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Nel 1713 la Sardegna passa agli Asburgo che nel 1720 la cedono ai Savoia

In questa pagina vedremo come, nel 1708, la Sardegna viene assegnata agli Asburgo, che nel 1720 la cedono ai Savoia.

La Sardegna spagnola occupata dagli Asburgo che la cedono ai Savoia

Datazioni dell'occupazione piemonteseNel 1700, Carlo II di Spagna muore senza eredi, e, per disposizione testamentaria del defunto, viene proclamato re di Spagna, con il nome di Filippo V, il diciassettenne Filippo di Borbone, duca d'Angiò, in quanto nipote della sorella di Carlo II, cioè Maria Teresa di Spagna, ma anche nipote del re di Francia Luigi quattordicesimo, a condizione che rinunci per sempre ai suoi diritti e quelli dei suoi discendenti sulla Corona francese. Temendo l'unione di Francia e Spagna, si forma una coalizione tra Inghilterra, Olanda ed Austria, e nel 1703 il principe Carlo d'Asburgo si insedia a Barcellona e si fa proclamare re di Spagna col nome di Carlo III. Dopo alterne vicende, nel 1705, Carlo d'Asburgo, arciduca d'Austria, che viene accettato come re dai catalano aragonesi.

Le due fazioni in Sardegna

Vincenzo BacallarLa Sardegna si divide in due fazioni, a favore dell'uno o dell'altro, e quando nel 1708 un contingente militare anglo olandese agli ordini degli Asburgo, composta da quaranta vascelli, si presenta nel Golfo di Cagliari, che, dopo un furioso bombardamento navale, si arrende il 13 agosto. Occupano il Castello di Cagliari a nome e per conto di Carlo III, e l'Imperatore d'Austria vi insedia un suo vicerè, aprendo le porte alla conquista dell'Isola. La maggior parte degli esponenti del partito legittimista fuggono in Spagna. Da Madrid, gli esuli, guidati da Vincenzo Bacallar, governatore di Cagliari e della Gallura, appartenente a una nobile famiglia sarda proveniente da Valencia, e dal Marchese di Laconi, tentano di organizzare una spedizione ed una controffensiva a favore di Filippo V, che si conclude, però, negativamente, con un infelice sbarco a Terranova.

Il trattato di Utrecht del 1713 consegna il possesso della Sardegna agli Asburgo

L'Inghilterra domina in lungo e in largo nel Mediterraneo, arrivando fino ad occupare Gibilterra, e riuscendo a sbarcare a Barcellona. Nel marzo e aprile del 1713, con il trattato di Utrecht, e l'anno successivo con il trattato di Rastadt, a Filippo V viene concesso di rimanere sul trono di Spagna, ma deve cedere il possesso di Minorca e Gibilterra alla Gran Bretagna; quello dei Paesi Bassi, di Napoli, del ducato di Milano e della Sardegna, agli Asburgo; e la Sicilia e una parte del milanese alla casa Savoia. Il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, ottiene, quindi, il Regno di Sicilia con il relativo titolo regio. La Sardegna, assegnata all'Austria, diviene, comunque, una delle principali pedine di scambio, per il successivo riassetto degli equilibri europei.

Le trattative diplomatiche di Londra del 1718 e dell'Aia del 1720, assegnano la Sardegna ai duchi di Savoia

Comunque Filippo V di Spagna non accetta il trattato e, sostenuto dal suo primo ministro, il cardinale Alberoni, riprende le ostilità nel tentativo di riappropriarsi della Sicilia e della Sardegna. Comandata dall'ammiraglio Stefano Mari, una flotta di 110 navi cannoneggia Cagliari, mentre 8.000 soldati sbarcano sulla spiaggia del Poetto. ed, il 29 agosto 1717, la cillà si arrende. Un anno dopo gli Spagnoli riescono a prendere anche la Sicilia. Nasce una nuova coalizione, e la guerra si risolve in un disastro, tanto che gli Spagnoli vengono sconfitti dall'Alleanza composta da Inghilterra, Savoia, Austria e Olanda. Segue un nuovo trattato di pace, il trattato di Londra del 1718, nel quale viene convenuto che la casa Savoia cede la Sicilia all'Austria in cambio della Sardegna. In ottemperanza al trattato di Londra, viene sottoscritto l'accordo dell'Aja, dell'8 agosto 1720, che sancisce il passaggio del Regno di Sardegna ai Savoia. Dal 1720 tutti gli stati appartamenti a casa Savoia, vanno a costituire il Regno di Sardegna, per il quale l'amministrazione statale utilizzerà l'aggettivo sardo in tutti gli atti del Regno, e la cittadinanza dei sudditi sarà quella sarda, fino a quando non sarà sostituita, nel 1861, con il termine italiana. Cosi, i duca di Savoia, all'eterna ricerca di un Regno, riescono ad ottenerlo. Il titolo regio è, infatti, per l'antica casata la realizzazione di un obiettivo antichissimo, perseguito con costanza e tenacia attraverso i secoli. Quindi, solo con i Savoia, il Regnum Sardiniae et Corsicae, che era uno stato sovrano, con un suo territorio, con un popolo ed un vincolo giuridico, diviene uno stato perfetto, ossia dotato di somma potestà, ossia della facoltà di stipulare autonomamente trattati internazionali. E viene, anche, ampliato territorialmente con gli stati ereditari della casata. Con queste annessioni, il Regno diviene uno stato composto, formato dall'unione di più stati, uniti sotto la corona del re di Sardegna. Ed i Savoia vengono, a pieno titolo, annoverati fra le grandi casate d'Europa.

Breve storia del casato dei Savoia

Il capostipite della casa Savoia è Umberto Biancamano, detto altrimenti dalle Bianche Mani, in francese Humbert aux Blanches Mains, che, nel 1032, ottiene dall'Imperatore Corrado II la signoria della Savoia, della valle francese della Moriana, in francese Maurienne, e di Aosta. La capitale è situata a Chambery, capoluogo della Savoia. Quindi, con varie successioni ereditarie, ingrandiscono i loro territori, posti a cavallo tra le Alpi Occidentali. La contea di Savoia viene eretta in ducato nel 1416, in seguito all'assegnazione del titolo ducale da parte di Sigismondo del Sacro Romano Impero al Conte Amedeo VIII di Savoia. Quindi, Amedeo VIII ed i suoi eredi, che prendono il nome di dinastia degli Amedei, assumono i titoli di duchi di Savoia, conti d'Aosta, Moriana e Nizza, conti di Asti e principi di Piemonte. Nel 1416 ottengono anche il titolo nominale, ma senza il territorio, di re di Gerusalemme, lasciato in eredità da Carlotta di Lusignano, che era stata regina di Cipro, regina titolare di Gerusalemme e d'Armenia, e principessa d'Antiochia. Nel 1563, la capitale viene spostata, per meglio difendersi dagli attacchi Francesi, da Chambery a Torino da Emanuele Filiberto di Savoia, detto Biòca 'd fer, che ha anche promosso la costruzione di un complesso sistema di fortificazione, detto Cittadella, che ancora oggi si può osservare. E nei secoli successivi, riescono a difendere i loro territori dalle mire espansionistiche del Regno di Francia, ed a mantenere la propria autonomia. La dinastia assume un'importanza fondamentale nella storia piemontese, mantenendo il dominio sul ducato prima, e poi sul Regno di Sardegna, dal 1720 fino all'unità d'Italia. il Regno di Sardegna si allarga territorialmente, con l'apporto degli stati ereditari della casata stessa, ed i re di Sardegna si fregiano dei titoli di: duca di Savoia, di Monferrato, Chablais, Aosta e Genova; principe di Piemonte ed Oneglia; Marchese d'Italia Saluzzo, Susa, Ivrea, Ceva, Maro, Olistano, Sezana; conte di Moriana, Genova, Nice, Tenda, Asti, Alessandria, Goceano; barone di Vaud e di Faucigny; signore di Vercelli, Pinerolo, Tarantasia, Lumellino, Val di Sesia; principe vicario perpetuo del Sacro Romano Imperio in Italia; re di Cipro, di Gerusalemme, di Armenia.

La Sardegna nel periodo del Regno di Sardegna

In questo periodo d'incertezza politica, tra il 1700 ed il 1720, quando la corona di Spagna lascia il Regno ai sovrani sabaudi, le condizioni economiche e sociali isolane sono veramente deprimenti. La Sardegna rimane senza controllo e la sua popolazione versa in un grave stato di miseria diffusa. Nascono in questo periodo il banditismo e la criminalità rurale, dei quali la miseria delle popolazioni è la causa prima.

