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| Tra il IX ed il VI secolo sbarcano in Sardegna i Fenici, ben accolti dalla popolazione locale
I Fenici appaiono improvvisamente sulla scena come grande potenza marinara verso il 1.000 a.C., ad essi si fanno risalire grandi conoscenze tecnologiche. La presenza Fenicia in Sardegna copre un periodo che va dal il IX al VI secolo a.C. La misteriosa origine dei mercanti e navigatori Fenici Quella Fenicia è una popolazione di origine semitica. Proviene da un'arida striscia di terra nel Mediterraneo orientale, che occupa la maggiore parte della costa dell'attuale Libano, limitata a sud dal Monte Carmel, a nord dal golfo Dilskenderun, a est dalla catena del libano e ad ovest dal mare. Non essendo la loro terra adatta all'agricoltura, ma ricca di coste e di approdi, si dedicano alla navigazione e al commercio. Preferiscono navigare sotto costa, di giorno, orientandosi con il sole, hanno quindi bisogno di punti di approdo che non distino tra loro più di una giornata di navigazione. Se costretti a navigare di notte, si orientano con le stelle dell'orsa Minore che verranno, per questo, chiamate dai greci Stelle Fenicie. A loro i Greci attribuiscono il primo periplo dell'Africa.
I Fenici possiedono una notevole cultura. Parlano una lingua semitica affine all'ebraico ed hanno inventato l'alfabeto moderno che fa corrispondere ad ogni suono un segno. Il loro alfabeto, come in tutte le lingue semitiche, manca delle vocali che verranno successivamente aggiunte dai Greci. Utilizzano e diffondono la conoscenza del vetro, che i Greci ritengono addirittura sia stato inventato proprio da loro. Utilizzano inoltre la porpora, una sostanza rossa estratta dalla conchiglia di alcuni animali marini, per colorare le vesti. Portano alla diffusione del sistema babilonese di pesi e misure. I Fenici sono frazionati politicamente. Ogni città è sovrana, ed è governata da un monarca, in genere ereditario, affiancato da un consiglio di anziani, espressione dell'oligarchia di commercianti e armatori che ne limita la potenza. Un'ipotesi sulla misteriosa origine dei FeniciÈ improbabile che si tratti di un popolo nativo del Libano, perché, dopo l'invasione del 1200 che tutto distrusse e dalla quale si salvò solo Atene, sarebbero occorsi secoli prima che una civiltà ivi residente potesse riprendere il suo splendore. E d'altra parte le conoscenze dei Fenici si ritrovano tutte nella precedente storia dei Shardana. Delle navi Shardana riprodotte nei bronzetti votivi abbiamo già parlato, vi si possono forse riconoscere le navi dei Feaci di Omero e vi riconosciamo le caratteristiche delle navi dei Fenici. Come abbiamo parlato della navigazione lungo le coste dell'africa dei Shardana alla ricerca dello stagno per produrre il bronzo, le cui rotte a loro ben note sarebbero poi state seguite dai Fenici su incarico del faraone Necao nel VII secolo a.C., e da Hiram il fenicio verso la mitica Hofir nel viaggio voluto nel 900 a.C. da Salomone, il quale inviava inoltre i Fenici a cercare metalli fino alla mitica Tartesso.
A Nora è stata rinvenuta una stele sepolcrale, nota appunto con il nome di stele di Nora, risalente al IX secolo a.C. oggi conservata al museo Archeologico di Cagliari, nella quale una iscrizione Fenicia ricorda l'erezione di un tempio al dio cipriota Pumay e compare per la prima volta la parola SHRDN, da alcuni interpretata come Shardana.
Come abbiamo detto, i Fenici utilizzano la porpora, una sostanza rossa estratta dalla conchiglia di alcuni animali marini, per colorare le vesti. La porpora, però, era già conosciuta prima dei Fenici, dato che secondo la Bibbia Mosè affidò la costruzione dell'arca dell'alleanza a Ooliab della tribù di Dan, che intesseva la porpora viola, rossa scarlatto e ricamava il bisso. Secondo Esichio in Sardegna, nella località dove sorgeva Cornus, era fiorente l'industria della porpora che era esportata in tutto il Mediterraneo con il nome di «ba' mma sardianica», ossia tinta scarlatta sarda, ed ancora oggi gli abitanti del luogo lo chiamano «Campu 'e corra», dove corra è il nome che danno al mollusco della famiglia dei gasteropodi dal quale veniva estratta. Per non parlare del bisso, detto anche la seta di mare, che viene ricavato da un filamento che secernono alcuni molluschi che si trovano tra l'altro nei fondali dell'isola di Sant'Antioco. E proprio a Sant'Antioco ancora oggi vive ed opera Chiara Vigo, l'ultima persona al mondo che lo tesse e tinge secondo l'antichissima tradizione.
