Gadoni il paese più a sud della Barbagia di Belvì che visitamo con nei dintorni i resti della miniera di Funtana RaminosaIn questa tappa del nostro viaggio proseguiamo la visita della Barbagia di Belvì recandoci a Gadoni il paese più a sud di questa regione storica, che visiteremo con la sua frazione Funtana Raminosa e con i resti della miniera in essa presenti. La Regione storica della Barbagia di Belvì La Barbagia di Belvì (nome in lingua sarda Barbàgia de Brevìe), chiamata anche Barbagia centrale, è una Regione storica della Sardegna centrale. Corrisponde alla parte centrale della Barbagia e si trova tra le regioni del Mandrolisai a nord, il Sarcidano e la Barbagia di Seulo a sud. In periodo giudicale ha fatto parte del Giudicato d’Arborea del quale costituiva una Curatoria, che veniva chiamata Curatoria della Barbagia di Meana, da nome dell’omonimo paese. È una delle regioni della Barbagia che fu meno sottoposto all’egemonia dei feudatari, a parte qualche tentativo sfociato in insurrezioni popolari. Fino alla metà del 1700 il paese chiamato Belvì era, infatti, governato da un rappresentante scelto tra i capifamiglia. Della Barbagia di Belvì fanno parte i comuni di Aritzo, Belvì, Gadoni e Meana Sardo.
In viaggio verso GadoniUsciamo da Aritzo lungo la SS295 in direzione sud ovest, e, a due chilometri e duecento metri dalla piazza de S’Erriu, arrivati alla Cantoniera Cossatzu, prendiamo a sinistra la SP8 verso sud, la quale dopo poco più di sette chilometri, ci porta all’interno dell’abitato di Gadoni. Dal Municipio di Aritzo a quello di Gadoni abbiamo percorso 9.8 chilometri. Il Comune chiamato Gadoni che è il paese più a sud della Barbagia di Belvì Il Comune chiamato Gadoni (altezza metri 696 sul livello del mare, abitanti 703 al 31 dicembre 2021) è un piccolo abitato di montagna dalla economia agricola e mineraria, situato nella parte sud occidentale della Provincia di Nuoro, sui monti della Barbagia di Belvì. L’abitato si distende sulla fiancata di una montagna, in posizione dominante sulla piccola valle di un ruscello, il riu Tistilios, affluente del riu Flumendosa. Nei dintorni di Gadoni è interessante il paesaggio caratterizzato dai tacchi calcarei affacciato sulla valle del Flumendosa, dall’aspetto particolarmente selvaggio, ed il fiume stesso presenta un paesaggio interessante, con le sue cascate, i suoi laghi e boschi, costituiendo una valida attrazione per un discreto numero di visitatori. Degna di essere visitata nei suoi dintorni è, inoltre, la miniera di rame di Funtana Raminosa, oggi diventata un vero e proprio museo a cielo aperto, cui si giunge percorrendo la strada vecchia per Seulo, una miniera alla quale è legata tutta la storia di Gadoni.
Origine del nomeSecondo la tradizione popolare, in età medioevale, nella prima metà del quindicesimo secolo, un pastore o latitante di nome Cadoni, originario del paese di Arzana in Ogliastra, si sarebbe stabilito, con il suo bestiame nella località Mamarulu, che oggi è Giru e Jossu, e da questo avrebbe avuto origine l’abitato, il cui dialetto ed i cui usi e costumi rimangono molto simili a quelli di Arzana. Secondo altri, la denominazione potrebbe derivare dalle risposte del pastore arzanese ai suoi conterranei, relative al buono stato del suo bestiame, che rispondeva Gaudiu Onu, cioè godo di buona fortuna, frase che è ancora oggi in uso. Invece, secondo il linguista Massimo Pittau, il nome del paese probabilmente corrisponderebbe al fitonimo, o nome di pianta, catone, cadone, cadoni, codone, qadone, con il quale si indica il farinaccio, detto anche piede anserino, bieta grappolina, mercorella o erba puzzolona, tutte varietà del Chenopodium, un genere di piante spermatofite appartenenti alla famiglia delle Amaranthaceae, dall’aspetto di piccole erbacee annuali o perenni dalla tipica infiorescenza a pannocchia, il cui nome deriverebbe dal latino cato- catonis. E se questa derivazione fosse esatta, si dovrebbe concludere che il villaggio avrebbe derivato la sua denominazione dalla particolare abbondanza, in origine, della citata pianta nel sito in cui esso è sorto. La sua economia Gadoni ha un’economia basata sull’agricoltura e sulla zootecnia. Il settore primario dell’agricoltura è presente con la coltivazione di cereali, foraggi, vite, ulivi, frutteti, in particolare di ciliegi. È presente anche l’allevamento di bovini, suini, ovini, caprini, equini e avicoli. L’industria è poco sviluppata, ed a livello artigianale si producono pregiati oggetti in legno di noce, articoli in tessuti lavorati a mano, ed uno squisito miele. Tra gli oggetti tipici dell’artigianato di Gadoni, come anche di Sarule, è Sa Burra, il tappeto tradizionale del paese, dove gli splendidi colori si preparano in modo naturale con la cottura di diverse erbe. Fatto completamente di lana, inizialmente veniva usato come coperta per ripararsi dal freddo nelle rigide notti invernali, ed in seguito, con la messa in commercio di materiali più leggeri, da coperta pesante è diventato un tappeto sottotavolo. Il tappeto viene usato ancora oggi per adornare i davanzali delle finestre o i balconi durante le processioni di Corpus Domini o nelle manifestazioni religiose più importanti.
