lì presenti sono solo ricostruzioni, tranne qualcuno originale che si vede affiorare dalla terra. 
Dalla Parrocchiale prendiamo via Castello e, passato Forte su Pisu, raggiungiamo la necropoli punica. Vi sono stati trovati i resti di oltre 9000 defunti, in numerose tombe ipogeiche (sotterranee) alle quali si accedeva da un ingresso a scalinata. La ho visitata anni fa, da qualche anno è purtroppo chiusa per restauri e non sono riuscito a sapere se e quando verrà riaperta. Per vedere una necropoli punica ben conservata conviene recarsi al Monte Sirai, vicino a Carbonia, che abbiamo già visitato in una tappa precedente. 
Ci possiamo fare un'idea di come fossero le tombe ipogeiche percorrendo via necropoli, dato che gran parte delle camere funerarie scavate nel tufo sono state nel tempo riadattate ad abitazioni, spazi di lavoro e magazzini dagli abitanti di Sant'Antioco. È quello che viene chiamato il villaggio ipogeo. 
Gli originali dei vasi rinvenuti nel tophet fenicio si trovano nel Museo Archeologico Comunale Ferruccio Barreca, sulla sinistra salendo da via Regina Margherita verso piazza De Gasperi, insieme a moltissimi reperti del periodo preistorico e nuragico, fenicio, cartaginese, fino a quello dell'occupazione romana. Tra i reperti di origine punica ci sono le due splendide statue gemelle raffiguranti due leoni accosciati, realizzate in pietra, che probabilmente erano sistemate ai due lati della porta d'ingresso della città. Altri vasi e steli funerarie, oltre a reperti del periodo punico e romano, li possiamo vedere al Museo Archeologico di Cagliari, uno dei più completi e meglio organizzati musei d'Italia. 
A Sant'Antioco sopravvive la tradizione della lavorazione del bisso Solo a Sant'Antioco sopravvive l'antica arte della tessitura del bisso, la seta di mare tanto preziosa per Fenici, caldei ed antichi ebrei; il bisso del quale si narra fosse vestito Re Salomone. La storia del bisso e le fasi della sua lavorazione sono illustrati nelle sale del Museo Etnografico.
Nelle mani di Chiara Vigo sopravvive la tradizione della tessitura del prezioso bisso dei Fenici e dei caldei. Della sua lavorazione ci parla Chiara Vigo, l'ultima erede delle antiche tessitrici di bisso, che ne ha appreso il segreto dalla nonna e lo tramanderà a sua volta alla figlia Maddalena. Ci ha ricevuto nella sua abitazione-labOratorio proprio di fronte al Museo Archeologico. Nel mare dell'isola cresce e si sviluppa, in fondali di 3-5 metri, la Pinna Nobilis Setacea, che solo a maggio è possibile sollevare dal fango per tagliarne il bioccolo di seta, facendolo possibilmente solo da animali anziani e nella quantità minima necessaria a tramandare la tradizione. La fibra viene dissalata nello stagno di Santa Caterina, la cui salinità è inferiore a quella marina, aggiungendo di tanto in tanto acqua dolce, in modo da non ridurre drasticamente la salinità per non irrigidirla, il che la renderebbe non più cardabile, e viene quindi asciugata all'ombra. Dalla cardatura con un cardo a spilli si ottiene una specie di bambagia setosa, scura al buio ma dorata alla luce del sole. Viene quindi filata ed il filato viene messo su una spola di canna, con la quale si passa alla tessitura, per la quale Chiara usa ancora oggi un telaio a tavola, che ci ricorda essere stato il modo più antico di tessere (perché la donna poteva portare la tavola sempre con sé ovunque andasse). Il colore dorato dei tessuti più importanti si ottiene schiarendolo in un bagno di limone: così Chiara ha fatto per il suo lavoro più noto, il Leone di Tiro, che ha dedicato a tutte le donne del mondo, al cui silenzioso lavoro nessuno dà il giusto riconoscimento. 
E nel salutare e ringraziare Chiara Vigo per il tempo che ci ha dedicato, ricordiamo i tanti riconoscimenti che ha ricevuto per la conservazione di un'arte antica che senza di lei sarebbe andata persa. Che porta avanti con amore, sempre disposta a realizzare e donare un suo lavoro a qualsiasi museo che voglia esporlo per raccontare ai giovani le antiche tradizioni. Peccato che la visita al suo labOratorio non sia inserita nel ben organizzato tour che porta a visitare la Sant'Antioco archeologica, dal tophet alla necropoli, dal villaggio ipogeo ai musei Etnografico ed Archeologico! 
