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| Nell'Eneolitico arriva la metallurgia e la lavorazione del Rame che portano alla fine della civiltà di Ozieri
Alcuni sostengono che verso il 3.000 a.C. abbia avuto termine l'ultimo grande disgelo, con un innalzamento del livello del mare che avrebbe reso alcune zone costiere non più abitabili. Christopher Knight e Robert Lomas nel libro "La civiltà scomparsa di Uriel" descrivono anch'essi un innalzamento del livello del mare in tutto il bacino del Mediterraneo, quasi un secondo diluvio, che avrebbe portato intere popolazioni a migrare verso altre terre. L'Età del RameL'età del Rame (3.500-2.000 a.C.) viene chiamata Eneolitico, dall'unione della parola latina aes (rame) e lithos (pietra), o Calcolitico, dall'unione della parola greca chalkòs (rame) e lithos (pietra). La prima metallurgia nasce nel vicino oriente e nei Balcani, da dove verso il 3.000 a.C. a seguito di grandi migrazioni inizia a diffondersi nel Mediterraneo occidentale e nel resto del continente europeo. Il rame è conosciuto certamente da tempo, ma la sua lavorazione fornisce a questo metallo un ruolo significativo sia sul piano economico che su quello culturale. Oltre all'innovazione tecnologica, avvengono grandi cambiamenti sociali con la differenziazione in classi, in base alla proprietà del metallo e dei suoi mezzi di produzione. Assistiamo quindi alla realizzazione di armi più sofisticate ed all'affermarsi delle popolazioni guerriere che dispongono di tale metallo su quelle neolitiche.
Il segreto della lavorazione del rame si ritiene sia arrivato in Sardegna portato da popolazioni che, subito entrate in contrasto con la popolazione locale, avrebbero determinato la fine della cultura di Ozieri. Sono molte le prove che l'accoglienza di queste popolazioni arrivate dal Mediterraneo orientale non sia stata amichevole. Erano popolazioni guerriere dotate di armi in metallo, che arrivavano per colonizzare le popolazioni neolitiche. Di certo per la popolazione locale il loro passaggio non è stato indolore, dato che ha determinato la fine della civiltà di Ozieri e la perdita di gran parte di quelle conoscenze che avevano portato gli uomini di Ozieri a lasciare il segno delle loro costruzioni megalitiche in tutta l'isola. Le popolazioni del rame non riescono comunque ad affermarsi. Resta comunque nella popolazione locale la conoscenza della lavorazione del rame, e forse il culto delle acque con l'inizio della costruzione dei templi a pozzo e dei pozzi sacri. Forse, perché non sappiamo se nascano ora o con il successivo arrivo dei Shardana. Il tempio rosso di Monte d'Accoddi, uno ziggurat mesopotamico in Sardegna!Con le prime migrazioni dal Mediterraneo orientale, le popolazioni da lì arrivate realizzano, vicino a Porto Torres, una piramide a gradoni sulla cui sommità si ritiene si svolgessero riti sacri. Si tratta della prima fase del Santuario, detto il tempio rosso di Monte d'Accoddi, costituito da una struttura tronco piramidale di 24x27 metri, alta cinque metri, con una rampa lunga 25 metri che da terra permetteva di raggiungere la terrazza sulla sommità. È un esempio di architettura tipicamente orientale che ricorda i templi a ziqqurath dei quali sono stati trovati resti in Mesopotamia. È realizzato con piccole lastre di calcare legate con malta, intonacate e dipinte con ocra rossa, dal che deriva il nome di tempio rosso. Sia la legatura delle lastre di calcare che la decorazione in ocra rossa, nata anch'essa in Mesopotamia per imitare il colore del rame, non esistevano in Sardegna e non verranno mai più ripetute. L'altare di Monte d'Accoddi viene incendiato, segno di una guerra tra la popolazione locale ed i nuovi arrivati che, d'altra parte, dopo questo altare non ne hanno costruiti altri, e probabilmente con la loro sconfitta si è persa la capacità di realizzare costruzioni di questo tipo. Quindi nuovi venuti sarebbero stati respinti. Il periodo chiamato sub-OzieriNei primi anni dell'Eneolitico Antico, tra il 3.400 ed il 2.900 a.C., si vive la fase finale della cultura di Ozieri, definita sub-Ozieri, di cui sono stati rinvenuti resti nei siti di Terramaini a Pirri e di Su Coddu a Selargius, entrambi vicino a Cagliari. I resti di questo periodo sono vasi a fiasco e ciotole a profilo angolato, ma la ceramica è molto grezza e quasi del tutto priva di decorazioni. Uomini che per secoli avevano decorato le loro ceramiche perdono il gusto per l'ornato. Un grande scontro di civiltà deve avere distrutto gran parte delle loro conoscenze artistiche tradizionali. Si inizia invece la realizzazione dei primi oggetti in metallo, soprattutto anellini in rame ed argento.