La repressione di Vittorio Amedeo II, che alimenta l'appoggio della popolazione al banditismo

Vittorio Amedeo IIQuindi, nel 1720, Vittorio Amedeo II di Savoia, detto la Volpe Savoiarda, diviene, contando anche i sovrani Catalani e spagnoli, il diciassettesimo re di Sardegna, e regna fino alla morte nel 1732. Egli viene considerato come un despota illuminato, che amministra saggiamente tutti i territori del Regno, e negli stati di terraferma attua una serie di riforme, alcune delle quali molto avanzate per quei tempi, come l'istituzione del catasto. Fa costruire a Torino, nel 1715, la Basilica di Superga, come ringraziamento alla Vergine Maria, dopo aver sconfitto i Francesi che assediano Torino nel 1706; fa, inoltre, ricostruire l'antica capitale sabauda in stile barocco. Per questo, chiama a corte il grande architetto messinese Filippo Juvara. Torino, la Città nella quale risiede la corte del Regno, e dove si concentrano tutte le funzioni politiche, si abbellisce, divenendo una Città completamente barocca, con palazzi e Chiese molto belli, come quella di San Lorenzo, in piazza Castello. Nel 1741, due giovani aristocratici inglesi, William Windham e Richard Pocock, scoprono la bellezza dei ghiacciai di Chamonix, e le valli del massiccio del monte Bianco diventano la destinazione preferita degli aristocratici inglesi. Poi, nel 1786, la guida italiana Jacques Balmat effettua la prima scalata alla vetta del monte Bianco, che sancisce la nascita dell'alpinismo. Tutto questo porta una certa crescita economica nei territori dele vallate alpine.

In Sardegna, invece, i problemi posti dal banditismo e dalla criminalità rurale spingono il governo di Vittorio Amedeo II a tentare, senza successo, di cederla in cambio di qualche altro possedimento. Non riuscendoci, deve iniziare ad occuparsene. Pur passata sotto la dinastia dei Savoia, la Sardegna rimane un Regno autonomo, con tutte le sue istituzioni e i suoi privilegi. Infatti il luogotenente di Vittorio Amedeo II, il barone di Saint-Remy, viene nominato, il 2 settembre 1720, vicere del Regno di Sardegna, e giura agli Stamenti di conservare le leggi e i privilegi concessi in epoca spagnola. Gli ordinamenti del periodo spagnolo rimangono, quindi, in vigore, anche se il governo piemontese evita di convocare il Parlamento, impedendo così alla nobiltà, al clero e alla borghesia di esprimere le esigenze della popolazione. Durante il Regno di Vittorio Amedeo II, la popolazione dell'Isola vive, però, in una condizione di notevole arretratezza economica. Nei primi tempi, la sua attenzione è diretta al controllo del territorio, per garantirne l'ordine interno. Il governo piemontese tenta di risolvere la situazione del banditismo con una forte azione repressiva, come fa qualsiasi governo di occupazione non gradito dalla popolazione. Invia, quindi, contingenti militari per tentare di contrastare il banditismo, soprattutto nelle montagne del Logudoro e della Gallura. Ma il banditismo continua a resistere, mentre gli interventi repressivi colpiscono la popolazione dei villaggi, soggetta a perquisizioni ed arresti di massa. Aumenta quindi l'appoggio della popolazione al banditismo, si tratta di una popolazione che ha subito secoli di dominazioni ed oppressioni, e che vede i banditi come difensori del popolo in miseria. Le loro gesta vengono cantate nelle poesie popolari, poiche rappresentano l'unica forma di ribellione alle prepotenze delle classi dominanti e dello stato.

La nuova politica di Carlo Emanuele III, che inizia a trattare la Sardegna come parte del Regno

Carlo Emanuele IIIDopo la morte di Vittorio Amedeo II nel 1732, il nuovo re è Carlo Emanuele III, detto il Laborioso e soprannominato dai Piemontesi Carlin, che regna fino alla morte nel 1773. Egli, il 19 settembre 1772, introduce nel suo Regno il servizio postale. In seguito, effettua opere di ammodernamento nel porto di Nizza, e nel vicino porto di Villafranca. Durante il suo lungo Regno viene coinvolto in due sanguinose guerre che sconvolgono l'Europa. La prima è la guerra di successione polacca, iniziata nel 1733, dalla quale, dopo le vittorie in località Crocetta presso Parma, ed a Guastalla, riesce ad ottenere alcuni vantaggi, dato che, con il trattato di Vienna del 1738, gli viene imposto di abbandonare Milano, che aveva conquistata, ma gli vengono lasciati alcuni territori a sua scelta, tra cui le Langhe, il Tortonese e Novara. Nella seconda, la guerra di successione austriaca, iniziata nel 1741, è decisamente meno fortunato, e vede, ancora una volta, i suoi territori invasi dai Francesi. Perse alcune battaglie, riesce però ad infliggere una pesantissima sconfitta ai Francesi, sulle alture dell'Assietta, nel 1747, ottenendo nuovamente, con il trattato di Aquisgrana del 1748, la piena sovranità sul Piemonte.

Egli rinuncia a considerare la Sardegna una terra di conquista e comincia a trattarla come parte del Regno, questo soprattutto dopo che, con la pace di Aquisgrana, risulta chiaro che la Sardegna rimane al Piemonte. Poco dopo l'inizio del suo Regno, nel 1738 Carlo Emanuele organizza il trasferimento di un centinaio di discendenti da un gruppo di pescatori liguri di Pegli che erano insediati nella cittadina costiera di Tabarka, nei pressi di Tunisi, e si erano stancati delle continue vessazioni, ed a loro affida mediante una regolare infeudazione, quella che allora era nota come isola degli Sparvieri, ossia la Accipitrum Insula, e che viene in seguito chiamata isola di San Pietro, dove viene fondata una Città chiamata Carloforte in suo onore. Dal 1759 il re affida al Conte Lorenzo Bogino la direzione politica di tutti gli affari riguardanti la Sardegna allo scopo di modificare le condizioni dell'Isola. Egli ottiene la limitazione dei poteri del clero, razionalizza la magistratura e l'avvocatura, gli ospedali, introduce il servizio postale, riordina l'amministrazione delle Città e dei villaggi. Crea i Monti Frumentari, cioè dei magazzini comunali nei quali i contadini sono in grado di comprare le sementi ad un prezzo calmierato. Nel 1760 stabilisce l'obbligo dell'uso della lingua italiana in sostituzione dello spagnolo nelle scuole e negli atti ufficiali. Ma i due settori nei quali ottiene i risultati più sostanziali sono quelli dell'istruzione e dello sviluppo demografico. Nel settore dell'istruzione vengono riorganizzati gli studi universitari e le scuole secondarie. Nel 1764 viene riaperta l'Università di Cagliari e l'anno successivo quella di Sassari, entrambe create nel '600 sotto Filippo III, ma che erano state chiuse dagli Spagnoli prima dell'abbandono dell'Isola. Rimane però irrisolto il problema del controllo della Chiesa sul settore dell'istruzione, e quello dell'analfabetismo. Si determina comunque un significativo risveglio culturale. Architetti Piemontesi realizzano il palazzo Ducale di Sassari e l'Università di Cagliari. Tra i principali scultori del '700 ricordiamo Giovanni Lonis e Andrea Galassi, allievo del Canova. c'è anche una ripresa dell'architettura ecclesiastica, con la realizzazione ad esempio della parrocchiale di San Paolo Apostolo ad Olbia in stile gallurese. Lo spopolamento è favorito dal clima insalubre, ma soprattutto dal banditismo e dall'insicurezza delle coste. Per risolvere il problema dello spopolamento, vengono creati nuovi centri abitati. Dopo Carloforte, nel 1771 viene fondata Calasetta e nel 1808 verrà fondata Santa Teresa di Gallura. Altri tentativi di ripopolamento interessano le aree del salto di Santa Sofia, di Montresta, dell'Asinara, del salto di Quirra, ma non hanno successo, mancando un progetto complessivo ed essendo i singoli interventi affidati a privati o feudatari. Nonostante queste iniziative, non avviene però un sostanziale cambiamento della situazione economica della popolazione, soprattutto per la opprimente presenza feudale, sulla quale non si effettua alcun intervento. Ciò a dimostrare che il governo piemontese non ha una volontà decisa di riformare la società isolana, e continua, invece, solo a combattere il banditismo nell'isola.

il Regno di Vittorio Amedeo III, con le aggressioni dei pirati tunisini ed il tentativo di sbarco dei Francesi