I resti del periodo romanoDel periodo romano non resta molto: soprattutto il ponte romano utilizzato fino al 1984 e le catacombe sotto la Chiesa Parrocchiale, considerate il più antico esempio di architettura paleocristiana di tutta la Sardegna. Li abbiamo già visti nella prima tappa della nostra visita. 
In località su Narboni troviamo Sa Tribuna, che avvalora l'ipotesi dell'esistenza di un foro romano nella zona. Dovrebbe trattarsi della parte centrale di un edificio, forse un mausoleo di forma piramidale, fatto risalire al periodo romano, anche se all'interno sono state trovate le spoglie di un cittadino sardo-punico. Altri scavi sono tuttora in corso. 
I menhir Su Para e Sa MongiaLa visita a Sant'Antioco non può ignorare qualche reperto preistorico ed i diversi resti del periodo nuragico che troviamo sparsi per tutta l'isola. I primi segni dell'antica frequentazione umana a Sant'Antioco sono due menhir aniconici presumibilmente risalenti all'Eneolitico. Li incontriamo percorrendo la SS126, al chilometro 3, vicino allo stagno di Santa Caterina, sull'istmo che dall'isola madre porta a Sant'Antioco, a pochi metri dalla ferrovia sulla sinistra, all'interno di un campo privato recintato. Realizzati in roccia trachitica, vengono comunemente chiamati Su Para e Sa Mongia, ossia il frate e la suora. Questi due menhir sono rozzamente sbozzati, uno ha caratteristiche prettamente femminili, mentre l'altro rappresenta sicuramente l'elemento maschile. Si suppone che lì vicino sorgesse un villaggio di capanne e che i due menhir testimoniassero la presenza degli dei nella comunità. Oppure che si tratti di quello che resta di un gruppo di pietre fitte. La leggenda popolare ha attribuito alle due pietre una storia curiosa fatta di amori illeciti e di punizione divina. Narra infatti la leggenda che la coppia di menhir sia quello che resta di due religiosi fuggiti per sottrarsi all'immancabile e severo castigo per il loro peccato, pietrificati dal potere divino e collocati in quel punto come monito per coloro che si recavano a Sulci, ad indicare che in questa terra chi sbagliava doveva pagare per le proprie manchevolezze.
Reperti del periodo nuragico si trovano sparsi in tutta l'isolaDel periodo nuragico restano la fonte sacra di Funtana Cannai e numerosi nuraghi, purtroppo quasi tutti non ben conservati. Per visitare i più significativi, all'arrivo in città dal ponte sull'istmo, all'incrocio seguiamo sulla sinistra le indicazioni per le spiagge e prendiamo la SP76. Superate le Saline di Sant'Antioco e la Spiaggia Canisoni, a 4,5 chilometri dalla città invece di deviare sulla sinistra lungo la costa verso Maladroxia, proseguiamo dritti verso la piana di Cannai, costituita da fertili terreni argillosi bruno rossastri di origine quaternaria, si estende nella parte centro-meridionale dell'isola ed è solcata in direzione nord-sud da un torrente chiamato Rio Triga che ancora oggi in inverno è precorso da un poco d'acqua, e proprio in località Cannai devia pian piano verso est, sino a disegnare un angolo retto, infilandosi nella piana di Maladroxia per sfociare nella Spiaggia di sabbia nera vulcanica di Co 'e Quaddus. Si racconta che sino a cent'anni fa in località Cannai ci fosse un bosco di sughere in cui trovavano rifugio e sostentamento dei cavallini selvatici come quelli della giara di Gesturi. Due chilometri dopo la deviazione per Maladroxia, sulla destra della strada troviamo il pozzo sacro di funtana Cannai, riconosciuta dalla soprintendenza ai Beni Culturali come fonte sacra nuragica. Il pozzo è stato sicuramente riutilizzato sino a pochi decenni fa. Realizzato con pietre al massimo solo sbozzate, ha subito notevoli modifiche nel tempo. 
Da funtana Cannai torniamo indietro 500 metri e, sull'altro lato della strada, troviamo il nuraghe Sa Feminedda, accessibile attraverso una bella stradina in pietra. Il nuraghe è realizzato in calcare ed è ancora intatto anche se coperto dalla vegetazione. È un nuraghe monotorre di cui si conserva, interessante, il circuito perimetrale con un complesso di strutture interrate. Si innalzava presso la fonte sacra di funtana Canai. 
