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Nella Barbagia di Ollolai da Mamoiada, il paese dei Mamuthones, a Fonni il paese più alto della Sardegna
In questa tappa del nostro viaggio, proseguiremo la visita dell'interno della Barbagia di Ollolai. Da Orgosolo ci recheremo a Mamoiada, famosa per la stele di Boeli e per il suo carnevale con i Mamuthones, che rappresentano esseri tratti in schiavitù, e gli Issohadores, i loro dominatori. Ci recheremo poi a Fonni, il paese più alto della Sardegna, famoso per il suo Palio.
Per ingrandire le immagini o vedere i filmati e per scorrerli cliccare sulle immagini piccole presenti in questa pagina. Mamoiada   Da Orgosolo impieghiamo una mezz'ora per percorrere gli 11 chilometri della SP22 che, addentrandosi verso ovest nel cuore della Barbagia di Ollolai, ci porta a Mamoiada. Ci saremmo arrivati più comodamente prendendo la SS389 da Nuoro, da dove dista 18 chilometri, di una strada migliore ma meno suggestiva. Mamoiada (nome in lingua Mamujada, metri 644, abitanti 2.600) è un piccolo centro situato in collina, in un territorio ricco di pascoli ed in parte coltivato a vigneti, le cui principali attività economiche sono la produzione di vini e formaggi. Mamoiada è noto anche per gli splendidi costumi femminili, visibili specialmente durante il carnevale.
All'ingresso del paese ci accoglie un mascherone, che invita a visitare il museo delle Maschere Mediterranee. Nel museo sono presenti le diverse maschere tipiche del carnevale barbaricino nei vari paesi, certamente i Mamuthones e gli Issohadores di Mamoiada, e molte altre maschere del bacino del Mediterraneo.
È da vedere nel centro del paese la chiesa della Madonna di Loreto, o Sa Cresia 'e Loreta come viene chiamata in lingua, eretta nel tardo '600. La chiesa è caratterizzata da una insolita pianta centrale quadrata ed era completamente affrescata nella cupola. Purtroppo quegli affreschi sono stati fatti raschiare nella prima metà del 1900. Gli unici affreschi che si possono ammirare sono quelli dell'abside.
Nel 1997, nel cortile di una abitazione civile, lo scavo per la realizzazione di una piccola piscina ha portato alla luce una grande statua menhir di granito, che rappresenta certamente la stele più rappresentativa tra quelle rinvenute nei dintorni. Per visitarla, entrando a Mamoiada provenendo da Nuoro, all'ingresso del paese seguiamo sulla destra le indicazioni per raggiungere il monumento, che troviamo all'interno del cortile del Bed & Breakfast «Sa Perda Pintà».Qui troviamo la grossa lastra di pietra dalla forma irregolare, presumibilmente del III millennio a.C., chiamata stele di Boeli ma più nota con il nome di «Sa Perda Pintà» (la pietra decorata). Il monumento ha la parte superiore arcuata, è alto 2.7 metri e largo circa 2,1 metri, ha uno spessore massimo di circa 70 cm ed è interrato per 30 o 40 cm. Si presume che fosse sistemato al centro di un'area sacra frequentata dagli abitanti di un villaggio neolitico, dato che non lontano sono stati trovati frammenti ceramici con decorazioni tipiche della cultura di Ozieri che si sviluppa tra il 4.000 ed il 3.400 a.C. La sua particolarità è di essere decorata con motivi incisi sulla faccia principale. Si vedono numerosi cerchi concentrici di varie dimensioni, disposti in modo sparso, tutti attraversati per una metà da un'asticella che parte dal centro e termina con una curva, al di fuori del cerchio più esterno. Alcuni sono molto evidenti mentre altri sono quasi impercettibili. Presenta, inoltre, incise numerose coppelle, la più grande con un diametro di 20 cm. Si ritiene che questi simboli fossero collegati al culto della Dea Madre, portatrice di fertilità e abbondanza, e quindi ai culti relativi alla fertilità tipici delle popolazioni neolitiche, collegati anche al ciclo della morte e rinascita della natura e delle stagioni. Queste incisioni rendono la stele di Boeli unica nel suo genere. I soli esempi simili in Sardegna sono stati rinvenuti sempre nei dintorni di Mamoiada, e sono altre due lastre istoriate ed un frammento di stele, che presentano simboli somiglianti anche se non identici. La lastra di Garaunele si trova, spezzata in due tronconi, nella località omonima, vicino alle domus de janas di Sironi. L'altra lastra, che prende anch'essa il nome della località in cui è stata trovata, la lastra di S'Ena Manna, è spezzata in più parti e si trova custodita in un'abitazione privata. Un frammento di menhir, anch'esso custodito in una proprietà privata, è stato ritrovato in località Su Rosariu e riporta scolpiti su un lato piccoli cerchi concentrici. Altri bassorilievi che riportano sia spirali che cerchi concentrici si possono ammirare in altre necropoli della cultura di Ozieri. In Europa, simboli analoghi si trovano su monumenti in Irlanda, Scozia, Inghilterra e Francia Settentrionale. Il tutto a riprova dei forti interscambi che avvenivano tra le popolazioni neolitiche.
