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Nel 1708 la Sardegna passa agli Asburgo che nel 1720 la cedono ai Savoia


La Sardegna spagnola occupata dagli Asburgo che la cedono ai Savoia

Nel 1700, Carlo II di Spagna muore senza eredi e viene proclamato re di Spagna il giovane Filippo d'Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV, con il nome di Filippo V. Temendo l'unione di Francia e Spagna, si forma una coalizione tra Inghilterra, Olanda ed Austria, e nel 1703 il principe Carlo d'Asburgo si insedia a Barcellona dove si fa proclamare re di Spagna col nome di Carlo III.

Vincenzo BacallarLa Sardegna si divide in due fazioni, a favore dell'uno o dell'altro, e quando nel 1708 un contingente militare agli ordini degli Asburgo occupa Cagliari e l'imperatore d'Austria vi insedia un suo vicerè, gli esponenti del partito legittimista fuggono in Spagna. Da qui Vincenzo Bacallar, governatore di Cagliari e di Gallura, tenta una controffensiva che si conclude con l'infelice sbarco a Terranova. Nel 1713 con il trattato di Utrecht viene sancita la separazione tra Spagna e Francia ed anche tra Spagna e Austria, e la Sardegna viene assegnata all'Austria divenendo una delle pedine di scambio per il riassetto degli equilibri europei.

Comunque Filippo V non accetta il trattato e, sostenuto dal suo primo ministro il cardinale Alberoni, nel 1717 effettua una spedizione che occupa Sardegna e Sicilia. Nasce una nuova coalizione e nel 1720, con il trattato di Londra, la Sardegna viene assegnata ai Savoia in sostituzione della Sicilia. In questo periodo d'incertezza politica, tra il 1700 ed il 1720, la Sardegna rimane senza controllo e la sua popolazione versa in un grave stato di miseria diffusa. Nascono in questo periodo il banditismo e la criminalità rurale, dei quali la miseria delle popolazioni è la causa prima.

La repressione di Vittorio Amedeo II alimenta l'appoggio della popolazione al banditismo

Vittorio Amedeo IIQuindi nel 1720 Vittorio Amedeo II di Savoia, detto la Volpe Savoiarda, diviene re di Sardegna, ma, pur passando sotto la dinastia dei Savoia, la Sardegna rimane un regno autonomo, con tutte le sue istituzioni e i suoi privilegi. Gli ordinamenti del periodo spagnolo rimangono in vigore, anche se il governo piemontese evita di convocare il Parlamento, impedendo così alla nobiltà, al clero e alla borghesia di esprimere le esigenze della popolazione. I problemi posti da banditismo e criminalità rurale inducono il governo piemontese a tentare, senza successo, di cederla in cambio di qualche altro possedimento. Non riuscendoci, deve iniziare ad occuparsene, nei primi tempi quindi l'attenzione di Vittorio Amedeo II è diretta al controllo l'isola per garantirne l'ordine interno.

Il governo piemontese tenta di risolvere la situazione del banditismo con una forte azione repressiva, come fa qualsiasi governo di occupazione non gradito dalla popolazione, inviando contingenti militari per tentare di contrastare il banditismo, soprattutto nelle montagne del Logudoro e della Gallura. Il banditismo continua a resistere, mentre gli interventi repressivi colpiscono la popolazione dei villaggi, soggetta a perquisizioni ed arresti di massa. Aumenta quindi l'appoggio della popolazione al banditismo, si tratta di una popolazione che ha subito secoli di dominazioni ed oppressioni e che vede i banditi come difensori del popolo in miseria. Le loro gesta vengono cantate nelle poesie popolari, poiché rappresentano l'unica forma di ribellione alle prepotenze delle classi dominanti e dello stato.

