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Le regioni della Sardegna e le origini e caratteristiche della lingua Sarda


In questa pagina descriveremo le regioni della Sardegna e le origini e caratteristiche della lingua Sarda. La descrizione fa riferimento ai diversi momenti della storia dell'isola, e rimandiamo alle pagine successive per una suo approfondimento.

Le regioni della Sardegna

Le regioni della SardegnaUn flusso di popolazioni diverse ha determinato notevoli differenze, sia antropologiche che linguistiche e culturali, nelle varie regioni dell'isola, che derivano direttamente, sia nella denominazione che nell'estensione, dai distretti amministrativi, giudiziari ed elettorali dei regni giudicali, le curatorie (in sardo curadorias o partes), le quali a loro volta ricalcavano una suddivisione territoriale ben più antica operata delle tribù nuragiche. Oggi vengono indicate il più delle volte con il termine «subregioni», dato che la Sardegna viene considerata una regione dell'Italia. Noi invece preferiamo chiamarle «regioni» di quella che è la nazione sarda. E nel raccontare il nostro viaggio, descriveremo le caratteristiche delle diverse regioni della Sardegna.

Alcune delle denominazioni delle regioni non sono più in uso, mentre altre hanno resistito fino ad oggi e sono ancora correntemente utilizzate. Le più conosciute sono: l'Anglona, le Barbagie, il Barigadu, le Baronie, i Campidani, la Gallura, il Goceano, il Mandrolisai, il Marghine, la Marmilla, il Meilogu, il Monreale, il Monteacuto, il Montiferru, la Nurra, l'Ogliastra, la Planargia, la Quirra, la Romangia, il Sarcidano, il Sarrabus-Gerrei, il Sassarese, il Sulcis Iglesiente, la Trexenta.

La lingua sarda

La lingua sarda nasce nel tempo, ed alla sua formazione contribuiscono le lingue delle diverse popolazioni che arrivano sull'isola. Prima di parlare di come si è venuto a sviluppare nel tempo il sardo, va fatta una precisazione: il sardo non è un dialetto dell'Italiano ma è una lingua del tutto diversa. Questo è attestato dalla presenza di un alfabeto diverso, di vocaboli assolutamente unici, di una diversa grammatica e sintassi. Tutte peculiarità della sua storia, conservate nel tempo grazie all'isolamento geografico. Ma lo dimostrano soprattutto numerose ricerche tra le quali ne voglio ricordare una, di molti anni fa, nel corso della quale si verificò come un qualsiasi straniero che avesse studiato e conoscesse perfettamente la lingua italiana, usasse il dieci per cento dei vocaboli utilizzati da un italiano a pari livello culturale. E si verificò come una persona nata in Sardegna avesse il vocabolario limitato di qualsiasi altro straniero.

Carta linguistica della SardegnaSuccessivamente, quando il sardo ha cessato di essere la lingua madre per le generazioni nate a partire dagli anni ‘60, anche le sue strutture grammaticali hanno subito numerose modifiche, verso quelle dell'italiano. Il contatto linguistico ha prodotto tutta una serie di risultati intermedi fra le due lingue originarie, tipici di una situazione di bilinguismo con diglossia, ossia con la presenza di due lingue differenziate funzionalmente, delle quali una è utilizzata solo in ambito formale e la seconda in ambito informale. Lo dimostra anche il fatto che in Sardegna non si parla l'italiano corretto ma l'Italiano Regionale Sardo, che se ne differenzia sia sotto l'aspetto sintattico, che sotto quello grammaticale e fonetico.

 

Nella lingua sarda possiamo distinguere due grandi filoni linguistici:

· il logudorese, parlato nel centro-nord dell'isola, con la sua variante nuorese, parlata oltre che a Nuoro in tutto il centro dell'isola e nel Goceano;

· il campidanese, nel Sud dell'isola.

I due filoni linguistici corrispondono a differenze antropologiche tra gli storici due capi della Sardegna: Cabu 'e Sus (Capo di Sopra) e Cabu 'e Josso (Capo di Sotto).