Vittorio Amedeo IIINel 1773 sale al trono Vittorio Amedeo III di Savoia, che regna fino alla morte nel 1796. Dopo la rivoluzione, la Francia repubblicana tenta di diffondere i principi di libertà, uguaglianza e fraternità in tutta l'Europa. Alleandosi con l'Austria, la Spagna e la Prussia contro la Francia, Vittorio Amedeo III si espone alla vendetta dei rivoluzionari Francesi, che occupano la Savoia e Nizza. Durante il suo Regno, in Sardegna aumenta, in modo spropositato, la pressione fiscale. In questa situazione, la povertà non si riduce ed il malcontento accresce i movimenti di rivolta. Per la prima volta, dopo secoli, la popolazione dell'Isola decide di tornare a lottare per conquistare condizioni di vita migliori. Iniziano continue ribellioni e sommosse, che sconvolgono tutta la Sardegna, e si accentuano soprattutto con i primi grandi moti antifeudali e antipiemontesi del 1783. Nel 1789 numerosi villaggi rifiutano di pagare i tributi feudali, provocando un nuovo intervento repressivo, in difesa degli interessi feudali, per riportare con la forza l'ordine. Il movimento di protesta della popolazione comincia ad avere anche l'appoggio di intellettuali e uomini di cultura, soprattutto dopo il 1789, anche per l'effetto della Rivoluzione Francese. Probabilmente a questo periodo risale, tra le altre nuove tasse che vengono imposte, la tassazione della produzione anche domestica dei distillati, che costringe la popolazione a nascondere nella campagna i barilotti di acquavite prodotti clandestinamente, segnando le posizioni con un pezzo di filo di ferro che usciva dal terreno, per poterli successivamente ritrovare. Da qui il nome filu 'e ferru che conserva ancora oggi l'acquavite sarda.

Iniziano, in questo periodo, anche le incursioni dei pirati tunisini. Il 15 aprile 1787, il comandante del porto, Agostino Millelire, avvistato presso le coste dell'arcipelago uno sciabecco tunisino, guida all'attacco la sua nave, e, dopo un'aspra lotta, cattura l'imbarcazione nemica, conducendola in porto a Maddalena. Il 21 dicembre 1792, la flotta francese comandata dall'ammiraglio La Touche-Trèville, si presenta nel golfo di Cagliari. L'8 gennaio 1793 i Francesi sbarcano nell'isola di San Pietro, che ribattezzano isola della Libertà, dove occupano Carloforte, ed al posto della statua di Carlo Emanuele III, innalzano l'albero della libertà. Il 14 gennaio occupano l'isola di Sant'Antioco. Il 14 febbraio sbarcano 4.000 soldati sul litorale di Quartu, successivamente attaccano il porto di Cagliari. Domenico MillelireMentre Cagliari subisce il bombardamento delle truppe francesi, attacca il nord della Sardegna l'allora sconosciuto tenente di artiglieria Napoleone Bonaparte. Il 22 febbraio 1793 una flotta di 23 unità salpa da Bonifacio, in Corsica, ed assalta l'isola de La Maddalena, difesa da Agostino Millelire. Nella prima giornata di assedio vengono sparate 5000 cannonate e Cinquecento bombe di mortaio. Nella notte del 24 febbraio il luogotenente di vascello Domenico Millelire, fratello minore di Agostino, sbarca con un lancione, sei uomini e due cannoni nei pressi di Palau ed inizia a sparare sulla flotta francese. La flotta si sposta, e Millelire sposta, con l'aiuto dei pastori, i cannoni continuando l'attacco, finche la flotta francese deve battere in ritirata. Si ricorda ancora oggi la sua vittoriosa resistenza alla flotta napoleonica. Con un'abile campagna di propaganda, aristocratici ed ecclesiastici convincono la popolazione della pericolosità dei Francesi, che indicano come nemici della religione, violenti e schiavisti. La propaganda ottiene l'effetto voluto: volontari Sardi respingono le truppe francesi. La paura di essere rigettati in mare, spingono, il 28 febbraio, i Francesi a reimbarcarsi frettolosamente, e ad abbandonare l'isola, lasciando solo una guarnigione di 700 soldati nelle isole sulcitane. Intanto, nelle acque di Cagliari, secondo la tradizione protetta da Sant'Efisio, le mire francesi naufragano, e vengono liberate anche Carloforte e Sant'Antioco.

Le cinque domande e i moti antifeudali ed antipiemontesi guidati dal Giudice Giovanni Maria Angioy

Questi episodi resistenza all'attacco francese, proprio mente le truppe piemontesi incontrano serie difficoltà sulla terraferma, creano l'illusione che il governo piemontese possa concedere alle classi dirigenti sarde una gestione più autonoma dell'Isola. La classe dirigente dell'Isola, in gran parte ancora di mentalità feudale, e con costumi spagnoli, chiede garanzie di autonomia al re, ed in particolare, il riconoscimento dei privilegi da sempre accordati alle istituzioni sarde, in particolare al Parlamento degli Stamenti, ove sedono i rappresentanti della nobiltà, del clero e delle Città. Vengono mandati dei delegati a Torino per avanzare a Vittorio Amedeo III richieste precise, sintetizzate nelle cosiddette cinque domande: un vero programma costituzionale; la convocazione del Parlamento mai più convocato dall'arrivo dei Piemontesi la riconferma degli antichi privilegi dei quali aveva sempre goduto la popolazione sarda; la nomina negli impieghi civili e militari e nelle cariche ecclesiastiche esclusivamente di sardi l'istituzione a Torino di un Ministero per la Sardegna ed a Cagliari di un Consiglio di Stato per i controlli di legittimità. I delegati vengono tenuti a Torino in attesa per mesi, senza ottenere risposte, mentre in Sardegna cresce la tensione. Al rifiuto di Vittorio Amedeo III di prendere in considerazione le proposte del Parlamento sardo, scoppia una rivolta a Cagliari. La scintilla che fa esplodere la contestazione è l'arresto, ordinato dal vicere Balbiano, di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.

Giovanni Maria AngioySiamo al 28 aprile del 1794, la popolazione insorge in quelli che verranno ricordati come i cosiddetti Vespri Sardi, sconfigge i Piemontesi a Cagliari, Alghero e Sassari, costringendo a lasciare l'isola il vicerè e le sue truppe. Con la rivolta urbana si intrecciano i moti antifeudali delle campagne. Ne nasce un vero e proprio movimento rivoluzionario di stampo repubblicano. In questa situazione emerge la personalità di Giovanni Maria Angioy, nato a Bono nel 1761, Giudice della reale Udienza, il supremo organo giurisdizionale del Regno. La sua azione in difesa della sua terra, iniziata già nel '93, durante le operazioni che hanno portato alla cacciata dall'isola delle squadre navali francesi, emerge dopo la rivolta del '94, quando diviene l'anima del Governo Autonomo Sardo. Tra il 1795 e il 1796 la nobiltà conservatrice di Sassari ed i feudatari del Logudoro tentano di rendersi autonomi da Cagliari, per dipendere direttamente da Torino. Sassari, palazzo della Provincia-Affresco dell'entrata di Giovanni Maria Angioy in CittàAllora il nuovo vicerè Vivalda, invia Giovanni Maria Angioy a Sassari come suo vicario per riportare gli insorti all'obbedienza. Angioy viene accolto dalle popolazioni ovunque come un liberatore e si trova presto in contrasto con lo steso vicerè, quando invece di rappresentare gli interessi Piemontesi fomenta e dirige la grande sollevazione popolare del 1796, un moto giacobino e antifeudale che lo vede da Sassari guidare la marcia su Cagliari. La marcia, che inizialmente sembra vittoriosa, viene fermata nel giugno del 1796 ad Oristano, dove viene sconfitto e deve abbandonare l'isola rifugiandosi, l'anno successivo, a Parigi, dove morirà esule nel 1808. Le rivolte, comunque, proseguono, seguite da una sanguinosa repressione che causa molti morti e moltissimi arresti. E ritornano, in Sardegna, il potere feudale, le carestie e la forte pressione fiscale. Giovanni Maria Angioy rimane uno dei principali personaggi della storia sarda, non c'è Città in Sardegna che non abbia intestata a lui, come a Eleonora d'Arborea, una strada o una Piazza.