La cultura di AbealzuDopo la fase sub-Ozieri, si assiste a una lenta rinascita con l'affermazione di nuove espressioni culturali, che risultano però ancora assai povere. Sono due culture assai simili, che si sviluppano tre il 2.900 ed il 2.500 in parti diverse dell'isola: le culture di Abealzu e di Filigosa. Della cultura di Abealzu, dal nome di un località presso Osilo in Provincia di Sassari, restano oggetti in ceramica, anche in questo caso soprattutto vasi a fiasco, privi di decorazioni ma caratterizzati dalla presenza di semplici bozze di tipo mammellare accoppiate, a volte contrapposte all'ansa. Dalle tombe ipogeiche di Abealzu e Sos Laccheddos provengono inoltre dei mestoli d'impasto con lunga impugnatura forata che potevano essere utilizzati come frangicagliata nella lavorazione dei latticini.
Il cambiamento culturale è evidenziato anche da un nuovo modo di rappresentare la divinità, non più con idoli di tipo volumetrico ma realizzata con piccoli idoletti in materiali vari, soprattutto in marmo. Da molti contesti funerari tra cui quello nei dintorni di Porto Ferro provengono statuine in marmo femminili di stile geometrico, con le braccia staccate dal busto e ricondotte alla vita, da cui la definizione di idoli a traforo. Sono cruciformi e piatte e presentano forti analogie con alcune statuine trovate nelle isole Cicladi in Grecia.
La cultura di Filigosa La cultura di Filigosa, dal nome di una collina presso Macomer, ci ha lasciato, soprattutto nell'ambito di contesti funerari, vari reperti in ceramica più raffinati, soprattutto vasellame ceramico piuttosto semplice, raramente decorato con impressioni digitali e graffiti con motivi di zig-zag, rombi, reticoli, ecc. del tutto assenti nei reperti della pressoché contemporanea cultura di Abealzu. A Filigosa sono stati rinvenuti anche un minuscolo vasetto in legno, una capocchia di terracotta forse di ago crinale, un anellino in argento.
Con la cultura di Filigosa riprende la realizzazione di punte di freccia in ossidiana, ma sono corte e tozze, lontane dall'eleganza di quelle di Ozieri, e si sviluppa la produzione di oggetti in metallo, anellini in argento ed i primi pugnaletti in rame. Con i corredi funerari si sono rinvenuti resti umani caratterizzati da ossa scarnificate, che confermano la pratica di una deposizione secondaria, ossia effettuata dopo che si è conclusa la consumazione delle parti molli del corpo per esposizione del corpo agli agenti atmosferici. Si ritiene che risalgano al periodo della cultura di Abealzu e di Filigosa e le statue menhir antropomorfe. Sulla pietra troviamo scolpiti diversi simboli tra i quali non solo corna taurine, occhi e spade, ma soprattutto il cosiddetto capovolto (quasi un uomo a testa in giù) ed il doppio pugnale, che cominciano a comparire anche nelle domus de janas. In maggior numero sono state rinvenute nel territorio di Laconi e si ritiene rappresentino non più la divinità ma probabilmente gli eroi ed i guerrieri mitici di quelle popolazioni.
Il secondo Santuario di Monte d'Accoddi Dopo 300 anni, nel periodo della cultura di Filigosa, sopra i resti del tempio rosso di Monte d'Accoddi viene edificato il secondo Santuario di Monte d'Accoddi, quello che è arrivato fino a noi, costituito da un altare di 36x29 metri, alto nove metri, con la sommità raggiungibile da una rampa lunga 42 metri. Quello che vediamo oggi è un ziggurat di tipo orientale realizzato però non in argilla, come quelli della Mesopotamia, che sono stati quasi completamente distrutti dal tempo, bensì in pietra come tutte le costruzioni megalitiche della Sardegna. È interamente realizzato con grosse pietre messe in opera a secco senza uso di intonaco, viene quindi edificato dagli eredi dei costruttori dei grandi nuraghi.
