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La Barbagia di Bitti, da Orune a Bitti e quindi da Onanì a Lula
Lollove piccola antica frazione di Nuoro
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Nel periodo in cui, nella Sardegna centrale, si è sviluppato il banditismo, soprattutto per contrastare angherie e soprusi, Orune ha dato i natali a Giovanni Moni Goddi. Divenuto bandito per aver ucciso chi gli aveva rubato un capo di bestiame, è raccontato come tanto feroce che, dopo aver ucciso un suo nemico, lo squartò e decapitò il cadavere per farne rotolare la testa ai piedi del padre. |
Di Orune, che chiama Oronou, parla Grazia Deledda nel romanzo «Colombi e sparvieri», dove scrive «Il villaggio di Oronou con le sue casette rossastre fabbricate sul cocuzzolo grigio di una vetta di granito, con le sue straducole ripide e rocciose, parve emergere dalla nebbia come scampato dal diluvio. Ai suoi piedi i torrenti precipitavano rumoreggiando nella vallata, e in lontananza, nelle pianure e nell'agro di Siniscola, le paludi e i fiumicelli straripati scintillavano ai raggi del sole che sorgeva dal mare. Tutto il panorama, dai monti alla costa, dalla linea scura dell'altipiano sopra Oronou fino alle macchie in fondo alla valle, pareva stillasse acqua. Ma il paesetto era asciutto; e i vecchi e gli sfaccendati avevano già ripreso i loro posti sulle panchine davanti al Municipio, su nella piazza che sovrasta la valle come una grande terrazza».
Per approfondire il pensiero di Antonio Pigliaru possiamo leggere il saggio «Promemoria sull'obiezione di coscienza» che qui è riportato in versione integrale.
Nel centro del paese possiamo visitare la casa Murgia, realizzata dal cavaliere del lavoro Battista Murgia. È un palazzetto dei primi del '900 dalle pregevoli linee architettoniche. Dietro il palazzo è presente un giardino, che conserva ancora un pozzo ed un mulino artigianale in legno. Il mulino alimentava la centrale elettrica, situata ad un piano superiore, che forniva energia anche a tutto il resto del paese.
La parrocchiale di Orune venne creata quando, decimata dalla «pesta nighedda», la peste nera, si trasferì ad Orune la popolazione di un'antica parrocchia, la cui chiesa parrocchiale era dedicata a Santa Lulla, ossia Santa Giulia. La chiesa parrocchiale è stata distrutta da un incendio nel 1848, ed è stata successivamente riedificata e dedicata a Santa Maria della Neve.
Nei dintorni di Orune, presso il nuraghe di Santa Lulla, con nelle vicinanze i pochi resti di quella che fu la parrocchiale di Santa Lulla, troviamo la fonte sacra Su Tempiesu. Per arrivarci, dal centro di Orune seguiamo le indicazioni, che ci conducono vicino al cimitero. Da qui parte una stradina asfaltata che, dopo alcuni chilometri, ci porta all'area archeologica. La fonte è la più bella tra quelle portate alla luce, e ci è arrivata quasi intatta, dato che è stata sepolta da una frana che la ha nascosta e protetta, fino alla sua scoperta nel 1953. Il suo restauro è stato completato nel 1986. È realizzato con conci di basalto collegati tra loro con un sistema di incastri alternati. Ha la facciata alta 3,6 metri, che originariamente si elevava per oltre 4,2 metri, con tetto a doppio spiovente, che termina con una doppia cornice in rilievo. Si conserva gran parte del timpano, che originariamente terminava con un concio forato, nel quale sono state rinvenute 20 spade di bronzo, saldate tra loro con il piombo. Le misure e l'assenza di impugnatura fanno pensare ad un uso votivo. Il vestibolo è delimitato da un muretto, realizzato con blocchi di basalto. All'interno del vestibolo è presente un pozzetto di raccolta, profondo circa 90 centimetri, che riproduce in scala minore il pozzo principale, e che raccoglie le acque provenienti da quest’ultimo. Nello spessore murario sono ricavati due stipetti, utilizzati come piani d'appoggio di ciotole per bere e probabilmente per le offerte dei fedeli. Il locale nel quale è presente la fonte sacra, è alto due metri. All'interno, quattro gradini portano alla sorgente. Il pozzo ha un diametro di 60 centimetri, e tra le pietre possiamo vedere ancora oggi il piombo usato per l’impermeabilizzazione. Dal pozzo sacro, l'acqua passa lungo un piccolo canale che attraversa prima l'atrio, poi un blocco di basalto e un altro blocco di steatite rosa, e da qui arriva al piccolo pozzo di raccolta esterno. Nell’area del tempio sono state rinvenute spade, pugnali, spilloni e pendagli, bracciali, anelli, statuine in bronzo. Sono importanti una figura maschile con la barba e con la bandoliera a tracolla, un pastore con la bisaccia, ed una coppia di offerenti. La datazione presunta della fonte sacra è la fine del II millennio a.C. Il luogo di culto fu comunque frequentato sino all'Età del Ferro.