Francesco Ignazio MannuA seguito dei fatti del 28 aprile 1794, giorno in cui inizia la rivolta che sarà poi guidata da Giovanni Maria Angioy, il poeta Francesco Ignazio Mannu, nato a Ozieri nel 1758, scriverà qualche anno dopo l'«Innu de su Patriottu sardu a sos Feudatarios», più noto con il suo primo verso «Procurad'e moderare», il principale e più appassionato canto contro la prepotenza feudale dei proprietari terrieri, stampato clandestinamente in Corsica e diffuso in Sardegna, Testo di «S'Innu de su Patriottu sardu a sos Feudatarios», noto anche con il suo primo verso «Procurade 'e moderare»che è diventato il canto di guerra degli oppositori Sardi, passando alla storia come la Marsigliese Sarda. A ricordo di questi eventi, il 28 aprile di ogni anno si festeggia Sa die de Sa Sardigna, ossia Il giorno della Sardegna. Si tratta di una Festa istituita dal Consiglio regionale il 14 settembre 1993 come Festa del popolo sardo, a ricordo dell'insurrezione popolare del 28 aprile 1794, con il quale si allontanarono da Cagliari i Piemontesi e il vicere Balbiano.

il Regno di Carlo Emanuele IV con le aggressioni dei pirati tunisini e il traferimento della capitale a Cagliari

Carlo Emanuele IVIl sud della Sardegna, durante il Regno di Carlo Emanuele IV, detto L'Esiliato, salito al trono nel 1796 e che regna fino all'abdicazione nel 1802, deve affrontare le incursioni di pirati tunisini e l'aggressione dell'esercito francese di Napoleone Bonaparte. Nel settembre del 1798, circa Cinquecento corsari, capeggiati dal rais Mohamed Rumeli, assaltano l'isola di San Pietro devastando Carloforte e riducono in schiavitù 933 abitanti che vengono portati a Tunisi, mentre a Cagliari non c'è neppure una nave piemontese da inviare in soccorso, dato che la flotta staziona a La Maddalena. Solo nel 1803, dopo lunghe trattative in cui intervengono grandi personalità politiche dell'epoca, i superstiti possono tornare nella loro terra. Successivamente, l'anno successivo, un'altra spedizione tunisina assalta La Maddalena mentre le navi sarde erano in missione, ma l'isola viene salvata dall'eroismo dei suoi abitanti comandati da Agostino Millelire, capitano del porto, che organizza con successo la difesa dell'abitat, guidando la popolazione civile e la piccola guarnigione contro una flottiglia barbaresca, che aveva cercato di sbarcare nell'isola con il solito intento di saccheggiare e catturare schiavi.

Nel 1798, attaccato da Austria, Inghilterra e Russia, il generale del corpo d'armata Napoleone Bonaparte propone un'alleanza del Regno di Sardegna, che Carlo Emanuele IV, però, rifiuta. Allora Napoleone, dopo aver conquistata la Lombardia e creato le repubbliche Cispadana, Cisalpina, Ligure e Romana, fa invadere il Piemonte dal generale Joubert, e il 10 dicembre 1798 viene costituita la Repubblica Piemontese. Carlo Emanuele IV, con tutta la corte, il 3 marzo 1799, lascia Torino e ripara a Cagliari, nel palazzo regio, che diventa a tutti gli effetti la capitale del Regno. Ciò comporta un ulteriore aumento delle tasse per sostenere economicamente la corte. Vincenzo SulisLa corte resterà nell'isola fino alla definitiva restituzione degli stati di terraferma. Nell'isola si verificano timidi tentativi di insurrezione, con lo scrittore Vincenzo Sulis, che era divenuto uno dei più stretti collaboratori del re, per essere, poi, messo in cattiva luce dai suoi nemici. Ed, anche, con fra Gerolamo Podda, Francesco Cilocco ed il parroco di Torralba Francesco Corda. Sono tentativi che tentano di proclamare la Repubblica Sarda, ma gli insorti vengono uccisi in conflitto, o condannati al carcere a vita o a morte. Vincenzo Sulis, tra l'altro, viene condannato al carcere a vita e rinchiuso prima nella Torre dell’Aquila, a Cagliari e, dal 1799, nella Torre dello Sperone, ad Alghero, che per questo ha preso il nome di Torre di Sulis, dove resta fino al 1821, anno in cui riceverà la grazia da Carlo Felice.

Mentre Napoleone è in Egitto, gli Austriaci ed i russi sconfiggono i Francesi, ed, il venti giugno 1799, le truppe alleate riconquistano Torino, ponendo fine alla Repubblica Piemontese, e restaurando nel ruolo di re Carlo Emanuele IV. Ma, dopo essere rientrato in Francia, nel 1800 Napoleone scende nuovamente nella pianura padana valicando le Alpi. Lo scontro decisivo avviene a Marengo, il 14 giugno 1800, e in questa battaglia le truppe francesi riescono a prevalere. Occupano nuovamente Torino, destituendo nuovamente il re ed instaurando la Repubblica Subalpina. Dopo sei mesi il re lascia Cagliari per la Toscana, dove, colpito da crisi mistica, il 4 giugno 1802, abdica in favore del fratello Vittorio Emanuele. Durante tutta la sua vita, Carlo Emanuele IV si interessa molto alla restaurazione della Compagnia di Gesù, che era stata soppressa nel 1773. Nel 1814, l'Ordine verrà ripristinato e dopo sei mesi, l'11 febbraio del 1815, Carlo Emanuele IV intraprenderà il noviziato da Gesuita, a Roma. Vive nel noviziato fino alla morte, il 6 ottobre del 1819, pochi mesi dopo la visita di Carlo Alberto, futuro re, e viene sepolto nella Chiesa di Sant'Andrea al Quirinale.

il Regno di Vittorio Emanuele I, con il Regno ridotto alla sola Sardegna

Vittorio Emanuele ISalito sul trono il 4 giugno 1802, Vittorio Emanuele I, detto il Tenacissimo, regna fino a quando, nel 1821, abdica. Nello stesso anno della sua ascesa al trono, l'11 settembre 1802 il Piemonte viene annesso alla Francia, ponendo fine alla Repubblica Subalpina. Durante l'occupazione francese, gravissimi sono i danni recati al patrimonio artistico. Le truppe francesi, mal equipaggiate e mal nutrite, durante l'occupazione si danno spesso al saccheggio delle campagne e dei villaggi, depredando chiede e Città, da dove rubano inestimabili opere d'arte, che vengono inviate a Parigi, e dove requisiscono oggetti sacri d'oro e d'argento, che verranno, in seguito, fusi e utilizzati a finanziare la guerra d'invasione.

il Regno di Piemonte e Sardegna rimane formato solo dall'isola, e ne è capitale Cagliari. Dopo quasi ottant'anni, il Regno di Sardegna è rientrato nuovamente nei confini dell'Isola. L'attività di governo del re, durante la sua permanenza a Cagliari, è minima, e gli Stamenti non si oppogono a nessuna decisione, accettando anche l'imposizione di nuove imposte. Vittorio Emanuele I si trasferisce a Cagliari nel 1806, ed il 4 maggio 1807, con regio Decreto, istituisce nell'isola quindici prefetture: Sassari, Alghero, Tempio, Ozieri, Bono, Nuoro, Bosa, Laconi, Oristano, Tortolì, Sorgono, Mandas, Villacidro, Iglesias e Cagliari. Ma la presenza del sovrano nell'isola non calma il malcontento generale che sfocia nel 1812, in un anno di terribile carestia, nel tentativo di insurrezione noto come la congiura di Palabanda, guidato dall'avvocato Salvatore Cadeddu, che viene stroncato con durezza e si conclude con le esecuzioni di Giovanni Putzolu, Raimondo Sorgia e dello stesso Cadeddu. Frattanto, Napoleone, dopo le folgoranti vittorie in Europa, e dopo la disastrosa ritirata dalla Russia, nel 1813 viene sconfitto dalla sesta coalizione ed esiliato, il 6 aprile 1814, all'isola d'Elba. Il mese dopo, il 2 maggio 1814, Vittorio Emanuele I lascia Cagliari e parte per tornare a Torino, dove il 19 entra, accolto trionfalmente dalla popolazione. Con il trattato di Parigi, il 30 maggio 1814, viene ripristinato il potere dei Savoia, e con il congresso di Vienna, il 4 gennaio 1815, vengono annesse al Regno di Sardegna la Città di Genova e tutta la Liguria, assumendo la funzione di Stato cuscinetto nei confronti della Francia. A Torino, Vittorio Emanuele I cerca di riportare il Regno agli antichi principi della monarchia assoluta, senza tenere conto dei nuovi valori affermati dalla rivoluzione francese. Durante il suo Regno, crea, nel 1814, su modello della Gendarmeria francese, l'Arma dei Carabinieri. Il 16 agosto 1815, anche la regina Maria Teresa raggiunge Torino, e a Cagliari la carica viceregia viene assunta dal fratello del re, Carlo Felice.

