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 Passando per Desulo nel Mandrolisai, ci rechiamo nella Barbagia di Belvì a Belvì, Aritzo, Gadoni e Meana Sardo
In questa tappa lasceremo la Barbagia di Ollolai ed entreremo, a Desulo, nel Mandrolisai, la regione della Sardegna che visiteremo meglio nella prossima tappa. Poi entreremo nella Barbagia di Belvì, dove visiteremo Belvì e Aritzo, famosa per il commercio della neve e per il sorbetto al limone chiamato Sa Carapigna. Proseguiremo con la visita di Gadoni e Meana Sardo.
Per ingrandire le immagini o vedere i filmati e per scorrerle cliccare sulle immagini piccole presenti in questa pagina. Desulo agli estremi orientali del Mandrolisai  A Desulo entriamo nel Mandrolisai, la regione storica dalla Sardegna centrale che costituisce il cuore pulsante della Sardegna, del quale è il comune situato più a oriente, e che descriveremo meglio nella prossima tappa del nostro viaggio. Del Mandrolisai abbiamo già visitato Samugheo, quando abbiamo visitato la Provincia di Oristano. Da Fonni prendiamo la SP7, che ci porta tra splendidi boschi. Dopo una ventina di chilometri ci porta, in località S'Arcu de Tascussi, fino a 1245 metri di altezza. La SP7 ci fa arrivare a Desulo (nome in lingua Dèsulu, metri 888, abitanti 2.893), antico centro agropastorale ai limiti orientali del Mandrolisai, caratterizzato dai tipici balconi in legno. Il paese era inizialmente diviso nei tre quartieri Asuai, Issiria e Ovolaccio, in origine tre villaggi separati, ciascuno dei quali mantiene intatto il suo centro storico. Appartenne al Giudicato di Arborea, parte della Curatoria del Mandrolisai. Passato sotto gli Aragonesi ottenne, come tutto il Mandrolisai, di essere governato da un signore nativo scelto per elezione. Nelle sue vie è facile incontrare donne abbigliate con il coloratissimo costume tradizionale, caratterizzato dai colori rosso, giallo e blu che fanno riferimento delle tre regioni barbaricine di Ollollai, Belvi e Seulo. Desulo, infatti, è uno dei centri dell'isola nei quali sopravvive, soprattutto tra gli anziani, l'uso abituale dell'abbigliamento tradizionale. Desulo, con le sue piste da sci, è anche un importante centro del turismo invernale. A novembre, in occasione della mostra agro-alimentare «La Montagna Produce», per tre giorni il centro storico si riempie di visitatori che arrivano da ogni parte dell'isola, che lo trasformano in una sorta di paese-mercato, con in esposizione di prodotti tipici come pani, dolci, miele, formaggi, liquori.

Al centro del rione Asuai è situata la chiesa San Sebastiano Martire, costruita a fine '700 e restaurata nel 1932, quando fu sopraelevato il tetto ed allargata di qualche metro la chiesa. La popolazione di Desulo è molto devota a San Sebastiano, e tipica del paese è l'invocazione «Santu Sobostianu meu». Il 20 gennaio vi si tiene la la festa di Santu Sobostianu de Ierru. Dopo la Messa, viene benedetto un grande falò, chiamato «su fogone de Santu Sobostianu», che verrà acceso in piazza. La festa popolare si celebra invece la prima domenica di luglio, con la messa preceduta dalla processione e dalla cerimonia di insediamento del nuovo gruppo delle Prioresse di San Sebastiano. Il sette settembre, in occasione della festa della Vergine del Rimedio, si svolge una messa solenne e l'insediamento delle Prioresse della Vergine del Rimedio. 