Oggi la maggior parte delle ricostruzioni lo fanno risalire al 2440 a.C., dopo la migrazione da oriente che ha portato in Sardegna la conoscenza della lavorazione del rame. Leonardo Melis farebbe derivare invece il nome Accoddi da Akkad, la capitale del regno di Sargon I, che indicherebbe il luogo di provenienza dei Shardana, emigrati successivamente, verso il 2000 a.C., anch'essi dalla Mesopotamia, e stabilitisi in Sardegna dove avrebbero portato la conoscenza della lavorazione del bronzo. È sotto di esso che sono state individuate le tracce del tempio rosso che, con la difficoltà di effettuare piccolo scavi senza compromettere la struttura sovrastante, hanno permesso di ricostruirne la storia. Il monumento, a 300 metri dal quale sono presenti due massi di arenaria scolpiti e dipinti uno di bianco l'altro di rosso (forse la coppia divina Dio Toro e Dea Madre), testimonia un insolito, unico ed eccezionale incontro fra il megalitismo tipico del mondo occidentale e l'architettura tipicamente orientale dei templi a ziqqurath. I reperti più antichi rinvenuti durante gli scavi mostrano un villaggio di capanne ancora del Neolitico Antico, presumibilmente del periodo della cultura di Bonu Ighinu. Nelle capanne sono stati rinvenuti resti di vasi puntinati. Nel periodo della cultura di Ozieri accanto ad esso si realizza un villaggio a capanne quadrangolari. Risalgono a questo periodo anche un menhir alto 4,70 metri e due tavole sacrificali con una stele femminile. Nelle capanne che sorgono alla base del monumento sono stati trovati reperti della cultura di Abealzu e di Filigosa, della cultura di Monte Claro e di quella del vaso Campaniforme, mentre è quasi certo che all'epoca della cultura di Bonnanaro il Santuario come luogo di culto non fosse più in uso.
La cultura di Monte ClaroSuccessivamente, nell'Eneolitico Evoluto, si sviluppa in diverse parti dell'isola tra il 2.500 ed il 2.000 a.C. la cultura di Monte Claro, dal nome di una collinetta alla periferia settentrionale di Cagliari nel cui ipogeo sono state rinvenute le sue prime tracce. Altre tracce si trovano nella lunga fascia del Campidano da Oristano a Cagliari e nel Sulcis, solo in piccola parte nel Sassarese. È nuovamente una cultura significativa, caratterizzata dalla realizzazione di villaggi agricoli che si presentano come aggregato di rozze capanne di forma rotonda o ellitica con estensione limitata, situati per lo più su alture difese naturalmente.
Vengono prodotti vasi cilindrici o biconici di grandi dimensioni di alta qualità, ben decorati con scanalature e solcature parallele. La metallurgia è già particolarmente evoluta, con la produzione d'utensili ed armi in rame. Continuano ad essere utilizzate come sepolture le necropoli di domus de janas. Le principali necropoli di questa cultura sono quelle di Noeddale ad Ossi e di Su Crucifissu Mannu a Porto Torres, entrambe in Provincia di Sassari. La necropoli ipogeica di Su Crucifissu Mannu, del III millennio a.C., comprende 22 domus de janas ipogeiche non ancora portate del tutto alla luce, scavate in un bancone calcareo, tutte formate da più camere comunicanti. In essa vennero deposti i resti di numerosi defunti, raccogliendo in piccoli recinti di pietre le ossa lunghe ed i crani. Particolarmente importante è un cranio che presenta le tracce di un'operazione di trapanazione cranica, che mostra come la medicina e la chirurgia fossero già particolarmente evolute. Ed è certo che dopo l'operazione l'individuo sopravvisse per un certo tempo.
Alla cultura di Monte Claro si fa risalire anche la realizzazione di muraglioni di tipo megalitico a difesa del territorio, come quella che circonda la fortezza sul Monte Baranta a Olmedo, larga in alcuni punti oltre sei metri, alta mediamente 3,5 metri e lunga 97 metri. La muraglia racchiude i resti di almeno sette capanne rettangolari di grandi dimensioni: all'interno delle due studiate si è trovata solo ceramica della cultura di Monte Claro. Tali recinzioni murarie indicano l'esigenza di difendersi da popolazioni avverse.
Nell'Eneolitico Finale arriva la cultura del Vaso Campaniforme L'Eneolitico Finale è un periodo caratterizzato da grandi scambi culturali nel quale, come in tutta l'Europa centro-occidentale, anche in Sardegna si sviluppa tra il 2.100 ed il 1.800 la cosiddetta cultura del Vaso Campaniforme, chiamata anche beaker degli inglesi. Il nome che deriva dai vasi dalla tipica forma a campana rovesciata. La diffusione del vaso campaniforme avviene in tutto il continente e si ritiene sia stata opera di pastori o guerrieri, nomadi e metallurghi, che si sarebbero portati appresso il piccolo recipiente quasi fosse un simbolo, una bandiera, per le vie del mondo.