Dal logudorese, modificato con influenze pisane e genovesi, deriva:

· il gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola ed il sassarese, nella città di Sassari e nei suoi dintorni.

Altre parlate sono presenti in alcune piccole comunità locali a causa dell'origine esterna della popolazione in esse vive:

· l'algherese parlato ad Alghero, che deriva dal catalano;

· il tabarchino, parlato a Carloforte e Calasetta, una parlata tipicamente ligure essendo originari di Pegli i pescatori rapiti dai pirati tunisini e tenuti in schiavitù a Tabarka, un villaggio costiero della Tunisia, liberati al tempo di Carlo Emanuele III e trasferiti in queste località dove fondarono la città chiamata Carloforte in suo onore;

· l'arborense, derivato dal veneto parlato dalla popolazione contadina trasferita nell'isola dopo le bonifiche del periodo fascista.

Come tutte le lingue anche il sardo ha i suoi dialetti, che creano differenze notevoli da una località all'altra anche all'interno del medesimo filone linguistico.

L'origine della lingua sarda

La lingua sarda risente dell'influenza delle diverse popolazioni che sono arrivate nel tempo sull'isola. Nulla si sa della lingua dei nuragici, le prime evidenze risalgono al periodo dei shardana.

La lingua dei shardana, popolazione presumibilmente sumerica, risale al periodo in cui la lingua sumerica si mescola con quella accadica. Ad esempio, come ci ricorda Leonardo Melis, il sumerico Dun (padrone, ossia chi detiene il potere) diviene in accadico Danu (potente) ed in Sardegna Dan; la zappa in sumerico è Mar, in accadico Marru ed in Sardegna Marra. Della lingua degli shardana rimangono le maggiori tracce soprattutto nel Campidanese, in particolar modo nella parlata del Campidano interno e della Marmilla-Trexenta. Nel Campidanese vengono ancora usati i termini mamai e babai ad indicare il padre o babbo (stessa radice), i termini nannai o nonnoi o mannai ad indicare il nonno, pippiu ad indicare il bambino, ecc. Restano anche numerosi termini nella toponomastica: Muristene (luogo dei pellegrini) diventa Monastir, Samash (il Dio del Sole) diventa Samassi, Ollasta Brana-Jara diventa Albagiara, Nur-Addà (Luce di Dio) diventa Nurallao, Bau Padri (grande guado) diventa Baradili, Macu-Mere (città del Signore) diventa Macomer, Bona Catu (buon ritrovo) diventa Bonarcado, Arbarea (paludosa) diventa Arborea, Mar-Middha (acquitrino) diventa Marmilla, Margangioni (mucchio di sassi) diventa Morgongiori, Abas (acque) diventa Ales, Babai sandan (padre sardo) diventa Abbasanta, ecc.

La famosa stele di NoraDella lingua dei fenici restano pochi termini. Viene comunemente ritenuta di origine fenicia la famosa stele di Nora, oggi esposta al Museo Archeologico di Cagliari. Dopo i fenici in Sardegna arrivarono i cartaginesi, i quali non riuscirono mai a conquistarla del tutto. Tuttavia si insediarono presso i migliori approdi e gli scali commerciali più importanti, diffondendo il loro idioma che rimase vivo anche in periodo romano. Si ritiene che in Sardegna siano state presenti anche alcune colonie greche, soprattutto sulla costa nord-orientale, tra queste probabilmente Olbia (nome greco significante Felice).

L'influenza del latino genera il sardo, che ancor oggi costituisce la principale lingua romanza. Agli inizi dell'occupazione romana nell'isola si parlavano tre idiomi: punico, sardo, latino. Quest'ultimo si diffuse in breve tempo nelle zone costiere e nelle città, mentre nelle zone interne la diffusione incontrò notevoli ostacoli, poiché in quei luoghi si continuò a parlare il sardo. Tuttavia il latino, essendo la lingua ufficiale della Chiesa, si è successivamente imposto, soprattutto nella Barbagia, dopo la conversione del Capo barbaricino Ospitone.