Nel rione Issiria si trova la vecchia parrocchiale di Sant'Antonio Abate, da tempo chiusa in attesa di restauro. Costruita nel XIV secolo con tre navate a croce latina, ha una interessante cupola ottagonale. L'ingresso è costituito da un portale romanico, su colonne con capitelli decorati. Sulla facciata è presente un rosone di cui rimane però solo la cornice. Custodiva all'interno una statua in legno del Cristo crocifisso, del XVI secolo, ora conservata nella chiesa di Santa Croce, ed un pulpito in legno, del XVII secolo, che oggi troviamo nella nuova chiesa parrocchiale. Nel 1980, quando la vecchia chiesa era chiusa da ben 13 anni, è stata inaugurata la nuova parrocchiale di Sant'Antonio Abate, realizzata in scisto per adeguarsi allo stile delle abitazioni del paese. 
Sempre nel rione Issiria possiamo visitare la chiesa di Santa Croce, edificata nel XVII secolo ma più volte rimaneggiata. Conserva diverse pitture su tavola del XVII secolo, e nell'altare centrale la statua in legno policromo di Cristo crocifisso del XVI secolo, che viene portata in processione il venerdì Santo nella processione detta «S'Interru de Deus», ossia il seppellimento di Dio.
Nel quartiere Ovolaccio troviamo la chiesa della Madonna del Carmine, riedificata nel 1858 in posizione diversa rispetto alla piazza detta de Su Cramu, dove si trovava l'antica chiesetta, di cui non restano che le fondamenta. Il 16 luglio vi si celebra la festa della Madonna del Carmelo, quando si insediano le Prioresse della Madonna del Carmelo. La seconda domenica di settembre, invece, si svolge la festa in onore di San Basilio, con l'insediamento delle nuove Prioresse di San Basilio, prima della messa e della processione solenne. 
Di fronte alla chiesa della Madonna del Carmine possiamo visitare il Museo Etnografico, ospitato nella casa di Antioco «Antigu» Casula, più noto con lo pseudonimo «Montanaru» con il quale firmava le sue opere.  Antioco «Antiogu» Casula, noto con lo pseudonimo Montanaru con il quale firma le sue opere, è il più importante poeta in lingua sarda del '900, autore tra l'altro della bella e delicata Ninna Nanna de Anton'Istene», Ninna nanna per Antonio Stefano, un rifacimento colto della più tradizionale ninna nanna. Nato nel 1878 a Desulo, dopo le scuole del paese, frequenta il ginnasio a Cagliari e a Lanusei, ma deve rinunciare agli studi per le condizioni economiche della famiglia. Abbandonata la scuola si arruola nei carabinieri, e così, «randagio per tutte le strade della Sardegna», scopre la sua isola «dai picchi di Gallura alle colline del Logudoro». Inizia a leggere i poeti sardi, particolarmente Sebastiano Satta, di soli dieci anni più grande. In tutta l'opera di Antioco Casula è forte l'influenza di Satta e della produzione civile di Carducci, ma, a differenza di Satta, Montanaru scrive esclusivamente in sardo. Pubblica nel 1904 «Boghes de Barbagia». Abbandona l'arma e diventa direttore dell'ufficio postale di Desulo e insegnante nella scuola elementare, per potersi dedicare agli studi e alla poesia. Nel 1922 pubblica «Cantigos d'Ennargentu», dove, accanto ai bellissimi versi di «Est una nott'e luna», che verrà successivamente musicata ed è oggi cantata da molti cori polifonici sardi, compaiono ritratti di personaggi come Tiu Bustianu Sale, Tiu Bobore Mannu, Sa Tia de Filare. Ottenuto un forte successo di critica, viene invitato a rappresentare a Milano nel 1925 la Sardegna al Congresso Nazionale dei dialetti d'Italia. Ma la sua difesa della lingua e della cultura sarda si scontra con le posizioni del governo fascista, tanto che nel 1933 la pubblicazione di «Sos cantos de sa solitudine» scatena una forte polemica di Giulio Anchisi, contro quello che definisce «l'anacronistico uso del sardo in poesia». Durante la seconda guerra mondiale scrive versi sempre più introspettivi. Nel dopoguerra aderisce al Partito Sardo d'Azione. Colpito da paralisi, muore dopo quattro anni nel 1957. Le ultime due raccolte di poesie vengono riordinate dal genero e pubblicate postume con il titolo di «Sas ultimas canzones» e «Cantigos de amargura». Di lui scrive l'antropologo Michelangelo Pira: «Essi non sapevano o non sanno quello che Montanaru aveva capito d'istinto: che nel nostro secolo il sardo, venuto a contatto con la lingua italiana, è venuto modificandosi nelle sue strutture lessicali, sintattiche, morfologiche, fonetiche e semantiche. Con Montanaru il sardo fu ancora una volta lingua... ». Per approfondire la conoscenza dell'opera di Antioco Casula possiamo leggere, riportati in versione integrale, i suoi libri di poesie «Boghes de Barbagia. Cantigos d'Ennargentu», «Sos cantos de sa solitudine. Sa lantia» e «Sas ultimas canzones. Cantigos de amargura» pubblicati da Ilisso Edizioni di Nuoro.