L'editto delle Chiudende, con il quale vengono scardinati gli ultimi valori culturali del popolo sardo

L'editto delle ChiudendeI Piemontesi sono interessati al più completo controllo del territorio ed allo sfruttamento delle sue ricchezze. A tale scopo, nel 1820 Vittorio Emanuele I promulga l'editto delle Chiudende, con il quale autorizza la chiusura, con siepi o muri, delle terre comuni. Consente, quindi, per la prima volta nella storia della Sardegna, la creazione della proprietà privata e viene del tutto cancellato il regime della proprietà collettiva dei terreni, che era stata una delle principali caratteristiche della cultura e dell'economia sarda fino dal tempo dei nuragici ed era stato successivamente sempre confermato nella legislazione dell'Isola. A ciò si aggiunga che le operazioni di chiusura avvengono in modo spesso illegale, da parte di latifondisti o degli stessi Piemontesi, a danno della popolazione locale che non ha i mezzi per costruire siepi o muri di divisione e deve subire quindi gli abusi dei proprietari più grossi. Anche i pastori vengono fortemente danneggiati venendo notevolmente limitati gli spazi aperti e destinati al pascolo. Questa imposizione di valori culturali estranei alla cultura dell'Isola, da parte di quelli che venivano considerati invasori, con le evidenti conseguenze anche di tipo economico, per una popolazione che faceva dell'agricoltura Comune e della pastorizia su terreni comuni la sua fonte di vita, contribuisce in modo determinante a un ulteriore aggravarsi del fenomeno della ribellione e di conseguenza del cosiddetto banditismo sardo.

Per non concedere la costituzione Vittorio Emanuele I viene costretto ad abdicare

Gli ultimi anni del Regno di Vittorio Emanuele I sono sconvolto dai moti rivoluzionari, che segnano l'inizio della stagione risorgimentale italiana. I primi subbugli sono difficili da controllare, anche perché le rivolte sono segretamente appoggiate da un lontano cugino del re, Carlo Alberto, principe di Carignano, che in futuro salirà sul trono. Il Capo dei ribelli, Santorre annibale Derossi, noto come SanTorre di Santa Rosa, si incontra con il principe di nascosto, ottenendo il suo appoggio, ma l'aiuto promesso viene meno, proprio quando la rivolta sta per scoppiare. Nel marzo del 1821, esplode pienamente la rivoluzione liberale, in larga parte opera dei carbonari, che reclamano una costituzione che faccia del Regno di Sardegna un Regno liberale e moderno. Vittorio Emanuele I, con il suo modo di regnare, ha creato ovunque malcontento, non solo in Sardegna con l'editto delle Chiudende, ma anche in Piemonte. Egli, da sempre molto lontano dalle richieste liberali,e non è mai stato propenso ad accondiscendere ad esse. Per non concedere la costituzione, il 13 marzo 1821, non avendo che figlie femmine, abdica in favore del fratello minore Carlo Felice. Ma, poiche Carlo Felice si trova in quel momento a Modena, Vittorio Emanuele I affida temporaneamente la reggenza a Carlo Alberto, che si dimostra estremamente liberale e segretamente favorevole ai moti che stanno cambiando il volto del vecchio Regno di Sardegna, e concede, quindi, la costituzione senza attendere l'approvazione del re, che, comunque, la revocherà subito dopo. Come reggente, Carlo Alberto riduce le quindici prefetture della Sardegna a undici province, ossia Cagliari, Oristano, Iglesias, Isili, Sassari, Alghero, Ozieri, Tempio, Nuoro, Cuglieri e Lanusei.

Carlo Felice, che impone la monarchia assoluta

Carlo FeliceCarlo Felice, soprannominato dai torinesi Carlo Feroce, sale al trono nel 1821 e regna fino alla morte nel 1831. Egli, come prima iniziativa, da Modena dove si trova, ingiunge al reggente Carlo Alberto, di revocare la costituzione e lo destituisce. In seguito, invoca l'aiuto della Santa Alleanza, fondata nel 1815 da quasi tutte le potenze europee per garantire gli assetti politici usciti dal congresso di Vienna. Le forze costituzionali cercano egualmente di tenere testa a quelle austriache, alle quali si è alleato Carlo Felice, ma vengono sconfitte a Novara. Carlo Felice soffoca l'insurrezione liberale, con l'aiuto dell'esercito austriaco, fa incarcerare molti patrioti, e la rivolta, quindi, sembra placata. Sgominati i costituzionalisti, governa attenendosi inflessibilmente ai principi della monarchia assoluta. Nei seguenti dieci anni di Regno, porta lo stato a diventare una potenza marittima. Nel 1827 fa pubblicare il nuovo codice civile e penale degli stati sabaudi, che va a riformare quello in vigore, a suo avviso troppo impregnato di valori rivoluzionari. Ed adorna Genova e Torino di suntuosi palazzi. Carlo Felice conosce la Sardegna, dato che nel 1815 vi si era recato con la moglie per assumere la carica di vicere per conto del fratello Vittorio Emanuele I, carica che mantiene formalmente sino al 1821, data della sua salita al trono, pur facendo rientro alla corte di Torino dopo breve tempo. Nel periodo nel quale era stato Vicerè, aveva cercato di liberare l'isola dalla piaga del banditismo, ed aveva riservato un'attenzione nuova al territorio, facendo progettare nel 1820 l'arteria viaria più importante della Sardegna, la Carlo Felice, che unisce Cagliari a Porto Torres, la cui realizzazione è iniziata durante il suo Regno, e che verrà inaugurata nel 1829. Dai tempi dell'Impero Romano non erano più state realizzate infrastruttura Viarie in Sardegna.

Vittorio Emanuele I ed il suo successore Carlo Felice, erano entrambi figli di Carlo Emanuele IV di Savoia. Vittorio Emanuele I aveva avuto solo figlie femmine, per cui gli era succeduto il fratello Carlo Felice, che muore senza figli. La successione al Regno dei Savoia, dunque, diviene un affare in cui l'Austria vede la possibilità di impone il proprio potere anche su queste terre. Per questo, spinge affinche, ala morte di Carlo Felice, il fratello Vittorio Emanuele I, che è ancora in vita, scelga come successore il principe Francesco IV d'este, imparentato con gli Asburgo. Ma non avviene così, egli infatti sceglie come successore Carlo Alberto, settimo principe di Carignano, appartenente a un ramo cadetto della famiglia. Con la morte di Carlo Felice, il 27 aprile 1831, si estingue la dinastia degli Amedei, che prende il nome dal primo duca d'Aosta Amedeo VIII, e con la successione di Carlo Alberto ad essa subentra la dinastia dei Savoia-Carignano.

Carlo Alberto, con l'abolizione del feudalesimo e la fusione perfetta della Sardegna col Piemonte

Carlo AlbertoNel 1831 gli succede Carlo Alberto, detto il Magnanimo, della dinastia Savoia-Carignano, che regna fino all'abdicazione il 23 marzo 1849. I principi di Carignano sono lontani parenti dei Savoia, ed appartengono a un ramo cadetto che si è staccato dal ramo principale nel 1596, e si sono riavvicinati nel 1714 con il matrimonio fra Vittorio Amedeo, principe di Carignano, e Vittoria Francesca, figlia naturale di Vittorio Amedeo II di Savoia. Nonostante la sua posizione antiaustriaca, il 30 settembre 1817 sposa Maria Teresa d'Asburgo-Toscana, figlia di Ferdinando III di Asburgo-Lorena. Il viaggio in Toscana per incontrare la futura moglie, porta Carlo Alberto fino a Roma, dove conosce il vecchio sovrano Carlo Emanuele IV, ancora in vita, seppure cieco, e rinchiuso in Convento per prendere i voti. L'esperienza lo tocca al punto da farlo divenire un cattolico devoto. Per cercare di riabilitarsi agli occhi di Carlo Felice, egli partecipa alla spedizione francese, effettuata in accordo con Metternich e con la Santa Alleanza, per ripristinare l'ordine in Spagna, dove sono scoppiati moti rivoluzionari. In questa occasione, combatte proprio contro quei liberali che solo qualche anno prima aveva favorito e aiutato, durante i moti del 1821. Ciò gli da una legittimazione alla successione sul trono, con il favore austriaco, anche a seguito di un impegno firmato da Carlo Alberto nell'ambasciata del Regno sardo a Parigi, in cui promette a Carlo Felice di non modificare le istituzioni politiche vigenti una volta salito al trono. Diviene un uomo di grande cultura soprattutto in campo economico, e cerca di capire la situazione dei territori che avrebbe ereditato, compiendo, anche, un viaggio in Sardegna nel 1829. Divenuto re di Sardegna alla morte di Carlo Felice, il 27 aprile 1831, vengono vanificate le speranze di quanti auspicano un periodo di riforme, e si dimostra un vero antirivoluzionario. Non appena salito al trono, forte di una solida tradizione di alleanze dinastiche, firma un patto militare con gli Asburgo, chiedendo l'appoggio dell'Impero austriaco per difendere il trono dalla rivoluzione. Successivamente, comunque, prenderà alcune iniziative significative, come l'abolizione del feudalesimo e la concessione di uno statuto costituzionale. Le idee liberali, le speranze suscitate dall'illuminismo e le idee della Rivoluzione francese, alimentano, infatti, nel Regno diverse aspettative. Si va dalle idee repubblicane professate da Mazzini, agli ideali laici e socialisti di Garibaldi, mentre alcuni, come Cavour e Massimo D'Azeglio, hanno ideali monarchici favorevoli ai Savoia, ed altri ancora, come Vincenzo Gioberti, pensano ad una confederazione italiana presieduta dal Papa. Il 12 maggio 1838, impone l'abolizione delle giurisdizioni feudali, introdotte in Sardegna dai catalano aragonesi nel 1323, e, successivamente, imposte, con il trattato di Londra del 1718, ai Savoia, che, con Vittorio Amedeo II, giurano di non abrogare. Ma il sovrano non vuole troppo scontentare la nobiltà feudale: nel 1840 decide, infatti, che i nobili vengano ripagati dalla perdita delle rendite feudali con un riscatto, un compenso che viene addebitato alla popolazione, che deve quindi pagare a caro prezzo la sua libertà.