L'arrivo dei Fenici in SardegnaAttirati dalla posizione geografica dell'isola le cui coste costituiscono un'ottima base di transito verso l'occidente, dalla fertilità della terra e dalla ricchezza delle miniere, i Fenici cominciano a frequentare la Sardegna. In base a ritrovamenti effettuati a Sulci, sappiamo che i primi Fenici arrivano in Sardegna nel IX secolo a.C. e non nel VII o nel VI secolo, come si pensava fino a qualche tempo fa. Poi, nel corso del VII secolo, la loro presenza diviene stabile e vi restano fino al VI secolo a.C. I Fenici realizzano città importanti e potenti, belle e molto decorate. Le città Fenicie sono caratterizzate da possenti mura difensive e da porti funzionali, in posizioni in grado di difendersi dalle maree o da fenomeni di insabbiamento. Le navi entrano in porto solo per operazioni di carico e scarico, mentre, per il resto del tempo, restano in mare. Delle città Fenicie ci restano però solo le necropoli ed i tophet dato che sui centri abitati verranno edificate le città puniche e successivamente su queste le città romane. Vengono fondati insediamenti e depositi costieri usati come scali marittimi e commerciali nella parte meridionale dell'isola, che poi diventeranno veri centri abitati: Karalis (Cagliari), Nora (Pula), Bythia (Chia), Sulki (Sant'Antioco), Tharros (vicino a Oristano) oltre a centri minori come Othoca e Cornus presso Oristano, Neapolis presso Guspini. Più all'interno, in posizione dominante in modo da controllare dall'alto tutta la zona circostante, vengono edificate la fortezza di Monte Sirai presso Carbonia e quella di Pani Loriga presso Santadi. Come vengono accolti i Fenici dalla popolazione localeLa collocazione delle città Fenicie in zone in cui non esistono precedenti insediamenti locali, fa pensare che non si determini alcun conflitto fra i Fenici e gli abitanti dell'isola, si presume invece un buon rapporto di collaborazione e di scambio commerciale. Se fosse vera, come noi riteniamo, l'origine Shardana dei Fenici, ciò farebbe comprendere perché al loro arrivo in Sardegna vengano bene accolti dalla popolazione locale, che consentirà loro la creazione dei loro scali commerciali. Cosa che non avverrà invece con i Cartaginesi e meno ancora con i Romani che verranno sempre contrastati dalla popolazione locale. La religioneNella religione dei Fenici sono personificate le forze della natura, che variano da regione a regione oltre a variare nel tempo. La cosmonogia Fenicia ha inizio con l'unione del caos primitivo con una divinità chiamata El, un dio del pantheon dell'area semitica siro-palestinese e della mesopotamia, spesso presentato con caratteristiche del dio supremo. I Fenici credono che da questa unione nasce un uovo, il mot ossia l'uovo cosmico, e che una sua rotazione violenta avesse separato terra e acque. Poi furono creati gli dei e fu fatto l'uomo, da cui ebbero origine la vita animali e quella vegetale. I Fenici non sviluppano mai il concetto di un dio solo, di una divinità suprema. Sono sempre politeisti. Nella loro religione esiste una trinità: El, Baal e Astarte. Il dio El è, come già detto, il padre degli dèi, un dio inafferrabile, lontano dall'uomo. Ma la divinità principale è Baal, che ogni anno a febbraio muore e poi risorge, richiamando il ciclo delle stagioni: si sacrifica per l'uomo morendo e risorgendo per lui. Il termine Baal si trova anche nella bibbia, ed in ebraico vuol dire signore, possessore o marito. Astarte o Ashtart, che verrà chiamata Tanit a Cartagine, è la grande madre, la dea della fecondità e del piacere, colei che dà calore, fertilità e sicurezza all'uomo. Oltre a questi dei, nelle varie città ne sono presenti altri come Melqart o Melkart, una divinità maschile di Tiro che rappresenta un punto di contatto nella mitologia di culture adiacenti, protettrice dei naviganti, il cui nome significa «re della città».