Brevi cenni storiciLa storia di Gadoni narra di una terra di passaggio e di incontro di antichi popoli che sfruttavano le risorse minerarie di Funtana Raminosa, dato che qui i nuragici fondevano il rame per realizzare le antiche sculture simbolo dell’età del Bronzo in Sardegna, come attestato dal ritrovamento di alcuni utensili ora conservati nel museo archeologico nazionale di Cagliari, e poi in epoca fenicia e romana. Per estrarre il prezioso metallo Fenici, Cartaginesi e Romani vi scavarono diverse gallerie poi riutilizzate fino al ventesimo secolo. Durante il Medioevo appartiene al Giudicato di Arborea facendo parte della curatoria della Barbagia di Meana, e nel quattordicesimo secolo viene unito alla curatoria del Mandrolisai. Nel 1410, alla caduta di questo giudicato, passa sotto il governo del Marchesato di Oristano, ed in seguito viene incorporata nella Contea di Santa Sofia. Non si trova un’attestazione di questo villaggio anteriore a quella presente nella Chorographia Sardiniae di Giovanni Francesco Fara, che la indica come Oppidum Cadonis o Oppidum Gadonis, della Barbagia di Belvì e della diocesi di Arborea. L’abitato primitivo era costituto da abitazioni rudimentali edificate con pietre e fango. A quel primo nucleo di casupole, disposte a semicerchio come richiedeva la natura del suolo, venne ad aggiungersi, più tardi la parte superiore del paese, giu e susu e in seguito la parte centrale giru de mesu. Per provvedere ai bisogni spirituali degli abitanti viene costruita la chiesetta di San Pietro, che sorgeva dove ora è sito l’edificio del vecchio Municipio e che è stata poi abbattuta interamente nel 1870 perché abbandonata e crollata. In seguito viene costruita la chiesa di Santa Marta, la cui consacrazione risale al 26 luglio 1512. La terza chiesa, la chiesa parrocchiale di Maria Vergine Assunta, costruita a partire dal 1560, viene utilizzata come parrocchia e ampliata nel 1808. Nel 1768 il paese viene incorporato nella Contea di Santa Sofia, assegnata in feudo a Salvatore lostia. Rimane sotto la signoria dei lostia fino al 1839, quando viene riscattato a seguito dell’abolizione del sistema feudale. Durante il Regno d’Italia, del Comune di Gadoni, nel 1927, dopo la creazione della Provincia di Nuoro, viene cambiata la Provincia da quella di Cagliari, alla quale precedentemente apparteneva, alla neonata Provincia di Nuoro. L’estrazione del rame In periodo repubblicano, in tempi più recenti, Gadoni diviene molto importante per la produzione di rame, estratto a partire dal dopoguerra dalla miniera di Funtana Raminosa, che ha rappresentato il giacimento più importante d’Italia. L’apertura della miniera e la sua rivalutazione nel primo dopoguerra, durante il fascismo, e nel secondo dopoguerra, ha prodotto notevole ricchezza per gli abitanti del circondario, ma ha anche il parziale abbandono delle rigogliose terre presenti e una conseguente parziale perdita delle conoscenze agropastorali che per secoli avevano reso il paese importante per tutto il circondario. La tipologia del giacimento e il calo delle quotazioni del rame ha in seguito provocato il graduale abbandono dell’attività estrattiva, fino alla definitiva chiusura delle miniere negli anni ottanta del Novecento. I successivi fallimenti delle politiche di riutilizzo delle strutture presenti hanno creato un forte disagio economico, determinando una continua emigrazione dei residenti verso la penisola, soprattutto in Lombardia, Toscana, Veneto, Piemonte e Emilia Romagna, o verso la costa di Cagliari. La storia di Gadoni è, quindi, fortemente legata alla miniera di rame di Funtana Raminosa, oggi diventata un vero e proprio museo a cielo aperto.
Il territorio di Gadoni nella Barbaria in epoca romana In epoca romana il territorio faceva parte di quella Regione chiamata Barbaria, ossia della Barbagia divisa in Barbagia di Seulo, di Belvì e di Ollolai che non è stata mai totalmente romanizzata. Con i Galilensi si riunivano i fieri montanari delle due prime Barbagia e insieme esercitavano violente scorrerie nei territori ricchi e coltivati, prossime alle citt romanizzate del piano. Se ne ha conferma in un documento importantissimo dell’Imperatore Ottone, dell’anno 69 dopo Cristo. Nella tavola di bronzo rinvenuta nel territorio di Esterzili, fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo, chiamata appunto la Tavola di Esterzili ed ora custodita nel Museo Nazionale Giovanni Antonio Sanna di Sassari, riportato il decreto del magistrato romano, il proconsole Lucio Elvio Agrippa, il quale impose solennemente agli abitanti della montagna, specie ai Galilensi, di ritirarsi dal territorio che essi avevano invaso. Delle loro antiche abitazioni possiamo trovare testimonianza nei ruderi ancora sparsi intorno a Gadoni denominati Bidonì, Biddiscana, Olzai, e specialmente Bidda Arisone col suo ricco materiale archeologico di stoviglie, di armi, anelli di macine a mano e pezzi di ferro lavorato.
Alcuni dei principali personaggi che sono nati a GadoniTra i principali personaggi nati a Gadoni, non si possono ignorare il settecentesco inventore e artigiano Francesco Antonio Broccu, e l’ottocentesco bandito Michele Moro, detto Torracorte. Vi è nato anche l’ottocentesco teologo Antioco Polla, autore di una forte controversia con il pensatore Giovanni Battista Tuveri di Collinas sul potere temporale dei Papi. A Gadoni nel 1797 nasce Francesco Antonio Broccu, ricordato dai compaesani come Tziu Brocu o come Maistu Broccu, che fino dall’infanzia mostra uno spiccato interesse per la meccanica e costruisce numerosi giocattoli utilizzando materiali come le canne, il legno ed il sughero. Presto acquisisce un laboratorio tutto suo a Coa ’e Muru, nel cuore del paese, da dove escono campane, attrezzi agricoli, ma anche brillanti invenzioni come un mulino a ruota verticale, un organo realizzato con comuni canne, un orologio a pendolo che ha come quadrante il pannello della porta d’ingresso dell’abitazione con le lancette rivolte verso l’esterno che danno al passante la possibilità di leggere l’ora, e perfino una matracca che produce un suono così forte da trasformarsi in un detto ancora in uso a Gadoni per indicare un suono assordante: parit Sa Matracca de Maistu Broccu!. Questo orologio, assieme ad un telaio semiautomatico realizzato sempre dal Broccu rimase in eredità ad una sua nipote e fu poi ceduto nel 1932 al canonico Giuseppe Lai, allora parroco di Gadoni, che lo custodiva gelosamente in una stanza museo della sua casa di Oristano. La sua invenzione principale è, però, nel 1833 la prima pistola a tamburo a quattro palle oggi nella collezione Luigi Caocci di Aritzo, realizzata dopo una pistola a due canne oggi nella collezione Floris-Vacca di Gadoni, una pistola a quattro canne oggi nella collezione Mariano Contu di Desulo, e dopo un fucile a canne sovrapposte del 1846 oggi nella collezione Floris-Carboni di Gadoni. Rispetto alle armi in uso fino ad allora, la pistola a tamburo presenta un cilindro più corto, ossia il tamburo, che permette di allineare la camera con il proiettile alla canna e al percussore grazie alla rotazione intorno al proprio asse. La pistola da lui realizzata nel 1833 viene anche esaminata da Carlo Alberto di Savoia durante il suo secondo viaggio in Sardegna nel 1843. Viene invitato a Cagliari per parlare della sua invenzione e spiegarne il funzionamento, ma essendo affezionato al suo paese, non prende una decisione in merito. Viene, comunque, ricompensato da re Carlo Alberto di Savoia per 300 franchi. Francesco Antonio Broccu non chiede mai i brevetti per le sue invenzioni, compresa la rivoltella. Tre anni dopo, nel 1836, accadde un fatto storico negli Stati Uniti, quando un giovane marinaio, Samuel Colt di Hartford nel Connecticut, un errante viaggiatore, avviò la sua attività imprenditoriale nel settore delle armi e realizzerà un’arma simile, più conosciuta col termine inglese revolver, che brevetterà e commercializzerà a suo nome. Francesco Antonio Broccu, piccolo di statura, mani forti e ingegno da vendere, un giorno a metà dell’Ottocento perse la memoria, comunque visse fino a 85 anni, e morì nel 1882. Nel 2011 a Gadoni è stata allestita una mostra che ha proposto la pistola a una canna ad avancarica con due cani esterni, forse la prima costruita dal fabbro che diventò armaiolo, custodita nella casa in via Umberto da Marcello Agus e Luisa Broccu, pronipote dell’inventore. E vi era un altro pezzo forte, una pistola di alto pregio artigianale, forse simile all’arma a quattro canne che ha reso famoso Broccu, che hanno messa a disposizione Pietro Bulla e Alma Cocco, un’altra pronipote del fabbro.
