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| Fine della visita alla Barbagia di Ollolai, da Tiana a Ovodda, Gavoi, Lodine, Ollolai il paese del re pastore Ospitone, e Olzai
Per ingrandire le immagini e per scorrerle cliccare sulle immagini piccole presenti in questa pagina. Tiana il paese dell'orbace | |||||||
Il carnevale di Ovodda raggiunge il massimo il mercoledì delle ceneri, quando un enorme fantoccio chiamato «Don Conte Forru», responsabile di tutti i mali della comunità, metà feudatario e metà prete, a simboleggiare il potere politico e quello religioso, viene portato da un carretto trainato da un asino per le vie del paese. Il fantoccio è costituito da uno scheletro di ferro imbottito di stracci. È bruttissimo, volgare ed osceno, in genere di sesso maschile, con evidenziati ed accentuati gli attributi sessuali, a volte anche con alcune caratteristiche ermafrodite. Viene accompagnato in processione da «Sos Intintos», che si aggirano per le vie del paese e mascherati con abbigliamenti fantasiosi anneriscono con il nerofumo il volto di tutti i presenti. Tutte le persone che vogliono partecipare alla festa, col volto dipinto di nero, suonano, cantano, ballano e urlano, oltraggiandolo in ogni modo. Sarà alla fine processato, impiccato e bruciato su un rogo e quindi gettato da un dirupo. |
Superata Ovodda, la SS128 ci porta a costeggiare il pittoresco lago di Gusana, situato nel comune di Gavoi. È il bacino del primo salto per la produzione idroelettrica della centrale di Coghinadorzas, realizzata tra il 1958 e il 1962 da una diga del tipo ad arco, lunga 350 metri e alta 92, sul fiume Taloro. Il lago, importante meta turistica, ha un perimetro di 14 chilometri ed una capienza di 63 milioni di metri cubi d'acqua. È circondato da boschi di lecci che avvolgono l'intero invaso, e dalla macchia mediterranea che rende il paesaggio unico nel suo genere. Sulle sue sponde sorgono diverse strutture ricettive per il turismo estivo. Nell'invaso del lago rimangono i resti di un antico ponte romano.
Proseguendo da Ovodda sulla SS128, dopo 17 chilometri raggiungiamo Gavoi (mt. 790, ab. 2.973), centro agropastorale importante per il commercio, per il turismo estivo e per l'artigianato dei tessuti di orbace e dei finimenti per cavalli. Sorge in una bella posizione tra frutteti e querceti. Il nome sta ad indicare una località piena di orti. Nel centro storico vediamo molte case con i tipici balconcini in legno o in ferro battuto.
Nel centro del paese possiamo vedere la Parrocchiale di San Gavino, in stile tardo-gotico rinascimentale. La sua costruzione iniziò nel '400, e fu portata a termine con vari rimaneggiamenti nel XVII secolo. È una delle principali chiese della Barbagia, con l'interno a navata unica in stile gotico-aragonese simile a quello della Parrocchiale di Fonni. Il portale in stile barocco è decorato con colonne ed altri motivi classici, mentre il rosone, in vulcanite rossa di tre metri di diametro, è in stile gotico. Il campanile, a pianta quadrangolare, è molto alto e solido, e nella parte superiore è caratterizzato da archetti gotici.
Nella parte alta del paese troviamo la duecentesca Chiesa di Sant'Antioco, in stile gotico. L'interno, a navata unica, ha ancora la copertura duecentesca. Conserva una statua lignea del XVII secolo di Sant'Antioco. Il campanile, a vela a doppia campana, è l'unico elemento della struttura originale visibile all'esterno. La Chiesa, restaurata di recente, ha una facciata molto semplice, ora intonacata.