Sul lato sinistro della strada, provenendo da Sant'Antioco, a 4,5 chilometri dalla città incontriamo la deviazione che porta verso Maladroxia. Subito sopra il villaggio di Maladroxia, troviamo il nuraghe S'Ega de Marteddu, situato su una collina da dove controllava il golfo di Palmas. Si tratta di un nuraghe complesso, realizzato in calcare e costituito da un mastio centrale circondato da un muraglione sul quale si addossano alcune torri più piccole. L'ingresso principale non è praticabile, ma si può entrare attraverso un passaggio che porta in una delle camere secondarie con la copertura a tholos ancora intatta. 
Ritorniamo da Maladroxia a Cannai e riprendiamo la strada che ci ha portato qui da Sant'Antioco. Proseguiamo lungo questa strada e, poco più avanti, troviamo sulla destra il nuraghe S'Uttu de Su Para, realizzato in calcare. È un nuraghe monotorre di cui si conserva parte della torre e pochi resti. 
Proseguendo da Cannai verso la costa occidentale dell'isola, una deviazione verso la destra porta su una strada interna che torna verso Sant'Antioco, e dopo qualche chilometro incontriamo il complesso nuragico di Corongiu-Murvonis, con il quale concludiamo il circuito dei Nuraghi. Il nuraghe Corongiu è un nuraghe complesso posto in una posizione strategica, sopra uno sperone roccioso da cui si ha una vista ampia su tutta la zona circostante. L'ampio complesso era formato sicuramente da un mastio centrale e da altre torri addossate ad esso. Era difeso da un ampio bastione murario, di cui si vedono i ruderi e da altre torri. Il complesso nuragico di Corongiu Murvonis ha intorno tracce di un villaggio preistorico. Non è ben conservato. 
La tomba dei giganti Su Niu 'e Su CrobuRitornati sulla la strada principale da Cannai verso la costa occidentale dell'isola, dopo 3,2 chilometri prendiamo la strada interna verso sinistra, che porta al villaggio Polifemo. Sulla sinistra dell'ingresso del villaggio una strada bianca ci riporta in direzione sud, verso il bacino nuragico di Grutt'i Acqua. Dopo 2,5 chilometri esatti, sulla pendenza denominata Su Niu 'e Su Crobu, il nido del corvo, raggiungiamo sulla destra la tomba dei giganti Su Niu 'e Su Crobu. La tomba dei giganti è stata costruita utilizzando massi di roccia vulcanica, sopra una piattaforma in pietra. è l'unico edificio nuragico che nell'isola di Sant'Antioco è stato sottoposto a scavi scientifici. Collocata in un ambiente altamente suggestivo anche sotto il profilo naturalistico, non è ben conservata e priva di indicazioni per cui difficilmente raggiungibile. Nella tomba sono stati ritrovati molti reperti risalenti alla fine del XV secolo a.C. 
Il villaggio preistorico di Grutt'i AcquaProseguendo per circa 200 metri, sulla destra, si apre uno spiazzo con le indicazioni per arrivare al bellissimo insediamento fortificato e villaggio preistorico di Grutt'i Acqua. All'ingresso del villaggio stava un betilo. Nella parte bassa del villaggio, la via di accesso ci porta a una costruzione destinata al culto, un pozzo sacro, che raccoglieva e proteggeva le acque sorgive. Oltre alle linee di fortificazione difensiva lungo i lati della collina, possiamo vedere resti di abitazioni, capanne circolari di pietra, una della quali è ancora quasi intatta. Vicino a questa capanna si trova un locale sotterraneo, forse un deposito di provviste. Ci sono anche i resti di una cisterna scavata nella roccia, che si pensa potesse servire per abbeverare il bestiame. Il villaggio è situato alla base di una collina dove si erge il nuraghe più grande, un robusto nuraghe monotorre. Nella parte più alta della collina rimane una specie di laghetto oggi non più utilizzato e quindi ricoperto di muschio, che veniva riempito dall'acqua piovana e costituiva la riserva idrica del villaggio. 
La prossima tappa del nostro viaggio | A Sant'Antioco si arriva soprattutto per visitarne le aree archeologiche descritte in questa tappa, ma ciò non toglie l'importanza anche delle sue coste. La prossima tappa del nostro viaggio a Sant'Antioco ci porterà quindi ad effettuare il periplo dell'isola percorrendone le coste, per visitarne tutte le spiagge. |  |
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