Come auspicio per la fertilità, presso i Fenici si celebra il rito della prostituzione sacra, per il quale ogni donna, solo una volta l'anno, in occasione di particolari feste, concede il proprio corpo, per consentire all'uomo di corrispondere direttamente con la divinità. Le necropoli ed i tophet Ogni città Fenicia ha una necropoli, la città dei morti, che sorge al di fuori delle mura cittadine. La sepoltura è per incinerazione, cioè la cremazione del corpo le cui ceneri vengono raccolte e sistemate in vasi di terracotta e quindi seppellite. L'inumazione, cioè la sepoltura semplice nella nuda terra, si viene ad affermare solo successivamente, per i contatti con i Cartaginesi. Sono stati rinvenuti diversi tipi di sepoltura, che variano probabilmente a seconda del rango sociale del defunto: semplici fosse di incinerazione, urne cinerarie sepolte nella terra, sarcofaghi scavati nella pietra calcarea e ricoperti da tegole in terracotta o da una lastra in pietra calcarea.
Caratteristica delle città Fenicie sono inoltre i tophet, luoghi sacri per i sacrifici alle divinità, dove vengono bruciate le salme dei defunti che, non avendo ancora affrontato i riti di iniziazione, non possono venire sepolti nella necropoli. Si tratta quindi delle sepolture dei bambini. In Sardegna resti di un tophet si vedono tra le rovine di Tharros e sul Monte Sirai, ma il più noto è il tophet di Sant'Antioco, dove sono stati trovati vasi di terracotta contenenti le ceneri di oltre 5.000 bambini, spesso in compagnia di piccoli animali domestici, e molti altri sono ancora sepolti.
In base ai resoconti degli antichi Romani, che però ne erano avversari e quindi ne davano un giudizio non sempre imparziale, si è ritenuto che si trattasse di cruenti sacrifici dei primogeniti delle più alte classi sociali: questo a dimostrazione che gli avversari dei Romani erano incivili e crudeli. Oggi una interpretazione storica più attendibile ci fa escludere questa interpretazione, dato che si ritiene improbabile che, in un'epoca nella quale solo una minima percentuale dei bambini sopravvive alle malattie della prima infanzia ed arriva alla maggiore età, vengano offerti in sacrificio i primogeniti, e soprattutto quelli delle famiglie più abbienti. Da analisi effettuate in questi ultimi anni proprio sui reperti del tophet di Sant'Antioco, si è infatti visto che molti erano aborti, per cui oggi si tende a ritenere che in gran parte si sia trattato proprio di aborti o di morti premature avvenute prima delle cerimonie di iniziazione. I piccoli animali domestici venivano probabilmente sacrificati alla divinità per scongiurare il ripetersi di un simile luttuoso evento. Ed una stele funeraria veniva portata sul posto, per ringraziare la divinità, dopo la nascita di un nuovo figlio. Cosa resta della cultura FeniciaIl contatto con i Fenici porta alla popolazione residente numeroso vantaggi, che vanno dalla scrittura alla conoscenza della città, ossia di una organizzazione della comunità per loro nuova rispetto a quella che era la vita dei villaggi. Ma la vera conquista in quel periodo, secondo l'archeologo Giovanni Lilliu, è l'organizzazione politica, che ruota intorno al parlamento del villaggio, nel quale un'assemblea composta dai capi e dalle persone più influenti, si riunisce per discutere sulle questioni più importanti e sulla giustizia. Secondo Giovanni Lilliu, questa forma di governo, benché non originale ed esclusivo della Sardegna, si ritroverà ancora intatto, dopo duemila anni, nello spirito delle «coronas» del periodo dei Giudicati. Dai Fenici la popolazione locale impara a sfruttare meglio le risorse naturali dell'isola: migliora lo sfruttamento dei giacimenti minerari, inizia la coltivazione della palma e dell'ulivo, la produzione del sale, migliorano le conoscenze per la pratica della pesca. Porta anche la conoscenza di divinità diverse rispetto a quelle che avevano adorato per secoli.