Da Orune, percorriamo circa 14 chilometri sulla SS389 ed arriviamo a Bitti (nome in lingua Bithi, metri 549, abitanti 3.480), centro agropastorale con svariati caseifici e allevamenti zootecnici, situato in fondo a una valle. È il paese più importante della Barbagia settentrionale, chiamata appunto Barbagia di Bitti. Dista 38 chilometri da Nuoro ed il suo territorio arriva fino ai confini con la Gallura. L'abitato, caratterizzato da antiche case costruite in pietra, si è sviluppato intorno a un nucleo storico, ed è disposto ad anfiteatro, adagiato all'interno di una valle circondata dai colli di Sant'Elia, di monte Bannitu e di Buon Cammino. Anche di Bitti, che nei suoi romanzi chiama Tibi, parla Grazia Deledda e la indica come: «la Tibi del Santuario del Miracolosi».
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Al centro dell’abitato, in piazza Giorgio Asproni, troviamo l'ottocentesca chiesa dedicata a Santu Jorgi, la chiesa parrocchiale di San Giorgio Martire, con un bel campanile. Nella casa parrocchiale è possibile vedere una piccola collezione di reperti archeologici.
Fra i vicoli della parte vecchia del paese, troviamo la chiesa di Santa Croce, edificata nel 1658 in stile barocco-popolaresco. Questa chiesa è appartenuta ad un convento, e per questo viene comunemente chiamata chiesa di Cumbentu. Sempre nella parte vecchia del paese, troviamo la chiesa di Sas Grassas, dedicata a Santa Maria delle Grazie, realizzata anch'essa in stile barocco-popolaresco. È ora di proprietà privata.
Durante la visita al centro storico di Bitti, una tappa obbligata è la visita del Museo della Civiltà Contadina e Pastorale. Disposto su più piani, in una casa antica perfettamente restaurata, il museo riproduce in modo fedele l'antica architettura abitativa, con il portico, le scale in granito, il pavimento e il soffitto in legno. Nel museo vengono ricostruiti ben venti ambienti tipici della tradizione locale, come la cucina, la camera da letto, l'ambiente per il culto ecclesiastico e la stanza dedicata alla produzione del pane carasau, qui detto pane carasatu.
Nel sobborgo di Gorofai troviamo la chiesa campestre o santuario del Miracolo, ricostruita nel 1970 sulla base di quello che era l’antico complesso. Qui, il 30 settembre, si svolge «Su Meraculu», la festa del Miracolo, un'occasione per ammirare in processione i meravigliosi costumi locali.
Un'escursione di grande interesse naturalistico è quella che porta, verso nord, al confine con il territorio di Alà dei Sardi, dove si sviluppa la grande foresta demaniale di Sos Littos-Sas Tumbas. Attraversata dal fiume Posada, la foresta è molto importante per la flora, la fauna e l'ambiente naturale.