Il 29 novembre 1847, l'Autonomo Parlamento sardo rinuncia, spontaneamente, alla sua autonomia statuale. Con un atto giuridico del 3 dicembre 1847, viene sancita la fusione perfetta con gli stati di terraferma e l'estensione anche all'isola della legislazione piemontese. Un atto che viene visto dai Piemontesi come l'ottenimento da parte della Sardegna di parità di diritti col Piemonte, mentre i diretti interessati, ossia i Sardi, non possono che vederlo come la definitiva cancellazione dei loro valori storici e culturali. Con la fusione, vengono aboliti il Parlamento Sardo, costituito dagli antichi stamenti, e la carica Viceregia. Ne deriva l'istituzione del servizio di leva obbligatorio, che sottrae alle famiglie l'aiuto dei figli maschi, ed aumentano i già pesanti tributi fiscali. Carlo Alberto prosegue, comunque, l'intervento sulle infrastrutture Viarie della Sardegna, e, dal 1829 al 1849, anno in cui muore, la rete stradale sarda raddoppia come chilometraggio, tanto che alla fine dell'800 la Sardegna potrà contare su 5000 chilometri di strade.

La bandiera dei Savoia del 1848Il 4 marzo 1848, a seguito dei moti scoppiati in tutta la penisola con la concessione della costituzione a Napoli, Carlo Alberto, dal palazzo regio di Torino, promulga lo Statuto fondamentale della Monarchia di Savoia, elaborato sulla base di quelli belga e francese. É noto come lo Statuto Albertino, e rende il Regno di Sardegna, prima, e l'Italia, poi, una monarchia costituzionale. Attraverso esso, il potere legislativo viene esercitato dal re e da due camere: quella del senato composta da persone nominate a vita dal sovrano, e quella elettiva, formata da deputati eletti nei collegi elettorali. Lo Statuto rimarrà, fino all'adozione della Costituzione repubblicana, la legge fondamentale e fondativa dello stato italiano.

Prima Guerra d'IndipendenzaIl 23 marzo 1848, Carlo Alberto, sollecitato dai liberali milanesi, dichiara guerra all'Austria, dando inizio alla Prima Guerra d'Indipendenza. La bandiera rivoluzionaria tricolore verde-bianco-rosso, nata a reggio Emilia il 7 gennaio 1797, compare per la prima volta tra le truppe sarde, che con essa combattono vittoriosamente a Pastrengo e a Goito. La fase iniziale del conflitto vede alcuni importanti successi, soprattutto nella battaglia di Pastrengo, ed una colonna riesce ad entrare a Milano. Carlo Alberto assedia Peschiera, e l'attacco del maresciallo Radetsky si risolve con la sua disfatta nella battaglia di Goito, il 30 maggio, e lo stesso giorno si arrende anche Peschiera. Ma, successivamente, il maresciallo Radetsky riesce a riconquistare le piazzeforti venete, e la guerra volge favorevolmente agli Austriaci. Il 9 agosto 1848, l'esercito sardo viene battuto a Custoza. Dopo l'armistizio di Salasco, riprendono le ostilità, e, sette mesi dopo, c'è la definitiva disfatta di Novara. Il 12 agosto 1848, il luogotenente del re Carlo Alberto, Eugenio di Savoia-Carignano, promulga un decreto che abolisce le Province e divide la Sardegna in tre divisioni amministrative, fissate nelle Città di Cagliari, nella quale convergono le Province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Isili in quella di Sassari con le Province di Sassari, Alghero, Ozieri e Tempio; ed in quella di Nuoro con le Provincie di Nuoro, Cuglieri e Lanusei.

Carlo Alberto viene costretto ad abdicare, il 23 marzo 1849, a favore del figlio Vittorio Emanuele II di Savoia, e si ritira in esilio ad Oporto, in Portogallo, dove muore di lì a poco, il 28 luglio 1849. Il suo corpo viene imbarcato, ed il 13 ottobre arriva a Torino, dove si svolge il funerale. Oggi, riposa nella Cripta della Basilica di Superga, ultimo fra i sovrani regnanti ad essere sepolto qui. I sovrani successivi diventeranno re d'Italia, e saranno tumulati nel Pantheon di Roma.

Vittorio Emanuele II, duca di Savoia e re di Sardegna dal 1849 al 1861, che diventerà re d'Italia

Vittorio Emanuele IIIl 23 marzo 1848 a Carlo Alberto succede il figlio Vittorio Emanuele II, che sarà re di Sardegna dal 1849 al 1861, per poi diventare re d'Italia. Dopo l'abdicazione di Carlo Alberto, gli storici Piemontesi cominciano a presentarlo come il re Galantuomo, che, animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali, si oppone alle richieste di Radetzky di abolire lo Statuto Albertino. Ma il giovane re si dichiara, invece, amico degli Austriaci, rimproverando al padre la debolezza di non aver saputo opporsi ai democratici, tanto che, in una lettera inviata al nunzio apostolico, nel novembre del 1849, dichiara di «non vedere alcuna utilità nel governo costituzionale, anzi di non attendere altro che il momento opportuno per disfarsene».

Massimo d'AzeglioUna giustificazione di questo comportamento ambiguo viene attribuita, da Massimo d'Azeglio, al suo liberalismo malcerto, che lo porta ad affermare: «Meglio essere re in casa propria, sia pure con le limitazioni costituzionali, che essere un protetto di Vienna». Quindi Vittorio Emanuele, pur di sentimenti assolutisti, mantiene le istituzioni liberali per lungimiranza politica, riconoscendo la loro importanza nell'amministrazione dello stato. Il che è dimostrato dalla lunga collaborazione instaurata fra il re ed il primo ministro Camillo Benso, Conte di Cavour, pur essendo fortemente divisi dalle diverse posizioni politiche, assolutiste quelle del sovrano, e liberali quelle di Cavour.

Camillo Benso Conte di CavourIn seguito alla disfatta, il Regno di Sardegna cerca di riequilibrare la sua economia. Massimo d'Azeglio, presidente del Consiglio, approva, nell'aprile e giugno del 1850, le leggi Siccardi, in seguito alle quali vengono aboliti i privilegi di cui il clero aveva sempre goduto. L'11 ottobre 1850, viene chiamato al governo Camillo Benso, Conte di Cavour, che, nel 1852 stipula un patto con la sinistra di Urbano Rattazzi, che gli consente di diventare presidente del Consiglio. Egli inizia una serie di riforme, e, nel 1855, si allea con la Francia contro la Russia, nella cosiddetta guerra di Crimea, ed invia un corpo di bersaglieri a combattere a fianco degli alleati, partecipando, poi, al Congresso di Parigi tra le nazioni vincitrici. Seconda Guerra d'IndipendenzaIl venti luglio 1858, a Plombières, stringe un accordo segreto con Napoleone III, che prevede, in caso di attacco austriaco, l'intervento dei Francesi a fianco dei Sardi, per tentare la conquista della Lombardia, e per proseguire eventualmente fino all'Adriatico. E, nel gennaio 1859, inizia la Seconda Guerra d'Indipendenza. L'esercito francese e sardo invade la Lombardia, travolge quello austriaco a Montebello, Palestro e Magenta, mentre sulle alture di Solferino e di San Martino si combatte la violenta battaglia decisiva, che costa la vita a 22 mila soldati austriaci e 17 mila soldati alleati. Ma Napoleone III non rispetta gli accordi Plombieres, e propone la pace agli Austriaci. Cavour, sdegnato contro l'Imperatore, e contro il re che ha firmato l'armistizio, si dimette da primo ministro, e si ritira sfiduciato in Savoia. L'8 luglio 1859, a seguito dei trattati di Villafranca e Zurigo, la Lombardia, tranne Mantova, venne ceduta al Regno di Sardegna dal Regno Lombardo-Veneto, ma il Veneto e Venezia rimangono completamente in mano austriaca. Dopo questi avvenimenti, La Marmora, Rattazzi e Dabormida, formano un nuovo governo, con gli alleati che mantengono varie guarnigioni in Lombardia.