Non sono riuscito a rinvenire foto delle sue pistole, dato che nelle pubblicazioni che le descrivono sono solitamente pubblicate foto di pistole Colt. Se qualcuno dispone di foto delle sue pistole oggi conservate ad Aritzo, a Gadoni o a Desulo e me le invia, le pubblicherò per dare alle sue invenzioni il riconoscimento che meritano. |
A Gadoni intorno al 1846 nasce Michele Salvatore Moro detto Torracorte o anche Torracorti, che diventa presto uno dei fuorilegge più temuti e ricercati, e verrà definito da Giulio Bechi come Il fosco patriarca dei banditi del Campidano. Si dà alla macchia il 2 marzo del 1881, per sottrarsi all’esecuzione di un mandato di cattura emesso nei suoi confronti per un tentato omicidio. Qualche mese dopo colleziona un secondo ordine di arresto per aver partecipato, in territorio di Aritzo, a una bardana, un reato diffuso in Sardegna nell’Ottocento, che consisteva in una vera e propria cavalcata di decine di uomini armati che di notte convergevano su un villaggio, o un ricco stazzo, per saccheggiarlo facendo razzia di bestiame e beni, uccidendo chi si opponeva. Nel marzo 1882 alcuni carabinieri tentano di fermarlo, ma lui, dopo un furioso corpo a corpo, riesce a farla franca, e per questo episodio viene condannato in contumacia a 4 anni e 7 mesi di carcere. Il 13 aprile viene accusato di stupro, ma anche questa volta riesce ad evitare la galera, ed a luglio viene riconosciuto tra un gruppo di malviventi che hanno commesso una aggressione a mano armata a scopo di rapina. Il 15 giugno del 1884 gli viene addebitato un omicidio, e, nel 1886, arriva l’accusa di estorsione aggravata e continuata. Il 6 aprile 1893 viene accusato di rapina in banda armata. Sulla sua testa viene posta una taglia di 5mila lire. La grotta Sa Corongia è celebre per avere ospitato sul finire del XIX secolo uno dei banditi più feroci del territorio, Michele Moro, detto Torracorte, durante la sua latitanza. Negli ultimi anni della sua latitanza Michele Moro, mentre erra alla macchia nei salti fra la Barbagia di Belvì e il Sarcidano, diventa inseparabile compagno di Liberato Onano detto Liberau, un altro grande fuorilegge di Aritzo, entrambi impegnati a sottrarsi ai diversi mandati di cattura emessi dai pretori di Aritzo, Isili e Seui, e con lui commette una lunga serie di crimini. Si consegnano tutti e due il 26 agosto del 1899, su consiglio del loro amico Don Antonio Arangino di Aritzo, il più grande proprietario della Regione, nella località dei salti di Aritzo chiamata Gardesi, ai carabinieri del capitano Manai e dei tenenti Carnesecchio e Meloni. Il giorno dopo i due latitanti vengono condotti ad Aritzo e fatti sfilare fra due ali di folla, a dorso di cavallo e coi ceppi ai polsi, come due tristi eroi. La notizia della cattura si sparge per via telegrafica in tutta l’Isola. Caricati sul treno delle secondarie alla stazione di Belvì, partono sotto nutrita scorta alla volta di Cagliari e in ogni stazione toccata dalla linea trovano ad attenderli una folla di curiosi bramosa di vedere di persona quegli uomini preceduti da grande e sinistra fama. Torracorte e Liberau sorpresi da tale accoglienza, si alzano, sorridono e fra stupore e imbarazzo, ringraziano timidamente. Nel 1900, a Cagliari, in due distinti processi, l’ex latitante di Gadoni viene condannato a 9 anni di reclusione per vari furti, ricettazione e associazione a delinquere, e all’ergastolo per gli omicidi di Salvatore Boi Poddi e Giovanni Raffaele Ortu. Michele Salvatore Moro morirà in carcere a Torino nel 1922.

Riportiamo gli articoli pubblicati sul Corriere della Sera sull’arresto dei due latitanti, dove si racconta come Torracorte non fosse alieno dal partecipare alle lotte politiche, dato che della sua propaganda elettorale viene fatta menzione in un ricorso alla Camera, per ottenere l’annullamento delle elezioni. La loro vicenda ispirerà, inoltre, le poesie di Giovanni Filippo Pirisi Pirino, ed anche Sebastiano Satta non riuscirà a nascondere una certa ammirazione per i banditi belli feroci prodi. Versi che ebbero larga fama e indubbiamente servirono a perpetuarne l’aura leggendaria e il ricordo popolare anche dopo la loro scomparsa. |
A Gadoni nel 1815 è nato Antioco Polla, che ha compiuto gli studi giovanili dai frati minori di Gadoni, i quali avevano fondato una scuola tra il 1620 ed il 1623. A soli 25 anni si laurea in teologia a Cagliari, quasi subito insegna filosofia a Oristano e Nuoro, e dal 1865 a Cagliari nella cattedra del Liceo Dettori. Ardente giobertiano, auspica la fine del dissidio tra Stato e chiesa, polemizza con Giovanni Battista Tuveri sostenendo la diretta provenienza da Dio del potere temporale, e col mazziniano e anticlericale Brusco Onnis. Scrive numerosi testi di teologia e in età matura fa costruire una grande casa lungo la via principale del paese, nella quale ama ospitare sia gli amici di Gadoni che i forestieri. Spesso offre l’acquavite in bicchieri molto piccoli, che denotano una certa avversità agli alcolici. Dal 1885 in poi, ormai in pensione, trascorre lunghi periodi a Gadoni. Nell’anno 1899, pare che abbia ospitato nella propria abitazione il capitano Manai, responsabile della cattura dei famigerati banditi Michele Salvatore Moro, detto Torracorte, di Gadoni, e Liberato Onano, detto Liberau, di Aritzo. Nei suoi ultimi anni, ha effettuato la donazione alla Biblioteca dell’Archivio di Stato di Cagliari, della sua intera biblioteca privata. L’atto, per dare maggiore risonanza all’avvenimento, viene stipulato nel 1903 nei locali stessi dell’archivio, con il quale il donante vuole essere rassicurato sugli spazi che sarebbero stati assegnati ai suoi libri, i suoi cari amici come amava definirli, ritenendoli a ragione una preziosa fonte bibliografica cui gli utenti della sala di studio avrebbero potuto fare riferimento. Egli stesso ha compilato il catalogo per autore delle opere, complessivamente 486 titoli per oltre 1700 volumi, e che spaziano dalla teologia alla filosofia, dalla storia generale a quella sarda. Antioco Polla muore nel 1918 a Cagliari alla veneranda età di 103 anni. |
Le principali principali feste e sagre che si svolgono a GadoniGadoni ha un gruppo folk, fondato nel 1974 ed ora costituito in forma di associazione culturale, che si chiama Associazione Culturale Gruppo Folk Santa Barbara di Gadoni, che prende il nome dalla Santa protettrice dei minatori, dato che furono proprio i figli di alcuni minatori a dare il primo impulso alla creazione di questa associazione che ha come intento quello di riscoprire quelle che erano le tradizioni, la vita e la storia delle genti di Gadoni. In quaranta anni tante persone hanno collaborato a questa iniziativa, tanti hanno girato l’Europa, rappresentando questo lato del folklore sardo, riproponendolo e facendolo rivivere. Il Gruppo Folk ultimamente è andato anche oltre a quello che era il solo ballo tradizionale, organizzando mostre, convegni ed eventi in beneficenza. A Gadoni si esibisce anche, da qualche anno, un coro polifonico, anche questo costituito in forma di associazione culturale, denominato Boghes de Gaudiu ’Onu, diretto dal maestro Antonio Zanda. 