Usciamo da Bitti sulla SS389 verso nord, in direzione di Buddusò. Al chilometro 54,2 svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni per l'area archeologica, che si trova all'interno delle foreste di sughero dell'altipiano di Sa Serra, vicino alla sorgente del fiume Tirso. Il villaggio preistorico di Romanzesu, il cui nome deriva dalla presenza di numerose testimonianze lasciate dai romani, che in epoca imperiale realizzarono sull'altipiano diversi insediamenti produttivi, è stato portato alla luce negli anni '90. L'area sacra ed abitativa si estende per circa sette ettari. La parte del villaggio portata alla luce è composta da una ventina di capanne circolari, comunque secondo le stime le capanne sarebbero almeno un centinaio. Tra le capanne, ve ne sono alcune di grandi dimensioni, con un sedile di pietra che corre lungo la muratura, con il pavimento lastricato e con un focolare in pietra al centro. Una capanna ha un muro divisorio interno in pietra. Nel villaggio sono presenti due templi a megaron, cioè con pianta di forma rettangolare, e con la presenza di un vestibolo che precede la cella. È presente anche un grande edificio di forma rettangolare, con l'ingresso posto su uno dei lati lunghi, da alcuni ritenuto forse un terzo tempio. C’è anche una grande struttura labirintica, chiamato labirinto e formato da muri di pietre concentrici, dei quali si ignora la funzione. All'interno del muro concentrico più centrale, è presente un grande focolare in pietra, forse utilizzato a scopi rituali. Nei pressi della sorgente del fiume Tirso, è stato costruito il pozzo sacro. È la struttura più antica del complesso, situata al centro dell’area sacra. Aveva copertura a tholos, e di esso rimangono 19 filari di blocchi di granito. La sorgente è ancora attiva. Dal pozzo parte un canalone, realizzato con grossi blocchi di granito e lungo 42 metri, con gradoni sul lato destro. Il canalone portava l'acqua dalla sorgente all'anfiteatro, un grande bacino circolare contornato da tribune a gradoni, dove si presume che la popolazione si raccogliesse per le cerimonie religiose. L'anfiteatro viene periodicamente invaso dall'acqua in esubero del vicino pozzo sacro. Gran parte del villaggio non è stata ancora portata alla luce.
A Bitti nascono e da trent'anni operano i più importanti e famosi gruppi di canto a Tenore sardo. Come abbiamo già detto, non c'è in Sardegna sagra o manifestazione nella quale non si esibiscano gruppi di canto a Tenore, il principale simbolo della musica tradizionale polivocale sarda ed anche la più viva testimonianza delle radici arcaiche della sua cultura.
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Nei nostri viaggi in Sardegna ci è capitato di assistere a due esibizioni del gruppo: nel luglio 2002 ad Alghero la partecipazione a un concerto di Andrea Parodi quando il gruppo era ancora composto da cinque elementi; nell'agosto 2005 a Dorgali durante le festività del ferragosto.

Da Bitti, invece di proseguire sulla SS389, prendiamo sulla sinistra la SP3 in direzione di Lula. Dopo sette chilometri raggiungiamo il piccolo borgo pastorale di Onanì (nome in lingua Onanie, metri 482, abitanti 471). Da segnalare i numerosi murales che adornano i muri delle abitazioni, realizzati dal pittore Pietro Asproni e da alcuni allievi dell'Accademia di Brera, in rappresentazione della vita quotidiana e dei principali eventi della storia del paese. Grazia Deledda, in «Colpi di scure», scrive: «Tu hai gli occhi azzurri, i piedi e le mani che sembrano culle: sì, in verità santa, le culle di sughero, appese con corde di pelo alle travi delle case di Onanì, sono più piccole delle tue mani».
Nel centro del paese troviamo la chiesa dedicata al Sacro Cuore di Gesù, edificata a fine ‘800 e dal 1889 diventata la parrocchiale del paese.
Su una piccola altura, nei pressi della SP3 per Bitti, nel luogo dove nel Medio Evo era situato il paese, si trova la chiesa romanica di San Pietro. Edificata nel 1100, è stata al chiesa parrocchiale dal 1494 al 1889. Costruita interamente in granito, con conci poco squadrati, ha pianta a navata unica. Ha una facciata semplice, aperta verso l'interno con un'apertura a croce, che si ripete identica anche nella parte posteriore sopra l'abside. Ha un piccolo campanile a vela. Nei pressi della chiesa, sorge il nuraghe di Santu Pretu, parzialmente diroccato.