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Le cerimonie della Settimana Santa a DesuloLa domenica delle Palme a Desulo si svolge la caratteristica processione de sas prammas, ossia delle palme, con le donne che indossano i coloratissimi costumi tradizionali. Il corteo, con in testa le Prioresse della Madonna del Carmelo che portano in mano delle bellissime palme lavorate, parte dalla chiesa del Carmine, dove avviene la cerimonia di benedizione delle palme, ed arriva nella chiesa parrocchiale, dove si svolge la messa solenne. Il giovedì Santo si svolge la Cena del Signore e la Lavanda dei piedi. La mattina presto del venerdì Santo si celebra una prima Via Crucis nel quartiere Issiria. Nel pomeriggio si celebra la passione, con il rito de S'Iscravamentu, per la deposizione del Cristo dalla croce che poi, adagiato su una lettiga, viene portato in processione fino alla chiesa di Santa Croce con Maria vestita a lutto. La domenica di Pasqua, fra il rintocco delle campane e le salve dei fucili, si svolge la processione solenne de S'Inconrtu, per la quale il simulacro del Cristo risorto parte dalla chiesa di Santa Croce per incontrare la Madonna partita dalla chiesa del Carmine. I cortei si ricongiungono nella piazza De Gasperi e, formando un unico corteo, arrivano nella chiesa parrocchiale dove avviene la celebrazione della messa solenne. Nei dintorni di DesuloL'ultimo giorno dell'anno 1913 cinque ambulanti di Desulo stavano facendo ritorno a casa quando, vicino a Fonni, li sorprese una tormenta di neve, e solo due di essi, abbandonati i cavalli, riuscirono a raggiungere il paese. Nel 1920, in località Tascusì, a 1300 metri di altezza, i sopravvissuti fecero edificare la chiesa della Madonna della Neve, come voto di riconoscenza verso la Madonna. Ogni anno, il 31 di maggio, si svolge un pellegrinaggio a piedi dalla parrocchia fino a Tascusì, dove viene celebrata la messa. La prima domenica di agosto, invece, si celebra la festa grande: nel pomeriggio si svolge la processione dalla chiesa del Carmine alla parrocchiale di Sant'Antonio Abate, da dove ci si porta in macchina alla chiesa di Tascusì, dove viene officiata la messa all'aperto. 
La Barbagia di Belvì La Barbagia di Belvì (in lingua Barbàgia de Brevìe) è una regione storica della Sardegna centrale. Corrisponde alla parte centrale della Barbagia e si trova tra le regioni del Mandrolisai a nord il Sarcidano e la Barbagia di Seulo a sud. In periodo giudicale ha fatto parte del Giudicato d'Arborea del quale costituiva una Curatoria. E' una delle regioni della Barbagia che fu meno sottoposto all'egemonia dei feudatari, a parte qualche tentativo sfociato in un insurrezione popolare. Fino alla metà del 1700 il paese di Belvì era, infatti, governato da un rappresentante scelto tra i capifamiglia. Della Barbagia di Belvì fanno parte i comuni di Aritzo, Belvì, Gadoni e Meana Sardo.