A Gavoi si costruiscono e si suonano alcuni tra i più antichi strumenti musicali della Sardegna. Si tratta soprattutto di «su tumbarinu», il tamburo bipelle, costruito interamente a mano con pelli capra e asino, in passato anche con pelle di cane. Poi «su pipiolu», il flauto, costruito con un unico pezzo di canna comune, che presenta quattro fori sulla parte anteriore. Ed anche «su triangulu», il triangolo, realizzato con una sbarretta tonda d'acciaio a forma di triangolo aperto da un lato, che viene percosso con una bacchetta metallica.
A Gavoi, e come vedremo più avanti anche a Orani, si conserva il culto della Madonna di Sa Itria. Il Santuario di Sa Itria si trova sull'altopiano di Pratobello, in territorio di Gavoi, ma lo si raggiunge da Lodine, come vedremo più avanti.
Nelle piazze e nelle case di Gavoi, tra la fine di giugno e inizio luglio, si tiene il festival letterario della Sardegna «L'Isola delle Storie». Il festival è organizzato in due sezioni, una per gli adulti e una per i ragazzi. In tre giorni, prevede una serie di incontri quotidiani con scrittori, illustratori, editori, giornalisti e autori che lavorano nel mondo della letteratura, dell'arte e del cinema. Nato nel 2004 dall'incontro di alcuni scrittori con alcuni appassionati di lettura di Gavoi, nell'edizione del 2006 ha raggiunto le 25 mila presenze. |
Anche il carnevale di Gavoi è molto caratteristico.
Le festività iniziano il «giovia 'e lardaiola», il giovedì grasso, con «Sa Sortilla 'e Tumbarinos», l'uscita dei tamburi. I suonatori, diverse centinaia, invadono con una lunga sfilata tutte le vie del paese, accompagnata dal suono assordante e ripetitivo dei tamburi. La festa è accompagnata da cibi locali abbondantemente innaffiati di vino e birra. |
Da Gavoi, prima di proseguire verso Ollolai, effettuiamo una deviazione verso est, sulla SP30, in direzione di Mamoiada. A quattro chilometri da Gavoi troviamo Lodine (metri 884, abitanti 405), piccolo borgo agricolo che ha recentemente ottenuto la condizione di comune autonomo.
Nel centro di Lodine troviamo la cinquecentesca Parrocchiale di San Giorgio Martire, del XVI secolo, che domina dall'alto il piccolo abitato. Attorno alla Chiesa, è stata costruita una piazza belvedere, dalla quale è possibile ammirare il paesaggio, con la vista che spazia dal lago di Gusana al Gennargentu, fino ai monti di Oliena e Orgosolo.
A soli cinque metri dalla Chiesa di San Giorgio, nel centro di Lodine, si trova il nuraghe de Sas Trinta Battaglias. Si tratta di un nuraghe semplice, monotorre, purtroppo in pessimo stato di conservazione.
Sempre nel centro del paese sono presenti i resti di una capanna preistorica, a testimonianza delle origini antiche di Lodine. Oggi, per proteggerli, sopra di essi è stata edificata una piazza, ed i resti si vedono attraverso un vetro. Solo per pochi giorni, in particolari occasioni, è consentito l'accesso per andare a visitarli.
Lungo la SS128 che ci ha portato dal lago di Gusana a Gavoi, dopo l'ultimo ponte sul lago, prendiamo a destra portandoci in territorio di Lodine. Dopo poche decine di metri, troviamo la necropoli S'Iscritzola. È costituita da domus de janas realizzate all'interno di grossi massi di granito, scolpiti dagli elementi naturali. Sono monocellulari o bicellulari, con muri interni ben lavorati e portelli con riquadri esterni, anch'essi di forma regolare.