A Gadoni non si svolgono particolari manifestazioni culturali o ricreative, ma nelle poche festività si può assistere alle esibizioni della popolazione nei suoi costumi tradizionali. Tra le principali sagre e festività che si svolgono a Gadoni vanno citate, il 16 e il 17 gennaio, la Festa di Sant’Antonio Abate, con l’accensione di Su Fogadonj, il grande falò in onore del Santo; il 29 luglio la Festa di Santa Marta; il 15 agosto la Festa di Maria Vergine Assunta, che è la Santa patrona del paese; l’ultima domenica di maggio, la Festa di Nostra Signora di Bauzzoni, che si svolge con il pellegrinaggio a piedi di sedici chilometri fino a questa Cappella campestre, festa che si ripete l’ultima domenica di settembre; l’1 ed il 2 novembre, si svolge il rito de Is Fraccheras, che consiste in una corsa compiuta dai giovani di Gadoni con dei lunghi fasci di asfodelo, secondo le credenze popolari la pianta della morte, incendiati ad un’estremità, che i partecipanti al rito debbono portare per le vie del paese senza lasciarla spegnere allo scopo di accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà; i primi giorni di dicembre, la manifestazione Prendas de Jerru, sapori, suoni e tradizioni della Barbagia, durante la quale il 4 dicembre si svolge la Festa di Santa Barbara, presso la chiesetta della miniera di Funtana Raminosa. 
Il rito de Is Fraccheras In occasione della ricorrenza dell’1 e del 2 novembre, da qualche tempo nella piazza IV Novembre viene riproposto il rito di Is Fraccheras con lo scopo di recuperare la memoria collettiva legata al suo svolgimento. Un tempo, prima del 2 novembre, i gadonesi si recavano in campagna a raccogliere rami di S’Iscraria, ossia di asfodelo, e di Sa Feurra, ossia di ferula. L’utilizzo dell’asfodelo risale all’antichità classica, quando era considerato il fiore tipico dei morti, e secondo Omero le ombre dei morti si aggiravano in prati di asfodelo. I rami, una volta seccati, venivano uniti in fascine lunghe dai due ai quattro metri, dal diametro dai trenta ai cinquanta centimetri, che erano chiamati Sa Fracchera, il cui nome deriva dal latino Fracca o Flacula, ossia fiamma o fiaccola. Infatti, all’imbrunire, veniva dato fuoco ad un’estremità della fascina, che i partecipanti al rito dovevano portare per le vie del paese senza lasciarla spegnere, ed era considerato abile chi riusciva a rientrare con la fascina consumata quasi completamente. Sembra che il significato di questo rito fosse quello di condurre fuori dall’abitato le anime erranti dei defunti che, seguendo la luce delle fiamme, lasciavano il paese.
Visita del centro di Gadoni L’abitato di Gadoni, che si trova in posizione dominante sulla valle del Flumendosa sulla fiancata di una montagna con un andamento tipicamente collinare, è stato nel tempo interessato da una forte espansione edilizia. Il rione più antico del paese si sviluppa a semicerchio sul colle in cui sorge Gadoni arginato dagli strapiombi che conducono alla valle. L attuale abitato presenta schiere di case, per lo pi a due piani, costruite ancor oggi a semicerchio intorno all’antico colle, circondate da giardini dove risaltano i pergolati e i ciliegi. Affascinante è il centro storico, con le graziose casette che si affacciano sulle stradine ricoperte da pietre rosse e nere dei monti circostanti su cui si intersecano le caratteristiche scalinate ed i muraglioni. Le antiche dimore a corte si affacciano su strade strette e tortuose e conferiscono all’abitato un particolare aspetto montano. Caratteristici i viottoli ricoperti da selciati, costruiti con le pietre rosse e nere locali, e le numerose scalinate e muraglioni sui quali si affacciano le case e i giardini.
Il Campo da TennisProvenendo da Atzara, entriamo in Gadoni da nord, con la SP8 che, all’interno del paese, assume il nome di corso Umberto I. Il corso Umberto I percorre da nord a sud tutto l’abitato di Gadoni, uscendo a sud in direzione di Seulo, paese che, pur trovandosi nella Provincia di Cagliari, viene condìsiderato il principale centro della Barbagia di Seulo. Prima di entrare all’interno dell’abitato, a duecento metri dal cartello segnaletico di Benvenuti a Gadoni, dal corso Umberto I prendiamo sulla sinistra la via Santu Nicolau lungo la quale, dopo una cinquantina di metri, si vede alla destra l’ingresso del Campo da Tennis di Gadoni, dotato di tribune in grado di ospitare circa 65 spettatori. 
Il Campo Comunale Percorso circa un altro centinaio di metri lungo il corso Umberto I, prendiamo sulla destra la via Sandro Pertini seguendo le indicazioni per Seulo. Subito appena imboccata la via Sandro Pertini, che compie un’ampia svolta a sinistra, parte a destra una strada bianca che si dirige verso la località Biddiscana, con una sbarra per impedire il transito alle autovettura, la quale in circa centocinquanta metri ci porta a vedere sulla sinistra l’ingresso del Campo Comunale di Gadoni. All’interno di questo compesso sportivo sono presenti un Campo da Calcio, con fondo in terra battuta, che non è dotato di tribune per gli spettatori; ed un Campo da Calcetto, ossia da calcio a cinque, con fondo in erba artificiale, dotato di tribune in grado di ospitare una quarantina di spettatori.

Il Cimitero ComunalePassati gli impianti sportivi di Gadoni, ci recheremo a visitare il Cimitero Comunale di Gadoni. Da dove avevamo trovato sulla destra l’imbocco della via Sandro Pertini, proseguiamo un’altra cinquantina di metri lungo il corso Umberto I, fino a trovare sulla sinistra della strada un rialzo. Salendo su questo rialzo, dopo una trentina di metri, si trova alla sinistra della strada l’ingresso del Cimitero Comunale di Gadoni. All’ingresso del Cimitero Comunale si accede da due scalinate, una alla destra e l’altra alla sinistra dell’ingresso stesso. 