Belvì che dà il nome alla Barbagia di Belvì  Da Desulo proseguiamo sulla SP7 fino ad immetterci sulla SS295 proveniente da Tonara, che ci porta verso sud fino a Belvì (nome in lingua Brevìe, metri 700, abitanti 774), un piccolo centro che un tempo è stato molto importante, al punto da dare il nome a tutta la zona che viene appunto chiamata Barbagia di Belvì.
Nel centro del paese troviamo la chiesa parrocchiale di Sant'Agostino, edificata in stile romanico, probabilmente nel XVI secolo. L'altare maggiore è in marmo, e dietro di esso si trova il coro, in legno di noce massiccia. Conserva all'interno due altari in legno probabilmente del 1815, dedicati uno a Sant'Antonio Abate e l'altro alla Vergine del Rosario. La chiesa di San Sebastiano è situata alla periferia del paese, al confine con Aritzo, affiancata all'omonimo Cimitero ora dismesso. È di costruzione relativamente semplice, ma molto antica. Era una chiesa campestre lontana dal centro abitato, ma ora, con l'espansione edilizia, risulta inclusa nell'area urbana. Viene utilizzata solo poche volte l'anno, in particolare nella Settimana Santa. La Domenica delle Palme è qui che avviene la benedizione e la consegna delle palme. 
In via San Sebastiano possiamo visitare il Museo di Scienze Naturali, che conserva esempi di mineralogia, paleontologia, entomologia e faunistica, con anche molti esemplari di fauna sarda impagliata. Nei dintorni di BelvìFuori dall'abitato, a circa un chilometro dal centro, sull'omonimo colle, sorge immersa nel verde la piccola chiesa campestre o santuario di Santa Margherita. Secondo la tradizione, in tempi remoti il vecchio paese era situato nella vallata di Iscra, proprio vicino al colle di Santa Margherita, e quindi l'antica chiesetta sarebbe stata la parrocchiale di Belvì. Da Belvì prendiamo via Roma, è questo il nome che assume all'interno del paese la SS295, verso Aritzo. Procediamo in un paesaggio di folte foreste, lungo le falde del Gennargentu. La strada passa accanto al ponte Occile, realizzato interamente in pietra nel 1888, come indica la targa scolpita e inserita nei suoi archi, ben conservato. Sul ponte transitava la vecchia linea ferroviaria oggi sostituita da un servizio di pullman. Tutto il paesaggio è di una bellezza incredibile. 
Aritzo il paese del commercio della neve  Riprendiamo da Belvì la SP7 che attraversa un bellissimo paesaggio, lungo il quale si trova il percorso della vecchia linea ferroviaria. 
 Pochi chilometri separano Belvì da Aritzo (nome in lingua Aritzu, metri 800, abitanti 1506), il più importante centro della Barbagia di Belvì. Aritzo è stato, ed è ancora oggi, il principale centro del turismo interno della Sardegna. Il paese viene invaso da un esercito di turisti, sia nei mesi estivi per visitare gli splendidi dintorni, che d'inverno. La produzione locale comprende il torrone, i formaggi caprini ed i tipici biscotti, che costituiscono una variante sarda dei savoiardi. Dal venerdì all'ultima domenica di ottobre, ad Aritzo, si tiene la sagra delle castagne e delle nocciole, durante la quale vengono offerte castagne bollite e nocciole, e si possono gustare i prodotti tipici e seguire gli spettacoli musicali e folkloristici.
La via principale della cittadina è corso Umberto. Caratteristica del paese sono, nelle viette interne, le antiche case realizzate in scisto. In via Eleonora possiamo vedere alcune abitazioni tipiche, quasi mai intonacate, senza cortile nè pozzo. Hanno scalette esterne in legno per salire al primo piano, e larghi ballatoi di legno di castagno che circondano la facciata principale. Da via Eleonora arriviamo in via Sulis. Qui, nella piazzetta, possiamo ammirare un notevole murale realizzato nel 1995 del pittore Mauro Angiargiu, di Sanluri ed oggi residente a Lanusei, che rappresenta la figura leggendaria di Bachisio Sulis, bandito poeta che morì nel 1838 dopo una breve vita leggendaria e travagliata. 