Usciamo da Lodine proseguendo verso est sulla SP30 in direzione di Mamoiada, la strada verso la fine della quale si trova il Santuario di San Cosimo di Mamoiada. Lungo questa strada, dopo circa quattro chilometr, troviamo la deviazione sulla destra per il Santuario di Sa Itria o Santuario della Madonna d'Itria. È un culto di origine bizantina nato dalla venerazione di un quadro, attribuito a San Luca, donato da papa Silvestro a Costantino e trasferito a Costantinopoli. Qui, per accoglierlo, l'imperatrice Eudossia edificò una Chiesa dedicata alla Madonna Odighetria (via della luce). A pochi metri è presente un grande betilo alto tre metri e mezzo. Presso il Santuario, l'ultima domenica di luglio, si svolge la suggestiva festa di Sa Itria, ossia della Madonna d'Itria, una delle più importanti della Barbagia, che richiama moltissimi pellegrini. Considerata la festa dei pastori, vede cerimonie religiose e gare equestri, come «sa carrela», la corsa, e «su Palu», il palio. La festa si conclude con un pranzo a base di capra bollita con patate e di ricotta.
Seguendo la strada che ci ha portato al Santuario della Madonna d'Itria, e proseguendo alcuni chilometri dopo la Chiesa, troviamo la necropoli di Uniai. La necropoli, tutt'ora in corso di scavo, è formata da numerose domus de janas ricavate all'interno di grandi massi erratici appoggiati sul terreno, anche a notevole distanza l'uno dall'altro. Questo la differenzia dalle altre necropoli che sono invece scavate all'interno di un unico grande banco roccioso. Le tombe sono tutte monocellulari, con le camere funerarie abbastanza piccole. I portelli di ingresso sono molto piccoli e accuratamente scolpiti. Si ritiene che la necropoli fosse collegata al vicino villaggio preistorico di Soroeni.
Passata la necropoli di Uniai, proseguiamo sempre sulla stessa strada fino a trovare l'area archeologica di Soroeni. Il villaggio preistorico è ancora in corso di scavo. Su una collinetta di trova il nuraghe, intorno al quale è stato costruito il villaggio che si sviluppa sulla collinetta ed anche ai suoi piedi. È costituito da molte capanne realizzate con pietre di piccole dimensioni, alcune appoggiate alle emergenze rocciose naturali. La presenza, in alcune di esse, di nicchie sulle pareti, indica come vi si dovessero svolgere attività produttive e artigianali. Le modalità costruttive e l'architettura rivelano una forte analogia con quanto rinvenuto in altri insediamenti presumibilmente della stessa epoca, come nel villaggio Genna Maria di Villanovaforru e nel villaggio Sant'Imbenia di Alghero. Si ritiene che il villaggio sia stato utilizzato fino all'età del Ferro. Come si è detto, sono in corso ancora interventi di scavo, per cui potrebbe capitare di trovare l'area archeologica chiusa al pubblico.
Torniamo a Gavoi e riprendiamo la SS128 verso nord. A meno di due chilometri da Gavoi, prendiamo sulla sinistra la SP29, che percorriamo per un chilometro e mezzo per raggiungere il piccolo centro agropastorale di Ollolai (metri 960, abitanti 1.616), che dà il nome a tutta questa parte della Barbagia. Fino dal gennaio 2003 gli abitanti di Ollolai, primo caso in Sardegna e tra i primi in Italia e in Europa, hanno avuto l'accesso ad Internet con un collegamento wi-fi, senza utilizzare la normale linea telefonica, a spese dell'amministrazione comunale.
La chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo è realizzata in stile tardo-gotico. In origine era probabilmente dedicata a San Bartolomeo. Infatti, all'interno della Chiesa, c'è ancora una cappella gotica dedicata al Santo, la quale è sicuramente l'unica parte sopravissuta dell'antica Chiesa.