La nuova politica di Carlo Emanuele III

Carlo Emanuele IIIDopo la morte di Vittorio Amedeo II nel 1732, il nuovo re Carlo Emanuele III rinuncia a considerarla una terra di conquista e comincia a trattarla come parte del regno. Questo soprattutto dopo che, con la pace di Aquisgrana del 1748, risulta chiaro che la Sardegna rimane al Piemonte. Nel 1737 Carlo Emanuele organizza il riscatto di un centinaio di discendenti da un gruppo di pescatori liguri di Pegli che erano stati rapiti dai pirati tunisini nel 1540 ed erano tenuti in schiavitù nella cittadina costiera di Tabarka e li fa trasferire nell'isola di San Pietro, dove viene fondata una città chiamata Carloforte in suo onore. Dal 1759 il re affida al conte Lorenzo Bogino la direzione politica di tutti gli affari riguardanti la Sardegna allo scopo di modificare le condizioni dell'isola. Egli ottiene la limitazione dei poteri del clero, razionalizza magistratura e avvocatura, ospedali e servizio postale, riordina l'amministrazione delle città e dei villaggi, nel 1760 stabilisce l'obbligo dell'uso della lingua italiana in sostituzione dello spagnolo nelle scuole e negli atti ufficiali. Ma i due settori nei quali ottiene i risultati più sostanziali sono quelli dell'istruzione e dello sviluppo demografico. Nel settore dell'istruzione vengono riorganizzati gli studi universitari e le scuole secondarie. Nel 1764 viene riaperta l'Università di Cagliari e l'anno successivo quella di Sassari, entrambe create nel '600 sotto Filippo III, ma che erano state chiuse dagli Spagnoli prima dell'abbandono dell'isola. Rimane però irrisolto il problema del controllo della Chiesa sul settore, e quello dell'analfabetismo. Si determina comunque un significativo risveglio culturale. Architetti Piemontesi realizzano il Palazzo Ducale di Sassari e l'Università di Cagliari. Tra i principali scultori del '700 ricordiamo Giovanni Lonis e Andrea Galassi, allievo del Canova. c'è anche una ripresa dell'architettura ecclesiastica, con la realizzazione ad esempio della Parrocchiale di San Paolo Apostolo ad Olbia in stile gallurese. Lo spopolamento è favorito dal clima insalubre, ma soprattutto dal banditismo e dall'insicurezza delle coste. Per risolvere il problema dello spopolamento, vengono creati nuovi centri abitati. Dopo Carloforte, nel 1771 viene fondata Calasetta e nel 1808 verrà fondata Santa Teresa di Gallura. Altri tentativi di ripopolamento interessano le aree del salto di Santa Sofia, di Montresta, dell'asinara, del salto di Oridda, ma non hanno successo, mancando un progetto complessivo ed essendo i singoli interventi affidati a privati o feudatari.

Nonostante queste iniziative, non avviene però un sostanziale cambiamento della situazione economica della popolazione, soprattutto per la opprimente presenza feudale, sulla quale non si effettua alcun intervento. Ciò a dimostrare che il governo piemontese non ha una volontà decisa di riformare la società isolana, mente invece aumenta la pressione fiscale. In questa situazione, la povertà non si riduce ed il malcontento accresce i movimenti di rivolta. Per la prima volta dopo secoli la popolazione dell'isola decide di tornare a lottare per conquistare condizioni di vita migliori. Iniziano continue ribellioni e sommosse che sconvolgono tutta la Sardegna e si accentuano soprattutto con i grandi moti antifeudali e antiPiemontesi del 1783. Nel 1789 numerosi villaggi rifiutano di pagare i tributi feudali, provocando un nuovo intervento repressivo, in difesa degli interessi feudali, per riportare con la forza l'ordine. Il movimento di protesta della popolazione comincia ad avere anche l'appoggio di intellettuali e uomini di cultura, soprattutto dopo il 1789, anche per l'effetto della Rivoluzione Francese. È di questo periodo, tra le altre, la tassazione della produzione anche domestica dei distillati, che costringe la popolazione a nascondere i barilotti di acquavite nella campagna, segnando le posizioni con un pezzo di filo di ferro che usciva dal terreno, per poterli successivamente ritrovare. Da qui il nome filu 'e ferru che conserva ancora oggi l'acquavite sarda.

