riscatto delle classi popolari, che potevano così essere “egemonizzate”. In questo clima di fervore sociale e stravolgimento antropologico fu pubblicato il romanzo di Gavino Ledda, vero e proprio caso letterario edito dalla Feltrinelli; la vicenda, proposta come rappresentativa dello scenario antropologico sardo, in realtà è un tipico romanzo di formazione che narra di un difficile legame familiare che poteva essere ambientato in qualunque parte del mondo. Nel paradosso, il libro presentato dall’esterno come emblematico della società tradizionale sarda, è in realtà l’unica opera estranea al sistema letterario sardo, come notò subito Michelangelo Pira chiarendo che quel padre, ossessionato da misere ambizioni economiche, incapace di conquistare l’ammirazione e l’affetto del figlio, in Barbagia sarebbe stato considerato un uomo da poco, un asociale, un pastore da burla (Pira, 1978, pp. 30 e 274). Questa sorta di pinocchio al rovescio, emoziona perché riscatta un bambino da una condizione famigliare ingiusta attraverso la volontà e lo studio. Ma per lo Stato che si apprestava a promuovere un nuovo rifiorimento basato sull’industria di base, l’occasione era troppo ghiotta: il bambino nel racconto viene strappato dallo Stato, cioè dalla scuola elementare, in una scena di intensa drammaticità, per essere gettato nel mondo tradizionale pastorale (sottolineato da quel sottotitolo, L’educazione di un pastore, che ha tutta l’aria di essere posticcio), dove il protagonista va verso la rovina e la perdizione (e anche la degradazione morale); la redenzione è affidata di nuovo ad un’istituzione dello Stato: è da militare, infatti, che Gavino riprende i fili della sua storia personale. È un percorso di andata e ritorno tra le braccia dello Stato, che promuoveva un nuovo modello che non era solo economico, ma anche antropologico: le tradizioni del mondo agro-pastorale venivano sostituite da una comunità operaia con i propri modelli e riferimenti culturali e sociali. Fu un’operazione strumentale, portata avanti con il più potente mezzo di propaganda e comunicazione, la televisione, con il famoso film dei Fratelli Taviani (Manca, 2006, pp. 33 e ss.). Il “caso Ledda” andò ancora avanti per molto tempo sui giornali, sui rotocalchi e in televisione. La RAI produsse persino un altro film, Ybris, con lo stesso Ledda improvvisato regista e attore. È al termine di questa operazione politica e culturale, che venne avanzata l’idea che il mondo antropologico sardo fosse, nella visione della cultura osservante, un sistema superato, inutile, e di cui vergognarsi agli occhi del mondo. Naturalmente l’operazione propagandistica contro il mondo tradizionale sardo si abbinò ad un utilizzo pesante dell’ambiente e delle risorse naturali. Sotto questo profilo l’industrializzazione forzata della Sardegna ha prodotto danni inferiori soltanto al grande disboscamento, costituendo una costante nel rapporto tra sistema di governo centrale e Sardegna. Questa svendita delle risorse sarde riemerse, sempre negli anni ’70, come metafora triste e squallida ne “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta, con la vicenda di Gigia, la puttana senza malizia: Si diceva, ma a bassa voce, che quando venivano giù dalla Toscana i distruttori dei boschi, e Nuoro era appena una lustra, essi tenessero banchetti nelle loro case, e si facessero servire da Gigia, tutta nuda, la bellissima donna che ora, ridotta in miseria e mezza pazza, faceva quasi senza accorgersene la prostituta in San Pietro (Satta, 1982, p.154). Negli anni ’80 si giunse ad un impianto normativo nazionale e regionale che implicitamente tutelava il bosco. La legge “Galasso”, del 1985, comprendeva tra le aree da sottoporre a tutela paesaggistica, direttamente, senza passare per procedure di individuazione e delimitazione, tutti i boschi, insieme ad una lunga sequenza di categorie di beni. Il rischio ravvisato in quella legge, di tutela generalizzata, fu individuato nel sistema autorizzatorio che consentiva ancora una volta di usufruire di deroghe. Per cui molti boschi sono stati espiantati nel nome dello sviluppo e dell’occupazione: cave, progetti di miglioramento fondiario, lottizzazioni edilizie, persino rimboschimenti artificiali in luogo di boschi radi ma naturali, al fine di accedere al sistema dei finanziamenti. In quegli anni, L’Azienda delle Foreste Demaniali della Regione Sarda (oggi Ente Unico delle Foreste), istituita nel 1956, che aveva ereditato anche i terreni dell’Azienda statale nel 1977, si ritrovò a gestire un patrimonio di oltre 60.000 ettari, compresi terreni lasciati in gestione per il rimboschimento dai comuni. Un patrimonio cospicuo, recuperato faticosamente, ma non paragonabile alla superficie territoriale svenduta dallo Stato nell’800; si ricorderanno soltanto, per paragone, i 200.000 ettari ceduti per l’appalto delle ferrovie. Si parla complessivamente di un milione di ettari venduti dallo Stato in quel periodo (Ortu, 1998, 247). Gli anni ’80, segnati dalla tragedia di Cernobyl e dai tanti incendi, furono caratterizzati da un rinnovato fervore ambientalista; coincisero, in Sardegna, con un’impegnativa stagione legislativa sul fronte dell’ambiente. Si pensi alla legge “31” sui parchi, emanata nel 1989, ma che ancora oggi stenta ad essere applicata. Nel 1986 venne istituito il