La ex chiesa parrocchiale di Santa Marta Passato il Cimitero Comunale, proseguiamo per quaranta metri sul corso Umberto I, poi, a un bivio, prendiamo sulla sinistra il viale Europa, che seguiamo per cinquecentocinquanta metri. Svoltiamo a sinistra e imbocchiamo la via Laracuddu che, in poche decine di metri, ci porta sul fianco della chiesa di Santa Marta, che è stata la seconda chiesa del paese ed è la più grande, la quale era stata consacrata il 29 luglio 1512, ed è stata la parrocchiale del paese. Il periodo è quello dei primi tentativi di conversioni in Barbagia delle popolazioni locali ad una nuova religione. In tale contesto l’aspetto religioso si unisce con quello socio culturale perché grazie alla consacrazione della chiesa si registra la prima menzione attestante l’esistenza del paese di Gadoni. La chiesa è stata ristrutturata e completamente riedificata nel 1950, e riconsacrata nel 1983. Oggi la chiesa di Santa Marta è un edificio di nuova costruzione, che si trova all’interno di un ampio e curato giardino, preceduto da una breve scalinata e rialzato rispetto al piano stradale. Costruita in forme tardogotiche, dovette subire diversi interventi di restauro che hanno modificato la struttura originale. Realizzata interamente in pietra, è caratterizzata da un’alta facciata rettangolare con un bel portale del sedicesimo secolo, sovrastato da una lunetta e inserito in una cornice di mattoncini rossi. La facciata, molto semplice, è in pietra faccia a vista priva di elementi decorativi. Sopra l’ingresso principale si apre una finestra circolare. Il prospetto a capanna è abbellito da una cornice in mattoncini rossi su cui spicca una semplice croce. Le pareti laterali dell’edificio sono alleggerite da monofore ogivali, mentre nel lato destro è posta una piccola campana.

L’impianto interno è a mono navata con due cappelle semicircolari, una per lato. L’ampio presbiterio semicircolare è sopraelevato rispetto alla navata da due gradini. Le murature sono in pietra locale scistica faccia a vista. Gli archi a tutto sesto che immettono nelle cappelle laterali e nel presbiterio sono realizzati con mattoni di terracotta. 
Presso questa chiesa si svolge ogni anno, il 29 luglio, la Festa di Santa Marta, con la processione religiosa, la sfilata degli uomini a cavallo e delle donne nei costumi tradizionali, il ballo in piazza, le gare di improvvisazione poetica, e tutto quanto troviamo nelle manifestazioni popolari in Barbagia. Solitamente i festeggiamenti si protraggono dal 28 al 30 luglio. Il murale Tuono di Tonino Loi in memoria di Gigi Riva Passato il rialzo che ci ha portati all’ingresso del Cimitero Comunale, proseguiamo lungo il corso Umberto I che ci porter fino nel centro storico dell’abitato di Gadoni. A circa quattrocento metri da dove avevamo trovato sulla destra l imbocco della via Sandro Pertini, troviamo sulla destra al civico numero 32 del corso Umberto I la Casa Comunale Marongiu, sulla facciata della quale nel 2024 è stato realizzato il murale Tuono, che si estende per quaranta metri quadri e che ritrae un giovane Gigi Riva. In tutta la Sardegna si sono moltiplicate le iniziative in ricordo di Gigi Riva, ed anche Gadoni ha voluto rendere omaggio alla bandiera del Cagliari e della Nazionale attraverso questa opera, che raffigura Rombo di Tuono con indosso la storica maglia rossoblù del Cagliari. Si tratta di un’iniziativa spontanea partita da due tifosi, la cui proposta è stata accolta con immenso piacere dall’Amministrazione Comunale, che ne ha affidato la realizzazione all’artista Tonino Loi, lo scultore e pittore nato nel 1957 a Belvì, che da sempre vive e lavora appunto a Belvì, il quale sta contribuendo ad abbellire il paese con le sue opere.
Il Monumento al MinatoreUn tempo Gadoni è stata molto importante la produzione del rame, estratto dalla miniera di Funtana Raminosa, che ha rappresentato il giacimento più importante di tutta l’Italia. Passata la Casa Comunale Marongiu, percorse poche decine di metri troviamo sulla sinistra, prima del Civico 53 del corso Umberto I, una piazzetta chiamata piazza del Minatore, all’interno della quale si trova il Monumento al Minatore di Gadoni, realizzato in onore dei lavoratori che in passato tanto hanno fatto per l’economia e la ricchezza del paese. 
Il monumento è costituito da tre parti. Sulla sinistra è presente la riproduzione dell’ingresso della miniera, con un carrello per il trasporto del materiale estratto. Al centro, addossata alla parete, si trova una statuetta di Santa Barbara, protettrice dei minatori. Ed alla destra è presenta una statua che rappresenta un minatore intento nel suo lavoro, posizionata sopra un piedistallo sul quale è presente una lapide commemorativa. I tre rilievi di Tonino Loi con figure che trasportano fascineProseguendo in direzione sud ovest lungo il corso Umberto I, lo seguiamo e dopo una settantina di metri, prima della traversa a sinistra che è la via Polla, al civico numero 63 si vede il Bar Centrale. Subito dopo aver passato il Bar Centrale, dal corso Umberto I prendiamo a sinistra la via Polla e la seguiamo per appena una trentina di metri. Arrivati qui, prima che la strada svolti a destra, subito di fronte, sul muro di contenimento comunale alla sinistra della strada che svolta a destra, è presente la prima delle tre decorazioni in rilievo che rappresentano figure maschili e figure femminili con fascine e animali, realizzate nel 1996 su lastre di trachite, con incisioni e pittura, da Tonino Loi, lo scultore e pittore nato nel 1957 a Belvì. Questa prima opera è composta da lastre litiche di varia forma applicate alla parete che formano un riquadro dai margini mistilinei, sul quale sono rappresentate delle donne e degli uomini con fascine. E seguendo la strada che svolta a destra, alla sinistra in corrispondenza del civico numero 24 della via Polla, si trova la seconda delle tre decorazioni in rilievo e, poco più avanti, al di là di un cancello, si trova la terza delle tre decorazioni in rilievo realizzate per decorare il centro di Gadoni da Tonino Loi, lo scultore e pittore nato nel 1957 a Belvì, che da sempre vive e lavora appunto a Belvì. La seconda opera è composta da lastre litiche di varia forma applicate alla parete che formano un riquadro dai margini mistilinei sul quale è rappresentata una scena di vita popolare. Mentre la terza opera è composta da lastre litiche di varia forma applicate alla parete che formano un riquadro dai margini mistilinei sul quale sono rappresentati degli uomini con fascine. 
Alla destra, questa decorazione è corredata dai versi di un poeta locale, dato che l’opera racconta mediante un linguaggio corsivo e un deciso dinamismo, che segue l’andamento dello spazio architettonico, l’antico rito de Is Fraccheras, che consiste in una corsa per le vie del paese, la sera del 2 novembre, compiuta dai giovani di Gadoni con dei lunghi fasci di asfodelo incendiati, allo scopo di accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà. Il Monumento ai Caduti sul LavoroDalla piazzatta del Minatore, percorso un altro centinaio di metri lungo il corso Umberto I, arriviamo al punto dove parte sulla destra la via Santa Maria. Qui, subito ad angolo con la via Santa Maria, si vede alla destra del corso il Monumento ai Caduti sul Lavoro di Gadoni. 