Durante il regno di Vittorio Amedeo III il tentativo di sbarco dei francesi

Vittorio Amedeo IIINel 1773 sale al trono Vittorio Amedeo III di Savoia. Dopo la rivoluzione, la Francia repubblicana tenta di diffondere i principi di libertà, uguaglianza e fraternità in tutta Europa. Nel 1793 la flotta francese agli ordini dell'ammiraglio Truguet occupa Carloforte e Sant'Antioco, dove innalza l'albero della libertà, sbarca in territorio di Quartu ed attacca il porto di Cagliari. Con un'abile campagna di propaganda, aristocratici ed ecclesiastici convincono la popolazione della pericolosità dei Francesi, che indicano come nemici della religione, violenti e schiavisti. La propaganda ottiene l'effetto voluto: volontari sardi respingono le truppe francesi e liberano Carloforte e Sant'Antioco, e successivamente sempre volontari sardi respingono a La Maddalena un corpo di spedizione proveniente dalla Corsica agli ordini del giovane Napoleone Bonaparte.

Questi episodi di resistenza all'attacco francese, proprio mente le truppe Piemontesi incontrano serie difficoltà sulla terraferma, creano l'illusione che il governo piemontese possa concedere alle classi dirigenti sarde una gestione più autonoma dell'isola. Vengono mandati dei delegati a Torino per avanzare a Vittorio Amedeo III richieste precise, sintetizzate nelle cosiddette cinque domande: un vero programma costituzionale; la convocazione del parlamento mai più convocato dall'arrivo dei Piemontesi; la riconferma degli antichi privilegi dei quali aveva sempre goduto la popolazione sarda; la nomina negli impieghi civili e militari e nelle cariche ecclesiastiche esclusivamente di sardi; l'istituzione a Torino di un Ministero per la Sardegna ed a Cagliari di un Consiglio di Stato per i controlli di legittimità. I delegati vengono tenuti a Torino in attesa per mesi, senza ottenere risposte, mentre in Sardegna cresce la tensione.

I moti del 1794 e l'azione del giudice Giovanni Maria Angioy

Giovanni Maria AngioyIl 28 aprile 1794 la popolazione insorge, sconfigge i Piemontesi a Cagliari, Alghero e Sassari costringendo a lasciare l'isola il vicerè e le sue truppe. Con la rivolta urbana si intrecciano i moti antifeudali delle campagne. Ne nasce un vero e proprio movimento rivoluzionario. In questa situazione emerge la personalità di Giovanni Maria Angioy, nato a Bono nel 1761, giudice della reale udienza. La sua azione in difesa della sua terra, iniziata già nel 1793, durante le operazioni che hanno ortato alla cacciata dall'isola delle squadre navali francesi, emerge dopo la rivolta del '94, quando diviene l'anima del Governo Autonomo sardo. Tra il 1795 e il 1796 la nobiltà conservatrice di Sassari ed i feudatari del Logudoro tentano di rendersi autonomi da Cagliari per dipendere direttamente da Torino, allora il vicerè Vivalda invia Giovanni Maria Angioy a Sassari come suo vicario per riportare gli insorti all'obbedienza al vicerè. Sassari, Palazzo della Provincia - Affresco dell’entrata di Giovanni Maria Angioy in cittàAngioy viene accolto dalle popolazioni ovunque come un liberatore e si trova presto in contrasto con lo steso vicerè, quando invece di rappresentare gli interessi Piemontesi fomenta e dirige la grande sollevazione popolare del 1796, un moto giacobino e antifeudale che lo vede da Sassari guidare la marcia su Cagliari. La marcia, che inizialmente sembra vittoriosa, viene fermata nel giugno del 1796 ad Oristano, dove viene sconfitto e deve abbandonare l'isola rifugiandosi l'anno successivo a Parigi, dove morirà esule nel 1808. Le rivolte, comunque, proseguono, seguite da una sanguinosa repressione che causa molti morti e moltissimi arresti. Ritornano il potere feudale, le carestie e la forte pressione fiscale. Giovanni Maria Angioy rimane uno dei principali personaggi della storia sarda, non c'è città in Sardegna che non abbia intestata a lui, come a Eleonora di Arborea, una strada o una piazza.