Nei dintorni del paese, nella valle del riu Mannu, troviamo la piccola chiesa campestre nota come santuario di San Bachisio, il cui culto quasi certamente risale all'epoca bizantina. Di San Bachisio abbiamo già parlato quando abbiamo visitato Loceri e Bolotana, città della quale è patrono, ed è molto venerato anche qui a Onanì.

Usciamo da Onanì e proseguiamo sulla SP3 per altri quattro chilometri, per raggiungere Lula (nome in lingua Lùvula, metri 516, abitanti 1678), piccolo centro oggi ad economia agropastorale. La sua storia è, comunque, legata alla presenza di giacimenti carboniferi e di galene. Già in epoca romana fu centro minerario e mantenne la sua importanza per diversi secoli. Oggi, terminata l'attività estrattiva, un progetto dell'UNESCO prevede l'istituzione di un parco Geo-Minerario. La scrittrice Grazia Deledda era una fervente devota di San Francesco di Lula, e nelle sue opere ricorda spesso il santuario. In «Elias Portolu», racconta: «Intanto madre e figlio si preparavano a sciogliere il voto a San Francesco». La chiesa di San Francesco sorge sulle montagne di Lula.
Lula è stato, per molto tempo, il paese del malessere nel cuore della Barbagia, al centro di attentati contro gli amministratori locali e vendette, tanto che il comune era rimasto senza sindaco dal 1992, dopo le dimissioni della democristiana Mariangela Marras, ed era stato commissariato. Le elezioni per 12 anni sono andate deserte. Solo il tre giugno del 2002 è stata eletta sindaco Maddalena Calia, di Forza Italia, ma ciò non ha portato ad una vera svolta nei rapporti tra la popolazione ed i suoi amministratori. Il 29 maggio 2007 una bomba è stata fatta esplodere davanti all'abitazione di Nicola Calia, esponente dell'Italia dei Valori, eletto consigliere comunale il 27 e 28 maggio 2007, quando è stata sconfitta Maddalena Calia e si è affermato il candidato di centrosinistra Gavino Porcu. |
Da Lula prendiamo la SP38 per un paio di chilometri, fino alla deviazione sulla sinistra per il santuario di San Francesco, che raggiungiamo dopo circa un chilometro. È uno dei più suggestivi ed importanti santuari campestri della Sardegna, edificato su un costone collinare dominato dal monte Albo. Secondo la tradizione, sarebbe stato costruito nel '600 da Francesco Tolu e da altri banditi nuoresi, per onorare San Francesco che avevano invocato per essere discolpati dai delitti dei quali erano ingiustamente accusati. La chiesa è stata successivamente ristrutturata e l'aspetto attuale risale al 1795. All'interno troviamo una scultura in legno raffigurante San Francesco, realizzata nel '600. Fanno parte del santuario le «cumbessias», ovvero gli alloggi nei quali vengono ospitati i pellegrini. Sono disposte a cerchio intorno al santuario. Buona parte delle «cumbessias» sono però moderne. Inizialmente affidato ai frati francescani e da loro abitato, il santuario viene oggi amministrato dalla parrocchia di Lula. Presso il santuario, dal 1 al nove maggio, si tiene la festa di San Francesco, organizzata dai nuoresi che la considerano loro patrimonio. Durante i giorni della festa, i devoti vi giungono a piedi e portano al Santo ceri votivi. I religiosi offrono ai pellegrini il «filindeu», una minestra pastorale cotta nel brodo di pecora con abbondante formaggio di media stagionatura, e le «zurrette», il sanguinaccio preparato con lo stomaco della pecora bollito, pulito e riempito del sangue dell'animale. La novena dura 10 giorni durante i quali i pellegrini alloggiano presso la chiesa. Il decimo giorno i pellegrini si avviano verso Nuoro, in processione, con una piccola statua del Santo. A metà strada incontrano i fedeli che arrivano da Nuoro, e tutti insieme si recano in un bosco di querce, dove si tiene «s'arbore», un grande pranzo all'aperto a base di pecora bollita, pane carasau, dolci, vino e formaggi, alla presenza del simulacro del Santo.
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