Il Carnevale di Mamoiada con i Mamuthones e gli IssohadoresMamoiada è famosa per il suo carnevale, che l'ultima domenica ed il martedì grasso la riempie di turisti. Al centro del carnevale è la sfilata di due tipi di personaggi: «Sos Mamuthones», che rappresentano esseri tratti in schiavitù, e «Sos Issohadores», i loro dominatori. Incerte le loro origini, si suppone rappresentino l'eterna lotta tra il bene e il male, o, secondo un'altra teoria, la battaglia tra i mori ed i sardi. La sfilata si ripete per la festa di Sant'Antonio Abate il 17 gennaio e per San Cosimo il 26 settembre. 
I Mamuthones, da 12 a 14, hanno il viso coperto da un'orrenda maschera di legno nera. Sono vestiti di velluto con la testa coperta da «su mucadore», la sciarpa dell'abito tradizionale femminile; sopra la giacca portano «sas peddes», casacche di pelle di pecora nera; ed appesi alla casacca oltre 25 chili di campanacci da buoi con altri campanelli al collo. 
Gli Issohadores, da otto a 10, indossano la cosiddetta «veste 'e turcu», abito da turco; hanno una maschera dall'espressione buona chiamata «maschera de santu» o «maschera limpia»; sulla testa «sa berritta», la berretta tradizionale sarda, legata al mento da un fazzoletto colorato; pantaloni e camicia di tela bianca e sopraccalze di lana nera. Indossano il corpetto rosso dell'abito tradizionale maschile, a tracolla una cinghia in pelle e stoffa con piccoli sonagli, e portano uno scialle ricamato legato alla vita che scende lungo la gamba sinistra. 
La sfilata è una cerimonia affascinante e solenne, a metà tra la processione ed una danza rituale. Aprono la sfilata gli Issohadores, che si muovono con passo agile e con balzi improvvisi, seguiti dai Mamuthones che procedono con andatura lenta e pesante in due file parallele, quasi zoppicando, e ad intervalli ritmici tutti insieme danno un colpo di spalla che scuote e fa suonare tutti i campanacci. Gli Issohadores lanciano tra la folla la «soha», una lunga fune di giunco, con il quale agganciano e portano a sé come prigioniero l'uomo o la donna che hanno scelto. 