Francesco Ignazio Mannu A seguito dei fatti del 28 aprile 1794, giorno in cui iniziò la rivolta guidata da Giovanni Maria Angioy, Francesco Ignazio Mannu, nato a Ozieri nel 1758, scriverà qualche anno dopo l'inno «Innu de Su Patriottu Sardu a Sos Feudatarios», più noto con il suo primo verso «Procurad'e moderare, Barones, sa tirannia», il principale e più appassionato canto contro la prepotenza feudale dei proprietari terrieri, stampato clandestinamente in Corsica e diffuso in Sardegna, divenne il canto di guerra degli oppositori sardi, passando alla storia come la Marsigliese Sarda.

Il regno di Carlo Emanuele IV e l'annessione del Piemonte alla Francia

Carlo Emanuele IVIl sud della Sardegna, durante il regno di Carlo Emanuele IV salito al trono nel 1796, deve affrontare le incursioni di pirati tunisini. Nel 1798 oltre mille pirati tunisini assaltano l'isola di San Pietro devastando Carloforte e facendo schiava gran parte della popolazione, mentre a Cagliari non c'è neppure una nave piemontese da inviare in soccorso, dato che la flotta stazionava a La Maddalena. Successivamente, nel 1799, un'altra spedizione tunisina assalta La Maddalena mentre le navi sarde erano in missione, ma l'isola viene salvata dall'eroismo dei suoi abitanti comandati da Agostino Millelire, capitano del porto.

Domenico MillelireNel 1799 una flotta di 23 unità della marina di Napoleone salpa da Bonifacio in Corsica ed assalta La Maddalena. Nella prima giornata di assedio vengono sparate 5000 cannonate e 500 bombe di mortaio. Nella notte del 24 febbraio il nocchiere Domenico Millelire, fratello di Agostino, sbarca con un lancione, sei uomini e due cannoni nei pressi di Palau ed inizia a sparare sulla flotta francese ancorata in spazi ristretti e con scarse possibilità di manovra. La flotta si sposta, e Millelire sposta con l'aiuto di pastori i cannoni continuando l'attacco, a più riprese, finché la flotta francese deve battere in ritirata.

Napoleone intanto conquista la Lombardia, crea le Repubbliche Cispadana, Cisalpina, Ligure e romana ed invade il Piemonte. Carlo Emanuele IV fugge da Torino e il tre marzo 1799 ripara a Cagliari, che diventa a tutti gli effetti la capitale del regno. Ciò comporta un ulteriore aumento delle tasse per sostenere economicamente la corte.

Vittorio Emanuele I con l'editto delle Chiudende scardina gli ultimi valori culturali del popolo sardo

Vittorio Emanuele IDopo sei mesi il re lascia Cagliari per la Toscana dove, colpito da crisi mistica nel 1800 abdica in favore del fratello Vittorio Emanuele I, mentre i francesi annettono il Piemonte alla Francia nel 1802. Il regno di Piemonte e Sardegna rimane formato solo dall'isola e ne è capitale Cagliari. Nell'isola si verificano timidi tentativi di insurrezione, con Vincenzo Sulis e Gerolamo Podda, Francesco Cilocco ed il parroco di Torralba Francesco Corda, che tentano di proclamare la Repubblica Sarda, ma vengono uccisi in conflitto o condannati a morte. Vittorio Emanuele I si trasferisce a Cagliari nel 1806, ma la presenza del sovrano nell'isola non calma il malcontento generale che sfocia nel 1812, in un anno di terribile carestia, nel tentativo di insurrezione noto come la congiura di Palabanda, guidato dall'avvocato Salvatore Cadeddu, che viene stroncato con durezza e si conclude con le esecuzioni di Giovanni Putzolu, Raimondo Sorgia e dello stesso Cadeddu. Solo nel 1814, sconfitto Napoleone, il re lascia la Sardegna e rientra a Torino. Qui cerca di riportare il regno agli antichi principi, senza tenere conto dei nuovi valori affermati dalla rivoluzione francese.