Il murale Il Rito di Mauro Patta Sul lato sinistro dell’ultimo edificio del corso Umberto I prima della via Santa Maria, al civico numero 72, è stato posizionato il murale Il Rito, che rappresenta una delle immagini più emblematiche della tradizione gadonese de Is Fraccheras, una tradizione unica nel suo genere che affonda le radici nella cultura più autentica dell’Isola. Il murale Il Rito è stato realizzato dall’artista Mauro Patta, nato ad Atzara nel 1986, che ama dipingere in Sardegna e raccontare la sua storia, ma non significa che non sia aperto a esperienze altrove, dato che ha realizzato anche un’opera enorme, di quattrocento metri quadri, di una bellezza impressionante che si intitola L ora del t e che si trova a Balashikha, vicino a Mosca. Patta, noto per il suo impegno nel raccontare attraverso i muri storie, miti e rituali sardi, descrive quest’opera come un omaggio al folklore locale e alla memoria collettiva di Gadoni. Con colori vividi e una composizione che cattura il movimento e l’energia del rito, l’artista trasforma lo spazio urbano in una vera e propria galleria a cielo aperto, dove storia e arte si incontrano.
Il Municipio di Gadoni Dal corso Umberto I prendiamo sulla destra la via Santa Maria. Subito all’inizio, alla destra della strada, al civico numero 1, si trova l’edificio che ospita il Municipio di Gadoni, nel quale si trovano la sua sede e gli uffici in grado di fornire i loro servizi agli abitanti del paese. Si tratta degli uffici del Sindaco, del Vicesindaco e del Direttore Generale; del Segretario Comunale che si occupa della Segreteria Generale e Contratti; dell’Area Affari Generali, dalla quale dipendono i Servizi Demografici e elettorale, l’Ufficio protocollo, l’Ufficio relazioni con il Pubblico, l’Area Vigilanza, il Commercio, l’Area Socio Culturale, e lo Sportello Unico per le Attività Produttive; dell’Area Economico Finanziaria, dalla quale dipendono i Servizi Finanziari, l’ufficio Personale e Paghe, le Entrate Tributarie, e l’Economato; dell’Area Tecnica, dalla quale dipendono la Pianificazione Urbanistica, l’Edilizia Privata, i lavori Pubblici, le reti e gli Impianti Tecnologici.
La chiesa parrocchiale di Maria Vergine Assunta Subito più avanti rispetto al Municipio si affaccia il retro della chiesa dedicata a Maria Vergine Assunta, che è la chiesa parrocchiale di Gadoni, il cui ingresso si trova al civico numero 117 del corso Umberto I. La chiesa, la terza nel tempo a Gadoni, è stata edificata nel 1560 in stile romanico pisano, ed ampliata e modificata nell’Ottocento. Nel 1808 è stata accresciuta con altre due navate ottenendo così sei cappelle dedicate a San Sebastiano, alla Vergine del Rosario, alle Anime, al Redentore di cui si conserva oggi nell’altare maggiore la statua del 1860, alla Vergine di Lourdes, ed a San Pietro apostolo. La chiesa in seguito diviene inagibile, l ultimo cedimento risale al 19 ottobre del 1951. Iniziarono i lavori di ricostruzione nel 1952, che prevedeva tre navate con quella centrale più larga delle due laterali. Nonostante le numerose rielaborazioni, la chiesa conserva ancora l’abside e il bel portale originari. La facciata presenta il corpo centrale corrispondente alla navata principale avanzato rispetto ai due corpi più bassi laterali ed è arricchito da un portale strombato in pietra calcarea. L’alta facciata rettangolare ospita il bellissimo portone ligneo ad arco acuto in stile gotico aragonese, sovrastato da un rosone circolare vetrato. La particolarità della chiesa è che il portone principale non è rivolto alla piazza ma alle montagne, decisione presa dall’architetto per contemplare la magnificenza della natura.

L’interno è attualmente costituito da una navata principale, chiusa dal presbiterio di semplice forma rettangolare, e da due navate laterali che comprendono sei cappelle. La zona presbiterale è sopraelevata rispetto al piano delle navate di tre gradini. La navata principale è divisa da quelle laterali da pilastri cruciformi e semplici arcate a tutto sesto in muratura. La navata principale ed il presbiterio sono coperti da un tetto a due falde con l’intradosso intonacato. La stessa semplice pittura bianca caratterizza tutto l’interno della chiesa ad eccezione dell’intradosso degli archi e delle cornici che, nella navata principale, separano il sistema di archi disposti in senso longitudinale dalle piccole finestre presenti nella parte più elevata della navata stessa; queste parti sono di un tenue color giallo. Un sistema di archi a tutto sesto scandisce lo spazio anche delle navate laterali, anch’esse coperte a falda inclinata, impostata a quota più bassa rispetto a quella principale, che ora presentano un controsoffitto piano in legno di castagno. 
L’interno è valorizzato dalle pregevoli tavole di un pregevole polittico cinquecentesco situato nel retro dell’altare principale, anticamente posizionato nel Convento, nel quale sono presenti sei statue raffiguranti in alto, da sinistra, San Michele Arcangelo nell’atto di scacciare il demonio negli inferi, San Pietro ritratto come primo pontefice in atteggiamento benedicente, un altro Santo che probabilente è San Bachisio con corazza e spada in mano; ed in basso San Gabriele Arcangelo con le ali rosso cupo, la Vergine d Itiria in quanto il Convento era a lei intitolato, in abiti oro e verde con il Bambino nella mano sinistra, e San Giacomo con in mano la conchiglia simbolo dei pellegrini. 
In alto, sulla sommità del polittico, è presente un tronetto per esposizione eucaristica, nel quale sono presenti due volute fitomorfe dorate che partono da due cherubini al naturale che racchiudono una raggiera al cui centro la rappresentazione del Santissimo Sacramento, alla sommit una nuvola con tre cherubini, con sul tutto una corona chiusa sormontata da una croce trilobata, mentre sulla base sono presenti due vasetti dorati intagliati a racemi e girali. Sul retro della chiesa si eleva l’imponente e massiccio campanile a canna quadrata, realizzato in pietra, alleggerito da quattro monofore semicircolari nelle quali sono poste le campane. La torre campanaria è conclusa da un’elegante cupoletta dorata con croce. 
A Gadoni la Festa di Maria Vergine Assunta, che è la Festa patronale del paese, si svolge il 15 di agosto, con la lunga processione religiosa della popolazione nelle vie del paese, la sfilata degli uomini a cavallo e delle donne nei costumi tradizionali, ed i riti religiosi, che sono seguiti da numerose manifestazioni civili. Dalla via Santa Maria raggiungiamo la piazza IV Novembre Dal Municipio di Gadoni, prendiamo la via Santa Maria che costeggia sulla destra la chiesa parrocchiale di Maria Vergine Assunta, passiamo l’ingresso della chiesa e la seguiamo, e dopo appena un centinaio di metri, arriviamo nel punto dove la via Santa Maria sbocca sulla via Roma. Lungo la via Roma, circa centocinquanta metri più avanti, si apre alla destra l’ampia piazza IV Novembre nella quale, ogni anno all’inizio del mese di novembre, si svolge l’antico rito de Is Fraccheras, che consiste in una corsa per le vie del paese, la sera del 2 novembre, compiuta dai giovani di Gadoni con dei lunghi fasci di asfodelo incendiati, allo scopo di accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà.