Il carnevale di Mamoiada è una delle rappresentazioni più caratteristiche della millenaria tradizione sarda, ed è stato definito da qualcuno l'anticarnevale, in quanto rappresentazione allegorica che manca però dell'allegria tipica del carnevale, rievocando chissà quali eventi drammatici della vita dell'isola. Così lo racconta, in «Miele amaro», Salvatore Cambosu: «E se vuoi un Carnevale che non ce n'è un altro sulla terra, vattene a Mamoiada vedrai l'armento con maschere di legno, l'armento muto e prigioniero, i vecchi vinti, i giovani vincitori: un carnevale triste, un carnevale delle ceneri: storia e misura di ogni giorno, gioia condita con un pò di fiele e aceto, miele amaro». I dintorni di MamoiadaDa Mamoiada riprendiamo la SS389 verso sud, in direzione di Fonni. Dopo tre chilometri, al chilometro 119, superato un cancelletto sulla sinistra della strada, troviamo su una altura il sito archeologico della necropoli di Istevene. La necropoli è costituita da sei domus de janas ipogeiche, scavate nel contrafforte montuoso di granito che chiude a sud-est la conca di Istevene. Sono piccole, sia monocellulari che pluricellulari, tutte realizzate con grande cura. La prima tomba ha un breve dromos, con sulla parete di fondo il portello quadrangolare, che porta nel primo vano rettangolare, oggi con la volta crollata. Sulla parete sinistra si apre l'ingresso della seconda camera, anch'essa rettangolare. La seconda tomba presenta un dromos a pianta triangolare, dal quale si accede a un vano a pianta ellittica. Sulla parete sinistra si apre l'ingresso della seconda camera, dalla quale si accede a un terzo vano quadrangolare. La terza tomba è la più grande ed anche la più importante. Ha un atrio con sulle pareti di fondo e di sinistra due portelli, ognuno dei quali conduce a una celletta rettangolare. Le cellette comunicano fra di loro per mezzo di un apertura interna. La cella con ingresso sulla parete di fondo è divisa in due settori da un gradino interno. Sulle pareti si vedono tracce d'intonaco rosso, sul lato destro sono scolpite delle incisioni verticali e sulla parete dell'ingresso una coppella circolare. Alcune fossette circolari sono scavate sul pavimento. Al centro della cella troviamo un pilastro a sezione rettangolare che presenta una protome taurina in rilievo. Si tratta di elementi piuttosto infrequenti nelle domus de janas del nuorese. La quarta e sesta tomba sono monocellulari, così piccole che sembrano più delle nicchie che veri vani funerari. La quinta tomba è anch'essa monocellulare, costituita di un unico ambiente con la parete curva. Proseguendo sulla SS389, a circa cinque chilometri da Mamoiada troviamo le indicazioni che ci fanno prendere sulla destra la SP30 che porta a Lodine. Qui troviamo, sul lato destro della strada, il santuario di San Cosimo o dei santi Cosma e Damiano. Edificato nel VII secolo, è probabilmente il più antico della Sardegna. Al centro della recinzione troviamo la chiesa di San Cosimo, mentre l'interno della recinzione è occupata da numerose «cumbessias», le piccole abitazioni che accoglievano i pellegrini. Ci è capitato di andarci in occasione di una festa folkloristica, con le «cumbessias» occupate da proposte di gastronomia ed altri prodotti locali, ed i visitatori che ballavano al suono di un organetto diatonico. 
Alle falde del GennargentuIl massiccio del Gennargentu è costituito da un substrato di scisto con presenza di rocce granitiche risalenti al Paleozoico, e verso sud da formazioni calcaree che costituiscono i caratteristici tacchi prodottisi nel Mesozoico. È un territorio quasi completamente disabitato, molto aspro, con alternarsi di monti, altopiani, e vallate scoscese. Vi sopravvive una fauna di estremo interesse: l'aquila reale e l'aquila di Bonelli, il nibbio reale, cinghiali selvatici, volpi, gatti selvatici, donnole, lepri... Anche la flora è significativa, con piante secolari alcune delle quali presenti solo in questa zona selvaggia della Sardegna. Fonni, il paese più alto della Sardegna   Proseguiamo in nostro viaggio prendendo la SS389 verso sud. Poco dopo Mamoiada, la SS389 si biforca e prendiamo sulla destra la diramazione SS389D, che sale a Fonni (nome in lingua Fonne, metri 1000, abitanti 4.462), dove arriviamo dopo 16 chilometri. È il paese più alto della Sardegna, posizionato a 1000 metri di altezza ed adagiato sul lato settentrionale del Gennargentu. Siamo sempre nella Barbagia di Ollolai, e così lo racconta Grazia Deledda: «Fonni quel bizzarro paese adagiato sulla cima di un Monte come un avvoltoio in riposo. D'inverno il paese era quasi deserto, perchè i numerosi pastori nomadi che lo popolavano (uomini forti come il vento e astuti come volpi) scendevano con le greggi nelle tiepide pianure meridionali; ma durante il bel tempo un bizzarro viavai di cavalli, di cani, di pastori vecchi e giovani animava le straduccole». La città di Fonni nasce alla fine del primo millennio, sviluppandosi attorno alla chiesa di San Giovanni Battista. Notevole la bellezza del paesaggio circostante, con lo sguardo che spazia verso nord dal lago artificiale del Govossai alla cima della Madonna del Monte, mentre a sud si distinguono le vette più alte del Gennargentu. Vive di un'economia prevalentemente agricola, alla quale si è affiancato negli ultimo decenni il turismo, dato che a Fonni sono stati realizzati diversi impianti sciistici che hanno fatto di Fonni, con Desulo, i più importanti centri del turismo invernale in Sardegna.