Il decreto emesso il 23 ottobre 1859 dal Ministro dell'Interno Urbano Rattazzi, ridisegna radicalmente la geografia amministrativa dell'intero stato sabaudo, grazie ai poteri concessi temporaneamente al governo a causa dello stato di guerra, e, tra l'altro, suddivide l'isola in due sole province: la Provincia di Cagliari, ove si trovava anche un Vicere per la Sardegna, e che era formata da Cagliari, Iglesias, Isili, Lanusei, Nuoro e Busachi e la Provincia di Sassari, che comprendeva Sassari, Alghero, Cuglieri, Ozieri e Tempio.

Nel gennaio 1860, Cavour viene richiamato al governo, ma Napoleone III rimane ancora con il suo esercito nell'Italia centrale e in Lombardia, preoccupato dalle domande di annessione al Regno di Sardegna fatte dall'Italia centrale. Fa sapere che può accettare questa annessione, ma solo in cambio di concessioni territoriali sulla frontiera alpina. Cavour si rende conto che non può sfidare contemporaneamente i due imperatori, ed, il 12 marzo 1860, firma un nuovo trattato nel quale venivano riportate in vita le clausole di quello del gennaio 1859. Ma, prima che il documento venga firmato, l'annessione dell'Italia centrale è già un fatto compiuto; il 5 marzo 1860, infatti, Parma, la Toscana, Modena e la Romagna votano un referendum per l'unione al Regno di Sardegna. Le cessioni territoriali nei confronti della Francia, determinano la perdita della Savoia e di Nizza. Giuseppe GaribaldiAspre critiche vengono mosse da Urbano Rattazzi, da Giuseppe Garibaldi, e da tutti i patrioti italiani. Nello stesso anno, Giuseppe Garibaldi inizia la spedizione per la conquista del Regno delle Due Sicilie, arrivando nel giro di pochi mesi a Napoli. Dopo la battaglia del Volturno, i garibaldini vengono inseriti nell'esercito sardo, che assedia Capua, che capitola dopo i bombardamenti iniziali. Quattro mesi dura l'assedio di Gaeta, che viene presa il 17 febbraio 1861. Il 17 marzo 1861, con il compimento della prima unità d'Italia, alla quale mancano ancora Roma e Venezia, con la legge 4671 del 17 marzo 1861, il re Vittorio Emanuele II proclama il Regno d'Italia, assumendo per se e per i suoi successori il titolo di re d'Italia. Secondo i costituzionalisti, non si tratta della costituzione di una nuova entità politica statale, e l'appellativo di Regno d'Italia diviene solo il nuovo nome assunto dallo stato sardo, per adeguarsi alla nuova situazione creata con le annessioni del 1859 e del 1860. In altre parole, l'attuale stato italiano non è altro che l'antico Regno di Sardegna. Il Regno d'Italia viene completato, il venti settembre 1870, con la presa di Roma.

La vita culturale nel periodo del Regno di Sardegna

Nel periodo del Regno di Sardegna, si assiste a un grande risveglio culturale nell'isola.

Lingue parlate nel Regno di Sardegna

Durante il periodo medioevale, tutti i documenti ufficiali che uscivano dalle cancellerie dei regni giudicali erano scritti in lingua sarda, ossia in limba. Successivamente, i catalano aragonesi prima, e poi gli Spagnoli, obbligano i sardi ad utilizzare la loro lingua solo nei rapporti locali e familiari, imponendo lo spagnolo negli atti ufficiali del Regno di Sardegna. Dopo il 1815, come in tante altri corti europee, anche i Savoia utilizzano il francese nella lorocorte, e questo nonostante che gli abitanti le valli alpine parlino prevalentemente il francoprovenzale, detto anche arpitano. Quando ricevono il Regno, sono combattuti fra la possibilità di lasciare che sull'isola si continui ad utilizzare lo spagnolo, oppuread insediare nell'isola i loro funzionali, che parlano italiano. Per quasi cinquant'anni lasciano la situazione inalterata, poi decigono di impone l'italiano, grazie anche alla riorganizzazione delle due Università, quella di Cagliari e quella di Sassari, che diventano i centri di diffusione della lingua italiana tra i Sardi.

Una forte ripresa dell'attività estrattiva

nel periodo del governo dei Savoia, viene dato un nuovo impulso all'attività mineraria, e l'esercizio dell'attività estrattiva viene, ancora, legato all'assegnazione di concessioni generali per l'effettuazione di ricerche e lo sfruttamento su tutto il tenitorio isolano. I primi ad ottenere questo tipo di concessione, della durata di vent'anni, sono i cagliaritani Pietro Nieddu e Stefano Durante. In seguito, nel 1740, la concessione generale viene assegnata a Carlo Gustavo Mandel, console svedese a Cagliari, al'inglese Carlo Brander, ed al barone tedesco Carlo di Holtzendorff. In base al contratto, i concessionari debbono versare alle regie gabelle il 12% della galena, ossia del piombo argentifero, estratta. Devono, inoltre, versare il 2% dell'argento per i primi 4 anni, il 5% per i successivi 6 anni e il 10% per i restanti venti anni. La nuova società costituita a questo scopo tra i tre uomini d'affari, ha vita difficile sin dall'inizio. Dopo poco tempo, Carlo Gustavo Mandeli, rimasto solo, addossa su di se l'impresa, ed acquista di terreni a sud di Villacidro, per impiantarvi una fonderia. Nel 1743 inizia in essa della produzione del piombo, ma la fonderia lavora solamente per alcuni mesi l'anno, quelli in cui può utilizzare le acque del piccolo torrente Leni, e non rende secondo le aspettative. Egli introduce diverse innovazioni tecnologiche, tra le quali l'impiego dell'esplosivo durante i lavori di estrazione, innovazioni che vengono portate in Sardegna da maestranze soprattutto tedesche. Il rapporto tra i costi e il piombo ricavato è, però, sfavorevole. Nel 1745 rivece la concessione per lo sfruttamento della Miniera di Montevecchio, vicino a Guspini. In seguito, egli viene accusato di trascurare la ricerca di nuove miniere, limitandosi allo sfruttamento di quelle già esistenti, e viene aperta un'inchiesta per esportazioni clandestine d'argento, che porta, nel 1758, alla revoca della concessione. La morte lo coglie nel 1759, prima che il Supremo reale Consiglio di Torino si pronunci sul suo ricorso. Alla morte di Mandel, il sottotenente d'artiglieria Pietro Belly, di origini Piemontesi, riceve la concessione della Miniera di Montevecchio, di cui fa scavare oltre cinquecento metri di pozzetti e gallerie. Nel 1762 diviene direttore delle miniere di Sardegna, ed inizia ad ostacolare l'estrazione mineraria privata, ritenendo più redditizio che lo stato sfrutti direttamente le ricchezze del sottosuolo sardo. E cerca, anche, di reintrodurre il lavoro forzato nelle miniere, e per questo si merita, nel 1771, aspre critiche da parte di Quintino Sella. Al Belly va attribuito il mancato sfruttamento del ricco filone d'argento del Sarrabus, di cui già il Mandel aveva intuito le potenzialità, ma che il Belly ritiene troppo costoso, dato il terreno impervio e la difficoltà delle comunicazioni della zona. Solo nel secolo successivo verrà scoperto il valore minerario della Regione sud orientale dell'Isola. Gli ultimi anni del diciottesimo secolo sono importanti per l'industria mineraria sarda. Vengono, infatti, scoperte tracce di ferro presso Arzana, e di antimonio nelle vicinanze di Ballao. Comunque, all'inizio dell'800 esistono in Sardegna 59 miniere, prevalentemente di piombo, ferro, rame e argento. Ed in questo rinnovato fervore minerario, trovano posto anche alcuni avventurieri, tra i quali anche il romanziere francese Honorè de Balzac, che, nel 1838, da vita ad una fallimentare iniziativa volta allo sfruttamento di antiche scorie piombifere nella Nurra.

La riforma mineraria

Nel 1840 viene approvata una nuova legge mineraria, che prevede la separazione della proprietà del suolo da quella del sottosuolo. Secondo questa legge, chiunque può richiedere l'autorizzazione ad effettuare ricerche minerarie, per la quale è richiesta l'autorizzazione dei proprietari dei fondi, ma, se i proprietari si oppongono, il prefetto può procedere d'ufficio alla concessione dell'autorizzazione. L'unico obbligo che compete al concessionario è quello di versare all'erario il 3% del valore dei minerali estratti, e di risarcire i proprietari dei fondi per i danni arrecati. La concessione generale viene formalmente vietata dalla nuova legge, al fine di impedire il costituirsi di monopoli nell'attività estrattiva. Questa disciplina entra pienamente in vigore in Sardegna solo nel 1848, dopo che si è realizzata la fusione perfetta tra la Sardegna e gli stati di terraferma dei Savoia, e richiama nell'isola numerosi imprenditori, in particolare liguri e piemontesi, e nascono le prime società con lo scopo di sfruttare i giacimenti Sardi. La legge mineraria viene, successivamente, modificata nel 1859, in senso più favorevole agli industriali minerari.