 Bachisio «Bachis» Sulis, bandito poeta, nasce a Aritzo nel 1795. Le sue disavventure hanno inizio nel 1818 quando, a soli 23 anni, viene ingiustamente accusato di un attentato di cui era rimasto vittima un signorotto locale. Abbandonato il paese che già lo apprezza come poeta, si dà a dodici anni di latitanza, ed in questo periodo viene in contatto con i numerosi banditi. Solo nel 1830 i suoi familiari riescono a farlo prosciogliere dalle false accuse, e a 35 anni torna in paese per riprendere la vita consueta. Probabilmente però alcune frequentazioni del periodo di latitanza riemergono, e in una notte del maggio 1838, a soli 43 anni, viene freddato da un colpo di fucile esploso da dietro una siepe nel parco del cosiddetto castello Arangino di Aritzo. Per lunghi anni, compresi quelli della latitanza, aveva coltivato la poesia ed aveva raccolto in un volume le sue composizioni. Molti versi erano diretti contro il potere ed anticlericali, ma c'erano anche poesie d'amore delicatissime, come «Barigada si ch'est s'istella mia», ossia tramontata è la mia stella. Dopo la sua morte, la sorella, istigata dai preti del paese, distrugge tutti i manoscritti. Soltanto a fine del secolo un suo nipote, Sebastiano Devilla, raccoglie quanto rimane dei suoi versi nella memoria di parenti e compaesani e li fa pubblicare nel 1906, con il titolo «Poesie Sarde di Bachisio Sulis». Nel 1985 un gruppo di amici, costituiscono ad Aritzo il coro polifonico Bachis Sulis, intitolato appunto al poeta.
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Nella visita del centro storico non può mancare, a metà di corso Umberto, una puntata alla parrocchiale di San Michele Arcangelo. Realizzata nel XIV secolo in stile tardo-gotico, è stata più volte rimaneggiata, da ultimo tra il 1914 ed il 1919. 
Vicino alla parrocchiale, partono in discesa le scalette di Sa Bovida, conosciute anche come via Carceri, che conducono alle vecchie carceri spagnole Sa Bovida. È un vecchio e massiccio edificio di origine spagnola, interamente realizzato in pietra di scisto e legno di castagno, adibito a carcere fino agli anni 40. È caratterizzato da un sottopassaggio a volta a sesto acuto (Sa Bovida), ed ha nel cortile interno una bella antica meridiana. Comprende un piccolo locale utilizzato come postazione di sorveglianza, due celle per le donne ed una terza cella, priva di qualunque apertura, per i prigionieri. 
In corso Umberto merita una visita la casa Devilla, seicentesca casa padronale, con all'interno importanti arredi e oggetti. E nella parte sud del paese, si trova il cosiddetto castello Arangino, del 1917, appartenente alla famiglia Arangino, estintasi nel 1954 per un tragico fatto di sangue. Rientra nel modello del castello di tipo medioevale in stile neogotico. Nel grande e bellissimo parco che circonda la villa, venne ucciso il poeta Bachisio Sulis, che era cugino degli proprietari. In corso Umberto troviamo piazza Bastione, con il suo belvedere, da dove parte via Marconi. Qui possiamo visitare il Museo Etnografico delle Tradizioni Popolari della Barbagia. Questo museo non si limita ad una semplice raccolta di oggetti delle arti e mestieri popolari, ma racconta tutta la cultura agricola e pastorale di un popolo. All'interno sono presenti oltre tremila reperti, che ci fanno conoscere la cultura artigianale, la lavorazione del ferro battuto, del legno e delle cassapanche, la tessitura della lana, i campanacci. E soprattutto il commercio itinerante, dato che vi sono conservate le botti, i mastelli, le sorbettiere in stagno o zinco, necessari per preparare la Carapigna, l'antico sorbetto di Aritzo. Da qualsiasi punto del paese si può vedere, su una collina a solo quattro chilometri di distanza, il Tacco Texile, uno dei principali tacchi che caratterizzano il paesaggio del sud della Barbagia e dell'Ogliastra. È un roccione calcareo di tipo dolomitico, alto 975 metri, con una caratteristica forma larga in alto e stretta alla base che lo rende simile ad un enorme fungo, interamente circondato da una folta vegetazione.