 Nel centro del paese possiamo visitare la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, edificata nel XVI secolo su una preesistente chiesa gotica. Interessante l'interno, in stile gotico-aragonese assai simile a quello della parrocchiale di Gavoi. La facciata è caratterizzata da richiami bramanteschi. All'interno conserva una tavola dei primi del '500 ed un bel crocefisso del '700. Il 24 giugno, presso questa chiesa, la festa di San Giovanni Battista sostituisce l'antica festa pagana del solstizio d'estate. La messa solenne vede la benedizione di «su cohone e vrores», un pane tipico. La sera il simulacro del Santo viene accompagnato in processione per le vie del paese dai cavalieri, dalle donne che indossano il costume tradizionale e dai fedeli. In piazza dei Martiri visitiamo il complesso Basilicale della Madonna dei Martiri, considerato uno dei più articolati e significativi esempi di tardo-barocco della Sardegna. Il terreno dove sorge la Basilica venne affidato nel 1610 al francescano Giorgio d'Acillara. Il Convento e l'annessa chiesa conventuale di San Francesco, dedicata alla Santissima Trinità, vennero completati intorno al 1632. Tra il 1702 ed il 1706, demolita la cappella del Rosario, venne ampliata la struttura trasformando il complesso della Trinità in una Basilica dedicata alla Madonna dei Martiri di Fonni. L'interno del complesso Basilicale è costituito da un grande cortile porticato circondata dalle «cumbessias», le basse casette per ospitare i pellegrini, e da una serie di edifici realizzati intorno alla struttura principale, la chiesa della Santissima Trinità. Sulla sinistra della chiesa si trova il Convento ed a destra l'oratorio di San Michele. Il Convento è un quadrilatero, con le celle affacciate sul chiostro, nel quale so trova il pozzo centrale. All'interno conserva una preziosa collezione di dipinti del '600 e '700, di artisti che hanno lavorato alla costruzione della chiesa: Antonio Todde, Giuseppe Lopez e Pietro Antonio Are. La chiesa è molto semplice, con una sola navata e volta a botte, due cappelle semicircolari. All'interno della chiesa sono presenti alcuni affreschi del '700 opera di vari artisti sardi, ed il presbiterio sopraelevato conserva un quadro di Antonio Todde raffigurante la Trinità. Sotto la chiesa c'è una cripta, con la cappella delle reliquie, ed un santuario sotterraneo, formato da un vestibolo e da due spazi di culto dedicati a Sant'Efisio e a San Gregorio Magno, considerati i padri della fede dalle popolazioni barbaricine. L'oratorio di San Michele Arcangelo è un piccolo edificio a pianta centrale eretto tra il 1758 ed il 1759. 