L'editto delle ChiudendeI Piemontesi sono interessati al più completo controllo del territorio ed allo sfruttamento delle sue ricchezze. A tale scopo, nel 1820 Vittorio Emanuele I promulga l'editto delle Chiudende, con il quale autorizza la chiusura, con siepi o muri, delle terre comuni. Consente, quindi, per la prima volta nella storia della Sardegna, la creazione della proprietà privata e viene del tutto cancellato il regime della proprietà collettiva dei terreni, che era stata una delle principali caratteristiche della cultura e dell'economia sarda fino dal tempo dei nuragici ed era stato successivamente sempre confermato nella legislazione dell'isola. A ciò si aggiunga che le operazioni di chiusura avvengono in modo spesso illegale, da parte di latifondisti o degli stessi Piemontesi, a danno della popolazione locale che non ha i mezzi per costruire siepi o muri di divisione e deve subire quindi gli abusi dei proprietari più grossi. Anche i pastori vengono fortemente danneggiati venendo notevolmente limitati gli spazi aperti e destinati al pascolo. Questa imposizione di valori culturali estranei alla cultura dell'isola, da parte di quelli che venivano considerati invasori, con le evidenti conseguenze anche economiche per una popolazione che faceva dell'agricoltura comune e della pastorizia su terreni comuni la sua fonte di vita, contribuisce in modo determinante a un ulteriore aggravarsi del fenomeno della ribellione e di conseguenza del cosiddetto banditismo sardo.

Carlo Felice e gli interventi sulla rete viaria

Carlo FeliceVittorio Emanuele I crea ovunque malcontento, non solo in Sardegna con l'editto delle Chiudende, ma anche in Piemonte dove nascono i moti del 1821, a seguito dei quali preferisce abdicare a favore del figlio Carlo Felice. Carlo Felice, soprannominato dai torinesi Carlo Feroce, soffoca l'insurrezione con l'aiuto dell'esercito austriaco, dopo aver ingiunto, da Modena dove si trovava, al reggente Carlo Alberto di revocare la costituzione. Sgominati i costituzionalisti, governa attenendosi inflessibilmente ai principi della monarchia assoluta.

Conosce la Sardegna, che anni prima come Vicerè aveva cercato di liberare dalla piaga del banditismo, e riserva un'attenzione nuova al territorio realizzando l'arteria viaria più importante della Sardegna, la Carlo Felice che unisce Cagliari a Porto Torres, progettata nel 1820 realizzata durante il suo regno ed inaugurata nel 1829. Dai tempi dell'Impero Romano non erano più state realizzate infrastruttura viarie in Sardegna.

Carlo Alberto abolisce il feudalesimo

Carlo Alberto1831 gli succede Carlo Alberto che nel 1836 impone l'abolizione delle giurisdizioni feudali, ma il sovrano non vuole troppo scontentare la nobiltà feudale: nel 1840 decide, infatti, che i nobili vengano ripagati dalla perdita delle rendite feudali con un riscatto, un compenso che viene addebitato alla popolazione, che deve quindi pagare a caro prezzo la sua libertà. Carlo Alberto prosegue l'intervento sulle infrastrutture viarie, Dal 1829 al 1849, anno in cui muore Carlo Alberto, la rete stradale sarda raddoppia come chilometraggio, tanto che alla fine dell'800 la Sardegna potrà contare su 5000 chilometri di strade.