La distribuzione dei resti di questa cultura nella parte occidente della Sardegna, particolarmente sul litorale, provano la loro provenienza marinara. Dai resti scheletrici rinvenuti in Spagna, in Germania ed in Inghilterra, sembra che i portatori del campaniforme non fossero una popolazione di origine indo-europea, che avrebbe avuto caratteristiche dolicocefale, ma provenissero dai paesi tra il mar Nero e il mar Caspio, in quanto appartenenti ad un tipo brachicefalo armenoide.  Nella prima fase di questa cultura vengono realizzati vasi con decorazioni impresse a pettine, successivamente con decorazioni ad incisione, o ceramiche del tutto inornate. Sono decorazioni geometriche e rettilinee, a differenza da quelle della cultura di Ozieri che erano curvilinee. Si trovano anche vasi con tre o quattro piedi, a dimostrazione che la cultura del Vaso Campaniforme si viene a collegare con la cultura di San Michele e ne viene assorbita e trasformata in senso locale.
Continuano anche in questa fase ad essere utilizzate le necropoli di domus de janas per le sepolture. Vengono rinvenuti anche bottoni, ornamenti in rame, insieme alle caratteristiche collane di conchiglie. Anche gli uomini della cultura del Vaso Campaniforme dovevano essere bellicosi, come testimoniano i caratteristici brassard, ossia i bracciali da arciere, e diversi tipi di armi metalliche, il pugnaletto corto di rame o di bronzo, ritrovati nelle tombe.
Nella cultura di Bonnanaro sopravvivono gli ultimi uomini di OzieriAl 1.800 a.C., all'inizio dell'Età del Bronzo Antico, si attribuiscono i reperti della cultura dei pastori guerrieri di Bonnanaro. Resti di questa cultura si ritrovano solo in due centri: in località Korona Montana o Corona Montana, presso Bonnanaro, dove fu rintracciata casualmente la prima tomba e da dove deriva la conoscenza delle caratteristiche di questa cultura; e successivamente a Sa Turricola, nei pressi di Muros, dove si è rinvenuto un esempio insediativo della cultura di Bonnanaro nel suo periodo più tardivo, forse già nel periodo del Bronzo Medio. Sono due località in Provincia di Sassari a circa 25 chilometri di distanza l'una dall'altra. La necropoli di Korona Montana è stata scoperta nel 1889 dal Taramelli. Vi sono state rinvenute cinque tombe ipogeiche, scavate nella roccia calcarea, alcune delle quali contenenti sepolture ancora intatte dove si sono rinvenuti i resti ossei dei defunti, con i loro corredi funebri. La cultura di Bonnanaro viene considerata una derivazione della civiltà sub-Ozieri,che si è spostata dagli insediamenti litorali all'interno dell'isola, in un ambiente di altipiano e montuoso. Tutto lascia pensare che, con l'arrivo dei navigatori Shardana nella Sardegna costiera, la popolazione locale si sia ritirata all'interno.
Le popolazioni del Bonnanaro sono dedite soprattutto alla pastorizia. Sono dediti più alla guerra che alla celebrazione della vita, e vanno insediarsi in villaggi pre-esistenti, forse per naturale continuazione o anche per conquista. Si tratta quindi di pastori-guerrieri. Un'usanza particolare è quella trapanazione del cranio di persone vive, con la successiva sopravvivenza del soggetto sottoposto all'operazione, attestata dalla ricalcificazione ossea. Ne sono testimonianza i resti di una donna sepolta nella grotta naturale di Sisaia (Oliena), in associazione ad un povero corredo costituito da una ciotola, un tegame, una macina di granito e tracce di legno combusto. Si tratta di una usanza tipica di un'altra cultura, quella di Monte Claro. Le ceramiche, di forme elementari e qualità abbastanza scadente, sono soprattutto vasi d'impasto bruno con anse a gomito del tutto lisci senza alcun ornamento. Continua un sia pur limitato uso dei bracciali da arciere e delle collane di conchiglie. Essendo eredi del megalitismo di Ozieri, sono molto rari i ritrovamenti di oggetti in metallo. In una domus de janas è stato, comunque, ritrovato un ricco corredo di armi.
Nei luoghi funerari vediamo delinearsi maggiormente questo tipo di cultura, che continua ad utilizzare le necropoli di domus de janas e ne realizza di nuove. Le caratteristiche dei tipi di seppellimento e le suppellettili rinvenute mostrano il carattere estremamente rude degli uomini di Bonnanaro. La prossima pagina | Nella prossima pagina descriveremo l'arrivo della metallurgia del bronzo portata nel 1.800 a.C. dai navigatori Shardana che occupano la Sardegna e diffondono le loro conoscenze fino all'età del ferro nel 900 a.C. | |
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