La lingua sarda che è arrivata sino a noi, sa Limba, ha cominciato ad essere parlata dopo la caduta dell'impero romano. Appartiene alla famiglia delle lingue romanze, dal latino «romanice loqui», o neolatine, famiglia che comprende anche l'italiano, il francese, lo spagnolo, il catalano, il portoghese e il rumeno. La sua forma più pura è il logudorese, in particolare il logudorese di Nuoro, ossia il nuorese. Molte tracce del latino si trovano ancor oggi nella parlata, ad esempio per la parola cuocere viene usata la latina Coghere, il vento viene chiamato Bentu (dal latino Ventum), il giorno viene chiamato Die (dal latino Dies), ecc. Tracce anche nella toponomastica: ricordiamo Domus de Maria, Domusnovas, Fordongianus (da Forum Traiani), l'isola di Malu Bentu (vento cattivo). Proprio per la sua peculiarità il sardo è oggetto di accurati studi linguistici, che hanno contribuito a rendere più comprensibile l'evoluzione dal latino al volgare.

Si trovano, in Sardegna, diverse parole derivanti dal periodo di dominazione bizantina. Durante questo periodo, la Chiesa godette di forte autorità al punto che furono dedicati numerosi templi a santi greci come Santa Agata, San Saturno, Santa Barbara, San Sergio, San Bacco e soprattutto San Giorgio. I nomi di questi santi entrarono poi nell'onomastica popolare in uso ancora oggi (Basilio, Sofia, Greca) accanto ad altre forme oramai scomparse o quasi (Torchitorio, Salusio, Comita, Zerchi, Nispella, etc.). L'influenza bizantina si rileva anche nelle numerose chiese sparse per tutta l'isola. Di origine araba è il nome di Arbatax, che significa quattordicesimo e che stava probabilmente ad indicare la quattordicesima torre costiera d'avvistamento.

Alla fine del periodo Giudicale, l'arrivo di pisani e genovesi portò in Sardegna l'uso dell'Italiano, dato che molti operai vennero dalla Toscana per costruire chiese, monasteri, Castelli e torri. L'influenza italiana lascia le sue tracce soprattutto nella parlata del Gallurese e del Sassarese, che si formano, però, solo nel tardo medioevo.

La dominazione catalana prima e spagnola poi, durata oltre 350 anni, ha avuto notevole influenza sulla lingua sarda. Per decisione delle corti generali, furono tradotti in catalano gli statuti di Iglesias, Bosa, e Sassari. L'uso del catalano è proseguito anche dopo l'unificazione delle Corone d'Aragona e di Castiglia, tanto che furono pubblicati ancora in catalano gli editti del viceré. Lo spagnolo, ovverosia il castigliano, come lingua ufficiale, soppiantò il catalano solo all'inizio del diciottesimo secolo, e fu usato negli atti pubblici fino al 1780 e oltre. Molti i termini derivati dalla lingua spagnola, come il nome delle catene montuose denominate Serre, dallo spagnolo Serra che indica la sega, a descrivere il profilo seghettato della montagna. Oppure il termine ventana (ad indicare la finestra), ogu (occhio, da oju), etc.

Alcuni termini germanici, che si ritrovano nel sardo, si ritiene ci siano arrivati attraverso il latino, l'italiano, il catalano e lo spagnolo.