Giovanni Antonio SannaLa maggior parte di queste società è costituita con capitale non sardo, ed una significativa eccezione è rappresentata dall'imprenditore sardo Giovanni Antonio Sanna, che nel 1848 ottiene una concessione perpetua su circa 1200 ettari situati nella zona di Montevecchio. Nato a Sassari nel 1819, nel 1871 fonda la Banca Agricola Sarda, che viene poi coinvolta nel fallimento delle banche sarde degli anni '80 del secolo. Di simpatie democratiche e progressiste, fa parte del parlamento del Regno di Sardegna e del neonato Regno d'Italia, e si schiera a difesa degli interessi isolani nella battaglia sui terreni ademprivi. Raccoglie una vasta collezione di reperti archeologici e di oltre 250 opere artistiche di ogni epoca, la cui donazione andrà a costituire il nucleo del futuro Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico Giovanni Antonio Sanna e del Museo Sassari Arte o MUS'A. Muore a Roma nel 1875, ed i suoi resti vengono trasferiti da Roma al Cimitero di Sassari, in un bello ed imponente mausoleo di stile neorinascimentale fatto costruire dalle sue figlie.

Enrico SerpieriNel 1858 l'esule romagnolo Enrico Serpieri, nato nel 1809 a Rimini, che nel 1831 aveva partecipato ai moti rivoluzionari anti papalini, sbarca sbarcò con i figli in Sardegna, dove si occupa della Miniera di Gibas, presso Porto Corallo della genovese Società dell’Unione Miniere Sulcis Sarrabus in Sardegna, che, però, nel 1855, a seguito di un alluvione, si allaga, ed il Serpieri finisce sul lastrico. Entrato in contatto con alcuni fonditori di Marsiglia che acquistavano in Sardegna piombo e carbone, propone all’officina Bouquet di associarsi per riutilizzare quelle scorie, e viene, pertanto, costruita, nel 1858, una fonderia a Domusnovas, in località Pardu Siddu, sopra i ruderi della fonderia fatta erigere nel 1822. Poco tempo dopo ne costruisce una seconda a Fluminimaggiore, e, nel 1862, le due fonderie producono il 56 per cento di tutto il piombo d'opera sardo ricavato da vecchie scorie.

Giuristi e magistrati

Domenico Alberto AzuniDomenico Alberto Azuni è un giurista e politico del Regno di Sardegna, nato a Sassari nel 1749. Laureatosi in legge, si trasferisce a Torino, poi a Nizza dove da alle stampe il «Dizionario universale ragionato di giurisprudenza mercantile». Vittorio Emanuele I lo nomina senatore e nel 1791 lo incarica di predisporre il codice della marina mercantile del Regno di Sardegna, ma il progetto non si attua per l'occupazione di Nizza da parte dei francesi. Nel 1796 pubblica il «Sistema universale dei principi del diritto marittimo d'Europa», poi Napoleone lo fa partecipare alla stesura del codice marittimo e commerciale francese e, tra il 1799 e il 1802, da alle stampe il libro «Essai sur l'histoire geographique, politique et naturelle du royaume de Sardaigne». Con la caduta di Napoleone cade in disgrazia, si ritira a Genova, viene poi nominato Giudice a Cagliari e in seguito presidente della biblioteca dell'Università.

Pasquale TolaPasquale Tola è un magistrato, storico e politico italiano nato a Sassari nel 1801, fratello del patriota Efisio Tola. Studia a Sassari dove consegue la laurea in teologia e giurisprudenza, e segue anche corsi di filosofia e belle arti. Nel 1848 fa parte del gruppo di lavoro che prepara l'estensione dei codici albertini alla Sardegna. Favorevole all'abolizione del feudalesimo in Sardegna, scrive numerose opere di carattere storico politico, e diviene rettore dell'Università di Sassari. Diventa, in seguito, rettore dell'Università di Sassari, e successivamente lavora in magistratura, presso le corti d'appello di Nizza e di Genova. Fà parte del parlamento sardo, dal 1848, e poi di quello nazionale.

La scultura

Scultura di Giuseppe Antonio LonisSenorbì da i natali nel 1720 allo scultore Giuseppe Antonio Lonis, il più importante esponente della scultura lignea nell'isola, considerato il principale scultore del '700 sardo. Nel 1750 apre bottega a Cagliari, nel quartiere di Stampace, dove lavora i restanti 55 anni della sua vita trasmettendo le sue conoscenze a numerosi apprendisti, fino alla morte nel 1805. L'artista, famoso per le bizzarrie del carattere, si dedica alla realizzazione di statue in legno policromo a soggetto religioso. Il suo stile evolve dal barocco napoletano, attraverso il realismo, fino al neoclassicismo, e le sue opere si possono ammirare in diverse Chiese soprattutto del meridione dell'Isola.

L'architettura

Gaetano CimaA Cagliari nasce nel 1805 Gaetano Cima, che morirà nella sua Città natale nel 1878. Viene considerato uno degli architetti più importanti del diciannovesimo secolo, e probabilmente il più importante della Sardegna. Le sue opere, in stile neoclassico, sono presenti in ogni parte dell'Isola. Realizza o interviene su numerose Chiese, come San Giacomo di Cagliari, la Chiesa parrocchiale di Guasila, la Chiesa di San Francesco a Oristano, la Cattedrale dell'Immacolata di Ozieri. Ed inoltre su palazzi e ville nobiliari, come Villa Aymerich a Laconi, e su teatri come il Teatro Civico di Cagliari, che verrà distrutto nei bombardamenti del 1943. La sua opera più importante è, comunque, l'Ospedale Civile di Cagliari, del 1842.

La battaglia degli intellettuali per la difesa dei valori culturali Sardi

Villanovafranca dà i natali nel 1773 a Vincenzo Raimondo Porru, che cresce nel suo paese natale e lo lascia al raggiungimento dell'età adulta, quando viene mandato a Cagliari per sostenere gli studi presso le scuole pubbliche, dove dimostra una particolare inclinazione per le materie umanistiche e per la lingua latina. Dopo aver seguito il corso filosofico intraprende studi teologici e viene ordinato prete nel 1796. Insegnante, Porru è stato anche assistente nella Biblioteca Universitaria di Cagliari e prefetto del Collegio di Filosofia e Belle Arti dell'ateneo cagliaritano. Muore a Cagliari nel 1836. Porru ha aderito alla grande battaglia degli intellettuali sardi in difesa della verità sulla realtà sarda. Tra le sue opere più importanti citiamo il «Saggio di grammatica sul dialetto sardo meridionale», del 1810, ed il «Nou dizionariu universali sardu italianu», del 1832-34.

Alberto La MarmoraAlberto La Marmora, più correttamente Alberto Ferrero Conte della Marmora o Conte de La Marmora, nato a Torino nel 1789, studioso e politico piemontese fratello maggiore del più noto Alessandro fondatore del corpo dei bersaglieri e di Alfonso, giunge in Sardegna la prima volta nel 1819 per cacciare e studiare uccelli, e vi torna l'anno dopo. Sospettato di liberalismo per l'amicizia con Carlo Alberto, viene sospeso dal servizio e confinato in Sardegna nel 1822 e vi resta 13 anni per viverci e studiarla. In questo periodo, annoiato dalla monotona vita di guarnigione, accetta di buon grado di redigere per il vicerè sabaudo una carta 1:250.000 dell'isola. Il lavoro si dimostra presto come estenuante, tuttavia gli permette di studiare con attenzione i monumenti archeologici locali e di descriverli nel suo famoso «Voyage en Sardaigne», apparso in una prima edizione nel 1826 e poi successivamente nel 1840 con l'aggiunta di una seconda parte, che diventerà una pietra miliare dell'archeologia sarda. Tornato in servizio con l'ascesa al trono di Carlo Alberto, viene nominato generale nel 1840 e nel 1849 viene inviato in Sardegna come commissario straordinario per sedare i disordini e gli atti di criminalità sempre più frequenti che si verificano soprattutto nelle zone più interne dell'Isola, cosa che gli costa l'inimicizia degli intellettuali sardi. Alberto La Marmora muore a Torino nel 1863.

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Nella prossima pagina vedremo come, nel 1861, la Sardegna entra nel Regno d'Italia e successivamente vive tutto il periodo della dittatura Fascista.


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