La prima domenica di giugno, presso la Basilica, si tiene Sa Festa de Sos Martires de Fonni, la festa dei martiri di Fonni, preceduta dalla novena che inizia la domenica precedente. Dal sabato al martedì si svolgono i festeggiamenti civili, mentre ai festeggiamenti religiosi sono dedicati la domenica e il lunedì. Il culmine della festa è la sera del lunedì, dopo la messa solenne, la processione nei costumi tradizionali con il simulacro della Madonna, che percorre le vie del paese accompagnata dai partecipanti nei costumi tradizionali, e dai cavalieri della Madonna dei Martiri. La festa è resa suggestiva dal corteo equestre «de s'istangiartu», lo stendardo che accompagna la Madonna durante le processioni, e dai gosos, i canti sacri in lingua sarda in onore della Vergine. È un appuntamento che fu molto amato da Grazia Deledda e Salvatore Cambosu, che la raccontarono nelle loro loro opere. Il Carnevale di FonniIl carnevale fonnese è caratterizzato dalle antiche maschere de S'Urthu e Sos Buttudos, che rappresentano la lotta quotidiana dell'uomo contro gli elementi della natura. Sos Buttudos indossano un cappotto di orbace sopra abiti di velluto, portano scarponi e gambali di cuoio e sulle spalle i campanacci detti Sonaggias, e tengono al guinzaglio con una rumorosa catena di ferro S'Urthu, l'orso. Quest'ultimo è vestito di pelli di montone o di caprone, di colore bianco o nero, ha un grosso campanaccio legato al collo e la faccia annerita dal sughero carbonizzato detto S'Inthiveddu. S'Urhtu tenta continuamente di liberarsi dalle catene, aggredendo uomini e cose che incontra sul suo cammino, arrampicandosi sugli alberi e sui balconi, aizzato ad avventarsi sulla gente e soprattutto sulle ragazze che subiscono le sue esuberanze, mentre Sos Buttudos tentano di domarlo. Il Palio di FonniMolto famoso è il Palio di Fonni, che si tiene ogni anno la prima domenica di agosto ed è, dopo quello di Siena, il più importante palio italiano. Detto anche Palio dei Comuni, è una sfida tra fantini-pastori e fantini-professionisti. Al Palio è ammesso un solo fantino del peso minimo di 60 chili, per comune o frazione di appartenenza, che indossa una divisa con i colori del comune di appartenenza. I cavalli vengono montati a pelo, senza speroni e con frustino fino a 40 cm. Le batterie di selezione si svolgono nell'ippodromo comunale di San Cristoforo, su un percorso di 1400 metri circa, mentre la finale, riservata a otto o nove cavalli, su un percorso di 2000 metri. L'albo d'oro ha visto negli anni vittorie dei comuni di Buddusò, Domusnovas, Fonni, Monteroni D'Arbia (Siena), Nuoro, Samugheo, Silanus, Siurgus, Solarussa, Tratalias. Il Palio è accompagnato da corse a Pariglia in costume. I dintorni di FonniLungo la SS389 che ci ha portato da Mamoiada a Fonni, a circa 10 chilometri da Mamoiada, possiamo prendere sulla sinistra la SP2 per Pratobello. Dopo 200 metri, un sentiero sulla sinistra della strada porta al nuraghe di Dronnoro, che è già visibile dall'abitato di Fonni. È un grosso nuraghe complesso, composto da un mastio centrale e due torri laterali uniti da un bastione, percorso da corridoi che collegano le torri laterali a quella centrale. Alla torre principale si accedeva da un cortiletto, chiuso lateralmente dalle due torri secondarie. Il nuraghe è il più importante della zona, ben conservato all'esterno, ma con tutti gli ingressi e l'interno completamente ostruiti da crolli. Non è quindi possibile visitarne l'interno. Proseguendo sulla SP2, superato il paese fantasma di Pratobello, prendiamo la vecchia SP2 verso Lanusei. Al chilometro 7,2 vediamo sulla destra la necropoli di Madau, che prende il nome dalla località nella quale si trova. La necropoli è costituita da quattro tombe dei giganti, simili tra loro, disposte ad anfiteatro. La prima tomba è la più grande, del tipo con facciata a filari. Ha un atrio esterno largo 24 metri. La stele è sormontata da un fregio a dentelli, che troviamo a terra davanti all'ingresso. La camera è lunga 22 metri. Nelle vicinanze della tomba si trova una pietra circolare con scolpite alcune coppelle. La seconda tomba, che si ritiene sia la più antica, è edificata su una preesistente tomba dolmenica. Ha un'esedra circolare del diametro di 12 metri. La camera è costruita con blocchi di pietra squadrati ed è ben conservata. Le altre due sono conservate meno bene. Nella necropoli, portata alla luce nel 1982, sono stati trovati vasellame, betili in trachite, bracciali di bronzo, e molte perline per collana in pasta