Il commercio della neve e la preparazione di Sa CarapignaAritzo è stata famosa, fino alla fine del secolo scorso, per il commercio della neve e per la produzione del suo famoso sorbetto, chiamato Sa Carapigna. Nei suoi dintorni, in località Funtana Cungiada ossia fontana chiusa, nei canaloni dove d'inverno la neve si ammassava per effetto del vento formando le cosiddette «bigas», venivano edificate le «domos de su nie», le case della neve. Erano le neviere, pozzi profondi diversi metri sovrastati da muretti a secco. La neve veniva raccolta dai nevieri, i «niargios», con secchi e ceste, veniva pressavano nella neviera con appositi pali e ricoperta di paglia, felci e terra. Poi d'estate veniva raccolta, sotto forma di blocchi di ghiaccio, e trasportata nelle feste paesane di tutta la Sardegna, destinata principalmente alla produzione di un sorbetto al limone, antenato dell'attuale gelato, chiamato «Sa Carapigna». Era tale l'importanza di questa attività che persino il pascolo del bestiame era proibito entro una certa distanza dalle neviere. Alla fine dell'800 la raccolta della neve venne sostituita dall'importazione del ghiaccio dalla Norvegia e poi, dal 1920, dall'acquisto direttamente dalla prima fabbrica di ghiaccio che era stata aperta a Cagliari. La Carapigna viene prodotta utilizzando «su barrile», un piccolo contenitore di legno riempito di ghiaccio e sale, nel quale viene inserita una sorbettiera contenente acqua, limone e zucchero. La sorbettiera viene fatta girare alternativamente in un senso e nell'altro, e dopo un'ora e mezzo o due ore il sorbetto è pronto... Il 14 e 15 agosto in paese si tiene la sagra de Sa Carapigna, con degustazione del tipico sorbetto sardo e del torrone caldo di Aritzo ed esposizione dei prodotti dell'artigianato locale. 
Gadoni il paese più a sud della Barbagia di Belvì  Proseguendo da Aritzo per due chilometri sulla SS295, alla Cantoniera Cossatzu prendiamo a sinistra la SP8 verso sud, e dopo otto chilometri raggiungiamo Gadoni (metri 696, abitanti 977), piccolo centro agricolo e minerario. Nei dintorni è interessante il paesaggio dei tacchi calcarei affacciato sulla valle del Flumendosa. Il fiume stesso presenta un paesaggio interessante, con le sue cascate, laghi e boschi, quasi un vero palcoscenico naturale. Secondo la tradizione popolare, nella prima metà del XV secolo un pastore di Arzana di nome Cadoni si sarebbe stabilito, con il suo bestiame, in località Mamarulu, e da questo avrebbe avuto origine l'abitato il cui dialetto ed i cui usi e costumi rimangono molto simili a quelli di Arzana, in Ogliastra.