Il diciottesimo secolo segna il passaggio della Sardegna al dominio piemontese e per la prima metà del secolo permane una situazione bilingue. Il sardo convive accanto allo spagnolo, mentre i nobili piemontesi prediligono utilizzare nei loro rapporti il francese. Il rispetto per la lingua sarda continua anche nell'800, ma si fa più invasiva la diffusione dell'italiano. Con l'unità d'Italia, dopo il 1861, la lingua italiana diventa sempre più ufficiale, pur convivendo ancora con il sardo che resta comunque ancora assai diffuso, sia nei ceti umili che in quelli della borghesia. A partire dal ‘900 l'uso dell'italiano si diffonde, fino ad arrivare, in periodo fascista, alla proibizione assoluta dell'uso del sardo. Vengono così eliminati nella toponomastica locale molti termini sardi, coniandone di nuovi, in alcuni casi dando luogo a vere e proprie storpiature derivate da errate e superficiali traduzione dei cartografi italiani. L'isola Sin-Ara (tempio del Dio Sin) è stato tradotto in Asinara, l'isola del Malu Bentu (vento cattivo) diventa l'isola di Mal di Ventre, l'isola del Kavuru (granchio) diventa l'isola dei Cavoli.

La rivalutazione ed il riconoscimento della lingua Sarda

I documenti medioevali in lingua sarda non sono numerosi. Tra i più importanti e antichi abbiamo: le Carte Campidanesi dell'undicesimo secolo; la Carta de Logu promulgata da Eleonora d'Arborea nel quattordicesimo secolo; i Contaghi, ossia i registri con gli atti che attestano i negozi giuridici. All'ecclesiastico Giovanni Spano, nato a Ploaghe, si devono due opere fondamentali: «Ortografia sarda e nazionale, ossia grammatica della lingua logudorese paragonata all'italiana» del 1840 e «Vocabolario sardo-italiano e italiano-sardo» scritto tra il 1851 ed il 1852.

È del 1978 la proposta di legge di iniziativa popolare per l'introduzione in Sardegna del bilinguismo; del 1992 la «Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie»; del 1997 la legge regionale sarda n.26 per la «Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna»; del 1999 la legge della Repubblica italiana n. 482 che contiene le «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche» che riconosce il diritto alla tutela, tra altre, anche della lingua sarda.

Sono oggi più attuali che mai le prospettive di ufficializzazione della lingua sarda e di un suo uso ampio, da parte delle istituzioni pubbliche e private. Per questo è stata proposta la cosiddetta L.S.U. (Limba Sarda Unificada), fortemente basata sul logudorese o meglio sul nuorese, che ha trovato però una forte opposizione in Campidano, perché si ritiene non contenga le peculiarità della parlata della Sardegna meridionale.

La lingua parlata e la lingua scritta

Nella lingua parlata si rileva un'origine comune, mentre nella lingua scritta non esiste una grafia standard, essendo presenti due diverse tradizioni grafiche: da una lato il logudorese, dall'altro il campidanese fondato sul «Saggio di grammatica sul dialetto sardo meridionale» del 1811 di Vincenzo Porru.

Nel sardo sono presenti suoni assenti nel latino e nelle altre lingue neolatine. La consonante «d» ha una sonorità cacuminale che in Logudoro un prete, Pedru Casu, trascrisse come «dh», mentre in Campidano un altro prete, il canonico Bissenti Porru, preferì scrivere «dd».

Un altro suono presente nella lingua sarda è simile a quello che il francese rende con la lettera «j», come in jour (giorno). Nel logudorese quel suono viene trascritto con la lettera «j», ad esempio nella parola «ruju» (rosso), mentre in campidanese quel suono è reso dalla lettera «x», ad esempio è presente nel nome del più importante complesso nuragico chiamato Su Nuraxi, che si legge come se fosse scritto in francese Su Nuraji, con la «j» del francese jour. La «j» è infatti la lettera che rende quel suono nel sardo meridionale.

Per concludere, la principale differenza ortografica fra il sardo settentrionale e il sardo meridionale si è concretizzata in quel «dh» o «dd» per il suono cacuminale della «d», e in quella «j» ovvero «x» per il suono assimilabile a quella della parola francese jour.

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Nella prossima pagina descriveremo la tradizione gastronomica ed enologica in Sardegna. Accenneremo ai principali piatti della cucina della Sardegna ed ai principali vini sardi.

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