Nel 1847 l'Autonomo Parlamento sardo rinuncia alla sua autonomia, con un atto giuridico che sancisce la fusione perfetta con gli stati di terraferma e l'estensione anche all'isola della legislazione piemontese. Un atto che viene visto dai Piemontesi come l'ottenimento da parte della Sardegna di parità di diritti col Piemonte, mentre i diretti interessati, ossia i sardi, non possono che vederlo come la definitiva cancellazione dei loro valori storici e culturali. Ne deriva l'istituzione del servizio di leva obbligatorio, che sottrae alle famiglie l'aiuto dei figli maschi, ed aumentano i già pesanti tributi fiscali. Nel 1860 l'isola rischia di essere ceduta da Vittorio Emanuele II alla Francia, ma poi nel 1861 entra a far parte del regno d'Italia diventando una delle regioni periferiche dello Stato italiano.

La vita culturale

Scultura di Giuseppe Antonio LonisSenorbì dà i natali allo scultore settecentesco Giuseppe Antonio Lonis, il più importante esponente della scultura lignea nell'Isola, nato a Senorbì nel 1720. Nel 1750 apre bottega a Cagliari, nel quartiere di Stampace, dove lavora i restanti 55 anni della sua vita trasmettendo le sue conoscenze a numerosi apprendisti, fino alla morte nel 1805. L'artista, famoso per le bizzarrie del carattere, si dedica alla realizzazione di statue in legno policromo a soggetto religioso. Il suo stile evolve dal barocco napoletano, attraverso il realismo, fino al neoclassicismo.

Gaetano CimaA Cagliari è nato nel 1805 Gaetano Cima, architetto tra i più importanti del XIX secolo, morto nel 1878. Ha realizzato o è intervenuto su chiese, come San Giacomo di Cagliari, la Parrocchiale di Guasila, la Chiesa di San Francesco a Oristano, la catedrale dell'Immacolata di Ozieri; su palazzi e ville nobiliari come Villa Aymerich a Laconi; su teatri come il teatro civico di Cagliari, distrutto nei bombardamenti del 1943. La sua più importante opera è stato comunque l'ospedale civile di Cagliari, del 1842.

Cagliari ha dato i natali nel 1773 a Vincenzo Raimondo Porru, fortemente impegnato nella difesa e nella valorizzazione delle tradizioni e delle specificità culturali sarde. Insegnante, Porru è stato anche assistente nella Biblioteca Universitaria di Cagliari e prefetto del Collegio di Filosofia e Belle Arti dell'ateneo cagliaritano. Muore a Cagliari nel 1836. Porru ha aderito alla grande battaglia degli intellettuali sardi in difesa della verità sulla realtà sarda. Tra le sue opere più importanti citiamo il «Saggio di grammatica sul dialetto sardo meridionale», del 1810, ed il «Nou dizionariu universali sardu italianu», del 1832-34.

Alberto La MarmoraAlberto La Marmora, più correttamente Alberto Ferrero conte della Marmora o conte de La Marmora, nato a Torino nel 1789, studioso e politico piemontese fratello maggiore di Alessandro e Alfonso, giunge in Sardegna la prima volta nel 1819 per cacciare e studiare uccelli, e vi torna l'anno dopo. Sospettato di liberalismo per l'amicizia con Carlo Alberto, viene sospeso dal servizio e confinato in Sardegna nel 1822 e vi resta 13 anni per viverci e studiarla, pubblicando il suo famoso «Viaggio in Sardegna». Tornato in servizio con l'ascesa al trono di Carlo Alberto, viene nominato generale nel 1840 e nel 1849 viene inviato in Sardegna come commissario straordinario per sedare i disordini e gli atti di criminalità sempre più frequenti che si verificano soprattutto nelle zone interne, cosa che gli costa l'inimicizia degli intellettuali isolani. Alberto La Marmora muore a Torino nel 1863.

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