In centro troviamo la chiesa parrocchiale della Beata Vergine Assunta, realizzata nel XIII secolo in stile tardo romanico. Realizzata con un'unica navata, ad essa furono aggiunte nel 1303 due navate laterali. Nonostante le numerose rielaborazioni, conserva ancora l'abside e il bel portale originari. Sempre in centro si può visitare la chiesa di Santa Marta, la più grande del paese, consacrata nel 1526. Qui si svolge, tra il 28 e il 30 di luglio, la festa di Santa Marta, con la processione religiosa, la sfilata degli uomini a cavallo e delle donne nei costumi tradizionali, il ballo in piazza, le gare di improvvisazione poetica, e tutto quanto troviamo nelle manifestazioni popolari in Barbagia. La presenza di giacimenti minerari a Gadoni è conosciuta da tempi molto antichi. Fino a pochi anni fa l'economia di Gadoni era basata sulla miniera di rame di Funtana Raminosa, presente nei dintorni del paese. È stata, per molto tempo, il più importante giacimento minerario italiano. Ha raggiunto il suo massimo sviluppo negli anni '60, quando occupava circa 150 addetti. Poi, alla fine degli anni '80, è iniziato il suo lento declino. Oggi gli impianti sono stati smantellati e i locali della miniera vengono utilizzati per altre attività industriali, come la lavorazione delle fibre di carbonio. Meana Sardo  A Gadoni abbiamo raggiunto il comune più a sud della Provincia di Nuoro. Da qui ritorniamo indietro, verso nord, sulla SP8 per circa sette chilometri, fino alla Cantoniera Cossatzu, dove la SP8 si immette sulla SS295. Qui giriamo a sinistra sulla SS295 che seguiamo per 12 chilometri, poi prendiamo a destra la SS128 che in circa 9 chilometri ci porta a Meana Sardo (nome in lingua semplicemente Meana, metri 588, abitanti 2.032). È un centro agricolo posto in posizione panoramica sotto il Monte Sant'Elia, sul confine tra le montagne della Barbagia e le colline del Sarcidano e del Mandrolisai. Meana Sardo viene, infatti, il più delle volte considerato appartenente alla Barbagia di Bitti, della quale costituisce il comune più ad occidente.
Entriamo in Meana Sardo dalla SS128, che diventa via Roma, la via principale del paese. Raggiunto il centro, possiamo visitare la chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, edificata nel XVI secolo su un impianto più antico. Ha un bel portale, con colonnine scolpite, ed una finestra in stile gotico-aragonese. Sulla torre campanaria, alta più di 30 metri, sono presenti bassorilievi d'arte popolaresca, che fanno riferimento alla cultura contadina. Nei dintorni di Meana SardoUsciamo da Meana Sardo verso sud, percorrendo dal centro via Roma fino sulla SS128. Qui troviamo, sulla destra della strada, vicino a un distributore di benzina, la deviazione che dopo circa otto chilometri ci porta all'imponente nuraghe Nolza. Si tratta di un nuraghe complesso, che dal pianoro di Su Planu domina tutto il territorio circostante. È costituito da un mastio centrale, alto oggi 13 metri, e quattro torri laterali collegate tra loro da bastioni rettilinei, che a giudicare dal materiali di crollo all'origine dovevano raggiungere almeno i 16 metri di altezza. La struttura del nuraghe è simile a quella del famoso Su Nuraxi di Barumini. Il nuraghe è stato edificato in scisto locale, ed ancora oggi sono interamente in scisto la torre centrale e due torri laterali. In una fase successiva, le altre due torri sono probabilmente crollate e sono state ricostruite con grossi blocchi di porfido. Contemporaneamente, l'ingresso principale è stato spostato dal lato est al lato ovest, tra le due nuove torri. All'ingresso, una scala permette di accedere alla torre di sud-ovest ed anche di salire a un cortile superiore. Alla camera inferiore della torre centrale si accedeva probabilmente dalla torre di nord-ovest, che ora è ingombra di materiale di crollo. Dal cortile superiore possiamo accedere alla camera superiore della torre centrale, con copertura a tholos, e una stretta e ripida scala ci porta nella torre di sud-est. Nella camera superiore della torre centrale e nel cortile, sono stati rinvenuti in grande quantità ceramiche da mensa e da cucina, presumibilmente del XII secolo a.C. Intorno al nuraghe si vedono i resti di un villaggio di capanne datato presumibilmente nel periodo del Bronzo Medio. Gli scavi del nuraghe, iniziati nel 1994, sono ancora in corso, e non è ancora iniziato lo studio del villaggio. La prossima tappa del nostro viaggio | Nella prossima tappa del nostro viaggio, risaliremo da Gadoni verso nord per visitare il Mandrolisai. Ci recheremo a Tonara, famosa per il suo torrone, ed a Sorgono. Da Sorgono ci recheremo verso sud a visitare Ortueri e Atzara. Riprenderemo, quindi, il viaggio verso nord per recarci da Sorgono a visitare Austis e Teti. |  |
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