Nella piazza IV Novembre si trova il vecchio Municipio di Gadoni che oggi ospita la caserma dei carabinieriAlla sinistra della via Roma, di fronte alla piazza IV Novembre, parte in salita la via San Pietro, alla destra della quale, al civico numero 1 della via San Pietro, si affaccia l’edificio che ospitava il Vecchio Municipio di Gadoni, e che oggi ospita la caserma dei carabinieri. Nell’area occupata dal vecchio Municipio, nel quindicesimo secolo, era stata eretta la prima chiesa dedicata a San Pietro Apostolo, che è stata poi distrutta nel 1870. 
Questo edificio oggi possiede un ricordo dei suoi cittadini caduti nella Grande Guerra, conservato in una lapide rettangolare, sagomata in marmo bardiglio, che è affissa sulla facciata della caserma dei carabinieri, alla sinistra del portone di ingresso. Sul corpo della lapide è presente una fitta decorazione costituita da rami di quercia e alloro. Al centro, legato a tali racemi, è un cartiglio che ospita l’iscrizione dedicatoria e i nomi dei caduti. Elementi decorativi e iscrizioni sono resi a incisione. La lapide è stata realizzata tra il 1920 ed il 1925 da Luigi Onali, e la famiglia Onali è stata impegnata durante tutto il primo dopoguerra nella produzione di lapidi dedicate ai caduti, che erano lapidi varie, ma riconoscibili erano le forme e le tipologie decorative di tali manufatti. Possiamo arrivare in piazza IV Novembre con il corso Umberto IPossiamo arrivare nella piazza IV Novembre anche in modo più semplice evitando la chiesa parrocchiale di Maria Vergine Assunta. Prima di arrivare al Municipio di Gadoni con il corso Umberto I, evitando la deviazione in via Santa Maria ed invece proseguendo verso sud, percorriamo appena centoventi metri ed arriviamo nel punto dove parte a destra la via Roma, ed alla sinistra di questa strada si apre l’ampia piazza IV Novembre. E proprio all’inizio della via Roma, alla sinistra al civico numero 1, dopo otto anni trascorsi lavorando a Cagliari, ritornato nella sua Gadoni l’amico Nicola Polla ha deciso di aprire una sua nuova tabaccheria ed edicola multifunzionale. «Una scelta di cui sono felice - racconta Nicola - ho riscoperto amicizie storiche e il valore dell’essenziale, mettendo in pratica l’esperienza maturata in città». 
Dalla via Roma nella piazza IV Novembre si trova la statua di Francesco Antonio BroccuArrivando con la via Roma nella piazza IV Novembre, all’inizio della piazza subito alla sinistra si trova un giardinetto nel quale, alla fine del 2025, ha avuto luogo l’inaugurazione della statua dedicata a Francesco Antonio Broccu, illustre gadonese e inventore della pistola a tamburo, recentemente iscritto nel Registro degli Inventori Italiani. La statua, realizzata per celebrarne il grande ingegno, è stata commissionata dall’Amministrazione Comunale a Tonino Loi, lo scultore e pittore nato nel 1957 a Belvì, e sorge proprio nel luogo dove un tempo si trovava la sua casa natale, in uno spazio simbolico che diventerà presto la piazzetta Francesco Antonio Broccu, dopo il completamento degli interventi di riqualificazione previsti. 
Affacciato sul corso Umberto I si trova il Monumento ai Caduti in guerraSul lato meridionale della piazza IV Novembre, affacciato sul corso Umberto I, si trova il Monumento ai Caduti in guerra di Gadoni, che è compreso entro una recinzione e affiancato da pezzi di artiglieria. Il monumento è composto ad un basamento in granito, sul quale si trova una piramide rocciosa naturalistica e, al culmine, un gruppo scultoreo bronzeo che ritrae un soldato che tiene per le spalle un suo commilitone ormai spirato. Sulla faccia principale del basamento è presente le lastra recante i nomi dei caduti, su quella sinistra è la dedicazione, mentre sulla faccia posteriore è un bassorilievo bronzeo, sul quale è raffigurato un bosco con alberi rinsecchiti e, all’estrema destra, una anziana donna che consola sul suo grembo una giovinetta. 
Il presente monumento, dedicato ai Caduti della Prima e della seconda guerra mondiale, è stato costruito negli anni settanta del Novecento. Il gruppo bronzeo, opera di produzione seriale, è identico a quello collocato su analoghi monumenti di Arzachena e di Sarule. Il Centro PolifunzionaleProseguendo verso sud con il corso Umberto I, dopo una cinquantina di metri, alla destra della strada la civico numero 90, si trova l’ingresso del Centro Polifunzionale di Gadoni, una struttura versatile e flessibile progettata per ospitare molteplici attività, servizi ed eventi in un unico spazio, che costiruisce il fulcro culturale e informativo del paese della Barbagia. Funge da centro di aggregazione per associazioni culturali e per la promozione turistica del territorio. 
Il Centro Polifunzionale ospita, tra l’altro, una Sala Convegni nella quale si svolgono diversi eventi culturali e seminari, e che viene regolarmente utilizzato per manifestazioni culturali, convegni come quelli sul geo turismo, e laboratori musicali o espositivi. Il Centro Polifunzionale ospita, inoltre, la Biblioteca Comunale, l’Ufficio Turistico, numerose Associazioni Culturali, ed altre attività. L’Ufficio Turistico di Gadoni costituisce il centro nevralgico per le informazioni sul territorio, ed in particolare svolge le diverse attività per la prenotazione delle visite guidate alla Miniera di Funtana Raminosa. Per maggiori informazioni turistiche su Gadoni, paese della Barbagia noto per la miniera di Funtana Raminosa e per le sue bellezze naturali come la cascatella di Sa Stiddiosa, è consigliabile anche rivolgersi direttamente al Comune di Gadoni.
La Biblioteca Comunale di Gadoni, che è stata istituita nel 1990, fa parte del Sistema bibliotecario Barbagia-Mandrolisai, e possiede una varietà di volumi di vario genere. La Biblioteca Comunale, provvede alla gestione, incremento, catalogazione e valorizzazione del patrimonio librario comunale. Eroga servizi quali consultazioni in sede, prestiti a domicilio e interbibliotecari nazionali ed internazionali, consulenza e ricerche bibliografiche, consultazione e riproduzione di microfilm di manoscritti e periodici ed offre spazi attrezzati per la lettura e lo studio di propria documentazione. Possiede, inoltre, numerosi documenti legati alla storia mineraria della Sardegna ed alle sue miniere, dato che Gadoni è stato un importante paese minerario, rigoglioso fino agli anni ottanta del Novecento.