Ma, come scrive Giovanni Lilliu «la conversione al cristianesimo non estirpò tradizioni, costumi e statuti: si abbatterono le pietre sacre degli antenati, ma restò il Codice barbaricino (ancora oggi non del tutto rimosso) che punisce il furto in casa propria ma lo considera atto di guerra in terreno altrui e lava le offese e tutela l'onore personale e di gruppo vendicandolo col sangue». Così Salvatore Cambosu, in «Miele Amaro», lo racconta: «Ospitone era il re dei pastori. Alto, barbuto, mangiatore di carne, valentissimo fromboliere, era nato a cavallo. Non sapeva né leggere né scrivere: illetterato del tutto. Perciò era costretto a farsi leggere e spiegare le lettere latine che il pontefice (Gregorio Magno) gli mandava di tempo in tempo da Roma per rallegrarsi della sua salute, di quella del corpo e di quella dell'anima. Perché infatti, stancatosi di adorare le pietre e le fonti, s'era convertito alla religione di Cristo e a questa convertì le sue genti. La sua sede era l'alpestre Ollolai, città in quel tempo, ora villaggio: il quale sconta con pazienza un suo peccato antico: d'avere bruciato il convento ai frati, dopo averli coinvolti in un delitto di cui erano innocenti». Nei dintorni di Ollolai, sul Monte San Basilio, esisteva, infatti, un convento medioevale, costruito nel 1472. Del convento rimane la Chiesetta di San Basilio, vicino alla quale si trovano un villaggio preistorico e un pozzo sacro. Così il teologo, canonico di Oristano, Salvatore Aangelo Scintu, in «Memorie Arborensi», racconta la fuga dei frati da Ollolai: «Come avenne dunque che i religiosi Osservanti abbandonarono il convento di Ollolai? L'anno 1470 cominciarono in Ollolai due partiti, uno dei Ladu e l'altro degli Arbau. Tanto furono accaniti che non la perdonavano neppure alla stessa innocenza. Andava al convento (era sito fuori di popolato, e fino al 1840 se ne vedevano chiaramente i vestiggi) per studiare un ragazzo dei Ladu, ed il partito contrario lo uccise e lo gittò nella fontana del convento, e fece intendere al volgo che gli uccisori furono i frati. Vissero e per qualche tempo i Religiosi pernottando sopra gli alberi; ma quando viddero che, invece di cessare aumentava la persecuzione, scrissero al Vicario generale dell'Isola Fra Rafaele di S. Severino il quale comandò che abbandonassero, come fecero al tre di agosto 1490, quel convento e ritornarono ad Oristano al convento di Santa Maria Maddalena, portando un crocefisso che si venerava nell'altare posto alla parte del Vangelo e vicino alla porta, per cui dal chiostro si entrava alla Chiesa. Al 5 del medesimo mese, e senza saper come, si vide un gran fuoco che ridusse in cenere il paese, eccettuato il vicinato, che anche oggidì esiste, ma sempre miserabile».
A Ollolai si conserva la tradizione de S'Istrumpa, la tradizionale lotta dei sardi.
Usciamo da Gavoi sulla SS128 verso nord, in direzione di Sarule, che visiteremo nella prossima tappa. Dopo otto chilometri, deviamo a sinistra sulla SP4 che, dopo sette chilometri, ci porta a Olzai (nome in lingua Ortzai, metri 474, abitanti 1048). Avremmo potuto anche arrivarci, sempre con la SP4, da Teti, che troviamo a sud nel Mandrolisai. Il paese, situato in una vallata suggestiva, si è sviluppato lungo le rive del Rio Risine e mantiene intatte le sue antiche caratteristiche, con i vicoli lastricati, fiancheggiati da piccole costruzioni in granito.
In centro si trova la Parrocchiale di San Giovanni Battista, edificata nel '500 durante la dominazione aragonese e dedicata al patrono del paese.
Nella parte alta del paese, troviamo la Chiesa di Santa Barbara, edificata intorno al 1200. Conserva al suo interno una pala d'altare del '400, detta retablo della pestilenza, probabilmente eseguita come ex-voto in occasione dell'epidemia di peste del 1477. È opera di un autore anonimo detto il Maestro di Olzai, considerato dagli studiosi uno dei maggiori esponenti dell'arte antica in Sardegna. La Chiesa si affaccia su una piccola piazza dalla quale si vede tutto il paese.
