terre ma possedevano gli strumenti e gli animali da lavoro e in genere prendevano in affitto o a mezzadria terreni di altri. Su messaiu mannu, chiamato anche su meri, si occupava di amministrare la sua tenuta. Raramente svolgeva lavori manuali: interveniva solo in alcuni momenti simbolicamente importanti, come quando tracciava il primo solco, spargeva la prima manciata di grano o caricava l'ultimo covone sul carro. Al suo servizio erano is srebidoris, i lavoratori assunti con contratto annuale. Essi ricevevano, al momento dell'assunzione, un paio di scarponi chiodati, e, giornalmente, su civraxiu; a fine contratto, la paga, parte in denaro e parte in natura (grano, fave, legna). Tra is srebidoris esisteva una gerarchia basata sull'esperienza e sull'età: su sotzu, su bastanti mannu, su bastanteddu, su boinargiu e su boinargeddu (il socio, il bastante, il bastante giovane, il vaccaro e il vaccaro giovane). Su sotzu, in genere un uomo anziano e con diversi anni di esperienza, coordinava e sorvegliava il lavoro. Gli altri srebidoris svolgevano, oltre al lavoro vero e proprio della campagna, tutte quelle attività collaterali, ad essa legate, tra cui la cura degli animali da lavoro. Oltre la paga, tutti avevano vitto e alloggio nella casa padronale. In certi periodi dell'anno, ad esempio prima della vendemmia, della raccolta delle olive o della mietitura, si assumevano lavoratori stagionali come guardiani delle colture intensive (castiadoris) o mietitori. Quando la manodopera assunta non era sufficiente al disbrigo dei lavori della campagna si ricorreva ai giorronaderis, i lavoratori giornalieri che potevano essere uomini, donne e anche bambini. La loro giornata lavorativa andava dall'alba al tramonto, compreso il tempo necessario per recarsi sul luogo di lavoro e rientrare a casa. Generalmente il loro salario era in denaro; le donne erano pagate metà degli uomini e i bambini ancora meno. Come si svolgeva il lavoro I lavori agricoli avevano inizio il 29 settembre, giorno di San Michele, e variavano a seconda delle stagioni. A Siliqua vigeva il sistema della rotazione biennale delle terre, per cui esse erano coltivate per alcuni anni e poi lasciate a riposo, adibite al pascolo. In atòngiu, in autunno, si svolgevano i lavori di preparazione del terreno lasciato a maggese: si cominciava col ripulirlo dai cespugli ed erbe nocive, su pitzianti, s'allu de carroga, su cannaiòni, s'ambuatza (l'ortica, l'aglio selvatico, la gramigna, il rafano). Inoltre si aravano i terreni già coltivati l'anno precedente, si spargeva il letame e, infine, si seminava. A settembre si vendemmiava, tradizionalmente poco prima della festa di Santa Margherita, la terza domenica del mese. In s'ierru, in inverno, i contadini si dedicavano al diserbamento, alla lavorazione delle zolle, alla semina dei cereali e di alcuni legumi. Se la pioggia in autunno era stata scarsa, in dicembre si portava a termine la semina del grano. In benau, in primavera, si mieteva l'orzo e l'avena da usare come foraggio e si eliminavano le erbe infestanti dai campi di grano. Si procedeva poi all'aratura delle terre non coltivate e, dalla fine di maggio fino a metà giugno, a ndi tirai su lori, ad estirpare le leguminose, soprattutto le fave, dopo la festa di San Giacomo. In s'istadi, d'estate, si ultimavano i lavori: la mietitura dell'orzo, dell'avena e del grano, la trebbiatura e l'immagazzinamento nelle aie. Un momento particolare era sa messadura de su trigu, la mietitura del grano, cui partecipavano tutti gli agricoltori e gli operai. Fino agli anni ‘50 si mieteva a mano. Si assumevano lavoratori stagionali, pagati a sciarada, cottimo, in denaro. Parte di questi proveniva dai paesi della Trexenta e giungeva a Siliqua in bicicletta. Ciascuno si portava dietro solo lo stretto necessario: la falce, la coperta e un ombrello per ripararsi dal sole nei momenti di sosta. In paese si radunavano in piazza in attesa di essere scelti dai vari proprietari.