L'artigianato produce ceramiche raffinate e strumenti sempre più elaborati, mentre aumenta la qualità delle armi. Di questo periodo della storia dell'isola ci resta soprattutto un'arte a carattere sacro, con piccole sculture dedicate alle divinità, cippi e steli votive. Ci restano poi calderoni e porta torce bronzei, raffinate ceramiche e vasetti per la conservazione dell'olio profumato.
Con il prosperare dei commerci, i prodotti della metallurgia e i manufatti sardi raggiungono ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste siro-palestinesi a quelle spagnole e atlantiche. Ed intorno ai nuraghi, sempre più complessi ed elaborati, aumentano di numero le capanne nei villaggi e vi è un ampio incremento demografico. I bronzetti e le sculture di Mont 'e Prama All'interno del Santuario federale nuragico di Santa Vittoria a Serri sono stati rinvenuti numerosi bronzetti conservati oggi nel Museo Archeologico di Cagliari. Sono bronzetti diversi da quelli rinvenuti a Uta, rappresentano guerrieri con abbigliamento ed acconciature evolute, i capelli non sono corti ma raccolti in lunghe trecce, l'elmo ha corna più lunghe, gli scudi sono più elaborati e non compaiono più alcune armi come il boomerang. Vengono quindi ritenuti più recenti, presumibilmente realizzati tra l'VIII ed il VII secolo a.C., ossia dopo l'emigrazione dei Shardana seguita alla grande catastrofe del 1200 a.C. forse da parte dei Shardana rimasti sull'isola oppure, secondo un'ipotesi di Leonardo Melis, da quei loro eredi che vi tornarono e che i Greci chiamarono Fenici.
Nel 1974, in località Mont 'e Prama nel comune di Cabras, al contadino Sissinio Poddi finisce sotto la lama dell'aratro la testa di pietra gigantesca di un arciere. Nel 1979 iniziano gli scavi. Racconta Giovanni Lilliu: «c'è un episodio che mi mette ancora i brividi. Fu quando con Enrico Atzeni scoprimmo a Mont 'e Prama le grandiose statue nuragiche in arenaria ai bordi dello stagno di Cabras. C'era un sole bellissimo, poi il cielo improvvisamente si oscurò, venne la tempesta mentre le statue tornavano alla luce. Dio mio, gli dei nuragici si stanno risvegliando, pensai. Non lo dimenticherò mai». La loro scoperta non è mai stata molto pubblicizzata, forse perché mette in dubbio tante presunte certezze archeologiche; non esistono infatti altri esempi di statuaria del periodo Shardana o fenicio. In questi oltre 30 anni dal ritrovamento pare siano stati pubblicati alcuni saggi, ma solo 21 giugno 2005 la scoperta è stata portata all'attenzione del grande pubblico da un articolo del Giornale di Sardegna nel quale viene descritto il ritrovamento delle 30 statue alte due metri dell'VIII-VII secolo a.C. Le statue, in arenaria gessosa, stavano dentro un recinto sacro, ritte sopra basi che segnavano delle tombe a pozzetto. Sono arcieri e pugilatori, hanno occhi come dischi solari, la bocca è inesistente, il piede è taglia 52. Riprendono in dimensioni sovrumane i modelli di alcuni bronzetti dell'ultimo periodo; come nota Leonardo Melis sono identiche nell'abbigliamento, nei lineamenti e nell'acconciatura ai bronzetti di Serri e pongono tutti gli stessi problemi di datazione. Si tratta di uno dei più grandi ritrovamenti dell'intero Mediterraneo, che ne riscrive la storia archeologica: vuol dire che le città finora ritenute fenicio-puniche erano abitate precedentemente dalla stessa popolazione che aveva realizzato i bronzetti, quella che noi chiamiamo i Shardana. Che avevano realizzato in un primo tempo i bronzetti di Uta, poi sono partiti dopo la grande catastrofe del 1200 a.C. ma i loro eredi sono rientrati nell'isola e vi hanno realizzato, da soli o con la popolazione locale, i bronzetti di Serri e queste gigantesche statue. Le statue sono state portate al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, alcune vennero esposte al pubblico, le altre sono ora in fase di restauro a Sassari.
La prossima pagina | Nella prossima pagina vedremo come dal VI al III secolo si sviluppa in Sardegna la colonizzazione cartaginese. I Cartaginesi verranno chiamati in latino Poeni e da questo termine deriva la loro denominazione di Punici. | |
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