Sempre nella parte alta del paese, troviamo il settecentesco mulino ad acqua detto «Su Mulinu Vezzu». È strettamente legato all'economia del paese, che veniva considerato il granaio della Sardegna. Perfettamente restaurato, aveva ripreso l'antica funzionalità ed era stato messo a disposizione di quanti volevano utilizzarlo per macinare il grano, con la grande pietra azionata dall'acqua. Purtroppo non è più possibile visitarlo, dato che è andato distrutto nel 2006 a causa di un incendio, probabilmente doloso.
A Olzai ha trascorso tutta la sua vita il pittore Carmelo Floris. Nella casa ove ha abitato, nel rione Sant'Anastasio ed affacciata sulla via omonima, gli è stato dedicato un importante museo dedicato all'opera di Carmelo Floris. La casa ci ripresenta l'ambiente nel quale è vissuto l'artista, ed è oggi non solo un museo ma anche un luogo per attività culturali, mostre e dibattiti.
Il carnevale di Olzai, come quello di molti altri centri della Barbagia, è molto caratteristico.
I festeggiamenti non si concludono il martedì grasso, ma raggiungono il culmine il mercoledì delle ceneri e la domenica successiva. Il mercoledì sfilano «Sos Intintos», vestiti di nero, col viso tinto di nerofumo, con indosso elementi del tradizionale abito femminile: «su zippone», ossia il corpetto, e «s'antalera», un grembiule. Con essi sfilano «Sos Murronarzos», vestiti di orbace, con maschere di legno e campanacci, ed «Sos Maimones», maschere mezzo uomo e mezzo fantoccio, con quattro braccia, quattro gambe e due teste. La loro sfilata è una processione cupa, a tratti funebre, che attraversa il paese. Legato a una scala assicurata al basto di un asino, portano «Su Mammuzzone», un fantoccio chiamato anche «Zuanne Martis Sero» o «Ziu Baga Biu», che la sera viene bruciato. |
Da Olzai verso ovest, parte la SP36 in direzione di Sedilo, che porta in una regione collinosa presso il confine con Ottana. Qui troviamo un resto archeologico detto S'Ena e Sa Vacca, caratterizzato dalla forma allungata e dalla pianta ad U. È stato ritenuto per molto tempo un dolmen, mentre oggi si ritiene si tratti di una tomba dei giganti; oppure potrebbe essere un momento di passaggio dalla struttura a dolmen a quella delle tombe dei giganti. L'esterno del monumento è lungo cinque metri e largo poco più di 3, ma di essa rimane visibile soltanto un filare di blocchi sbozzati. Davanti alla tomba sono presenti i resti dell'esedra, del diametro di quattro metri, della quale rimangono solo tre blocchi dell'ala sinistra e un masso dell'ala destra. Da un piccolo ingresso delimitato da due blocchi, si accede alla camera funeraria, lunga 3,8 metri e larga 0,8, con un'altezza di un metro. Le pareti della camera funeraria sono costituite da un basamento, sul quale sono appoggiati massi disposti a filari, sui quali si appoggia una copertura a piattabanda. È costituita da un unico grande lastrone poligonale lungo tre metri, largo 2,5 metri e dello spessore di 35 centimetri, privo di qualsiasi rifinitura. È proprio questo lastrone, che ha fatto ritenere il monumento un dolmen allungato del tipo allée couverte. Ma la constatazione che il lastrone è sorretto da una struttura a filari, e la presenza dell'esedra, porta a considerarlo una tomba di giganti. Si ritiene che la tomba di giganti abbia subito il danneggiamento della copertura originaria, e che questa sia stata sostituita utilizzando come copertura il lastrone di un dolmen, presente forse a poca distanza.
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