vitrea. Proseguendo sulla SP2, passata la necropoli di Madau, al chilometro nove troviamo sulla destra una stradina che portam dopo poche centinaia di metri al santuario preistorico di Gremanu. È situato in località Gremanu, sul versante nord-est del Gennargentu, in prossimità del passo di Caravai, a 1118 metri di altezza. Il complesso, tra i più significativi della Sardegna, si estende su un'area di oltre sette ettari. Nella zona più a Monte sono presenti diverse fonti ed inoltre quello che alcuni ritengono un acquedotto preistorico costituito da quattro pozzetti collegati da un sistema di canalette di trachite, unico in Sardegna. L'acqua della prima fonte veniva portata con una canaletta al villaggio situato a valle. Non lontano, è presente una vasca rettangolare lunga tre metri e larga 2, realizzata con blocchi di basalto a T. La vasca ha il pavimento lastricato e si ritiene venisse utilizzata per abluzioni rituali. Un ambiente circolare, con copertura a tholos, vicino alla vasca racchiude un altro pozzo. Le fonti e i pozzi sono racchiusi in una recinzione muraria semicircolare, all'interno della quale sono stati rinvenuti spilloni e pugnali in bronzo, elementi di collana e contenitori per attingere l'acqua. Più a valle, c'è un'area sacra con una serie di templi, racchiusi da un grande recinto rettangolare lungo circa 70 metri, probabilmente dedicati al culto delle acque come dimostra le presenza delle fonti e dei pozzi. È presente un nuraghe monotorre, con ingresso architravato, che immette in una camera circolare del diametro di nove metri. Ha copertura a tholos ed il pavimento lastricato da blocchi di scisto e granito. Attorno al nuraghe è stata edificata l'area sacra. Sono state rinvenute spade votive e, dai resti di fumo sulle pareti. Non possiamo escludere che nell'edificio, per un certo tempo, venisse fuso il piombo, e che il tholos avesse un'apertura sulla sommità per l'uscita del fumo di fusione. C'è anche un tempio a megaron, con un vestibolo di due x 2,6 metri, che porta, attraverso un ingresso rettangolare, alla cella a pianta rettangolare lunga 11,5 metri. Un breve corridoio immette in secondo vano, rettangolare, di 4,8 x due metri. Il altro tempio ha vestibolo rettangolare, che immette nella cella a pianta rettangolare, della lunghezza di 10 metri, e con la parete di fondo absidata. Nei templi, ed anche all'esterno, sono state trovate diverse basi in pietra con dei fori, dove si ritiene venissero fissati bronzi figurati e spade votive. L'area sacra apparteneva a un villaggio preistorico, del quale si vedono i resti delle capanne. Poco lontano è situata la necropoli di tombe dei giganti di Madau, che si riteine fosse in qualche modo collegata a questo villaggio e santuario nuragico. La presenza del nuraghe e della necropoli, portano a ritenere che il complesso del Gremanu sia stato realizzato in una fase successiva, caratterizzata dal nascere del culto delle acque, sopra un preesistente insediamento nuragico. Da Mamoiada prendiamo la SS389 verso Fonni. Circa al chilometro 127, subito prima del ponte sul Rio Taloro affluente del Tirso, troviamo sulla sinistra, a circa 80 metri dalla strada, la tomba dei giganti di Bidistili o di Durane, dal nome della località. È una tomba a filari, realizzata con pietre regolari, ben lavorate e perfettamente allineate. All'interno di una ampia esedra, c'è sulla sinistra un piccolo betilo, attorno al quale si ritiene venissero depositate le offerte dato che sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ceramica. Manca, però, la stele. La camera sepolcrale è rettangolare, abbastanza piccola, ricoperta con filari aggettanti. Si chiude con un abside che ha la forma di una barca rovesciata. Il letto funerario è costituito da ciottoli di fiume. In questa tomba sono state trovate semplici ciotole carenate, fregi a dentelli e soprattutto l'unica armilla (braccialetto metallico) finora rinvenuta, realizzata in ferro invece che in rame o bronzo. Ciò porta a ritenere una sua frequentazione fino all'età del ferro. La prossima tappa del nostro viaggio | Nella prossima tappa lasceremo la Barbagia di Ollolai ed entreremo, a Desulo, nel Mandrolisai, la regione della Sardegna che visiteremo meglio nella tappa successiva. Poi entreremo nella Barbagia di Belvì, dove visiteremo Belvì e Aritzo, famosa per il commercio della neve e per il sorbetto al limone chiamato Sa Carapigna. Proseguiremo con la visita di Gadoni e Meana Sardo. |  |
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