Visita dei dintorni di GadoniPer quanto riguarda le principali ricerche archeologiche effettuate nei dintorni di Gadoni, sono stati portati alla luce soltanto i resti del nuraghe Piscia Quaddu. Vediamo ora che cosa si trova di più sigificativo nei dintorni dell’abitato che abbiamo appena descritto. I pochi resti del nuraghe Piscia QuadduUsciti dal paese verso nord, lungo la SP8 che è la strada che collega Gadoni ad Aritzo, percorsi circa tre chilometri sono presenti, alla sinistra della strada provinciale, a più di un chilometro di distanza, i pochi resti del nuraghe Piscia Quaddu, situato nella zona del Gennargentu. Si tratta di un nuraghe di tipologia indefinita, che è stato edificato in materiale indeterminato a circa 846 metri di altezza rispetto al livello del mare. Per raggiungerlo si può fare riferimenti alle coordinate 39 55'24.35" N, 9 10'4.94" E, ma in ogni caso, dato che i resti sono estremamente limitati, non riteniamo sia il caso di recarsi sul posto per visitarli. Lungo la valle del FlumendosaGadoni è un paese decisamente ricco di numerosi aspetti naturalistici e geologici, che lo rendono davvero unico per la ricchezza e la varietà dei paesaggi, la suggestione che sanno suscitare gli strapiombi e le suggestive gole scavate nel tempo dal fiume Flumendosa. Usciamo dal paese verso sud, lungo la SP8 che è la strada che collega Gadoni a Seulo, la quale pur esistente dalla fine del diciannovesimo secolo è stata asfaltata solo nel 1970. A quattro chilometri e mezzo dalla piazza IV Novembre, si raggiunge il nuovo Ponte sul Flumendosa, realizzato negli anni ottanta del Novecento, un imponente viadotto lungo oltre cinquecento metri e alto quasi centoventi, che è il più alto dell’isola e uno dei più alti d’Europa. 
Questo viadotto ha eliminato i tornanti che conducevano al vecchio Ponte ‘e Ferru, ossia al ponte di ferro costruito alla fine dell’Ottocento, ed ha di conseguenza attenuato la tortuosità del tracciato che sovrastava uno dei fiumi più importanti della Sardegna. La frazione denominata Funtana Raminosa La presenza di giacimenti minerari a Gadoni è conosciuta da tempi molto antichi. Fino a pochi anni fa l’economia di Gadoni era basata sulla miniera di rame di Funtana Raminosa, presente nei dintorni del paese, che è stata, per molto tempo, il più importante giacimento minerario italiano. Del Comune di Gadoni fa parte la frazione di Funtana Raminosa (altezza metri 488, distanza in linea d’aria circa 9,6 chilometri, non è disponibile il numero di abitanti), che costituiva la sua frazione mineraria. La frazione si raggiunge prendendo verso sud da Gadoni la SP8, che si segue per tre chilometri e quattrocento metri dalla piazza IV Novembre, poi, seguendo le indicazioni, si prende a destra una strada che si segue per circa cinque chilometri e mezzo, e poi si seguono le indicazioni svoltando a sinistra nella strada bianca che conduce all’interno dell’area mineraria di Funtana Raminosa.
Storia della miniera di Funtana RaminosaLa storia di Gadoni è fortemente legata alla miniera di rame di Funtana Raminosa, oggi diventata un vero e proprio museo a cielo aperto, che narra di una terra di passaggio e di incontro di antichi popoli che sfruttavano le sue risorse minerarie, dato che qui i nuragici fondevano il rame per realizzare le antiche sculture simbolo dell’età del Bronzo in Sardegna, come attestato dal ritrovamento di alcuni utensili ora conservati nel museo archeologico nazionale di Cagliari, e poi in epoca fenicia e romana. Per estrarre il prezioso metallo Fenici, Cartaginesi e Romani vi scavarono diverse gallerie poi riutilizzate fino al ventesimo secolo. Lo stesso nome del fiume che scorre in tale località, il rio Saraxinu, potrebbe testimoniare la presenza dei Saraceni nel 700 dopo Cristo, che ricercavano le ricche lenti mineralizzate. Risalgono al 1517 i permessi concessi a Pietro Xinto, imprenditore e ricercatore minerario spagnolo che può avviare la ricerca per gli scavi e le coltivazioni da effettuare in una vasta zona. I primi lavori di perlustrazione del sottosuolo vengono però approfonditi nel 1882 da Vincenzo Ridi, che è stato il primo ricercatore che ha adottato, in questa miniera, moderni lavori di esplorazione. La scoperta vera e propria del giacimento avviene nel 1886 da parte dell’Ingegner Luigi Sanna Manunta a seguito dei lavori di tracciamento della ferrovia tra Cagliari e Sorgono, il quale segnala il sito all’ingegnere belga Emilio Jacob, esperto in miniere, che si aggiudica tutti i permessi e li rivende nel 1908 all’avvocato Paolo Guinebertière. Egli si rivolge ai mercati esteri per vendere le prime produzioni e, negli anni seguenti, fonda la Societè Anonyme des Mines de Cuivre de Sardaigne, questa miniera conosce nuove tecniche estrattive con promettenti prospettive economiche. Durante il regime fascista, l imprenditore Marcello Ravizza che nel 1934 con la sua Società Anonima Funtana Raminosa ha acquisito le concessioni minerarie di Funtana Raminosa, ipotizza la nascita di un villaggio del rame nell’area occupata dalla miniera, una ipotetica cittadina dotata perfino di un piccolo aeroporto, dovevano alloggiare almeno 2200 operai, ma il piano di Ravizza non viene realizzato nella sua completezza. L’apertura della miniera e la sua rivalutazione nel primo dopoguerra, durante il fascismo, e nel secondo dopoguerra, ha prodotto notevole ricchezza per gli abitanti del circondario, ma ha anche il parziale abbandono delle rigogliose terre presenti e una conseguente parziale perdita delle conoscenze agropastorali che per secoli avevano reso il paese importante per tutto il circondario. La miniera di Funtana Raminosa ha raggiunto il suo massimo sviluppo negli anni sessanta del Novecento, quando occupava circa centocinquanta addetti. Poi, alla fine degli anni ottanta, è iniziato il suo lento declino, dato che il calo delle quotazioni del rame ha provocato il graduale abbandono dell’attività estrattiva, fino alla definitiva chiusura di tutte le miniere. I successivi fallimenti delle politiche di riutilizzo delle strutture presenti a Funtana Raminosa hanno creato un forte disagio economico, determinando una continua emigrazione dei residenti verso la penisola, soprattutto in Lombardia, Toscana, Veneto, Piemonte e Emilia Romagna, o verso la costa di Cagliari. Un gruppo di diciannove minatori occupò i pozzi, restando a quattrocento metri sottoterra per venti giorni. L’obiettivo era impedire la chiusura definitiva o in alternativa la riconversione degli impianti. Ma gli impianti sono stati smantellati e i locali della miniera sono stati utilizzati per altre attività industriali, come la lavorazione delle fibre di carbonio.
Visita della miniera di Funtana RaminosaAncora oggi il villaggio minerario rappresenta una grande ricchezza per il paese, dato che il sito fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, annoverato tra Geoparks dell’Unesco, un museo a cielo aperto e in sotterraneo, visitabile su prenotazione, con macchinari funzionanti, all’epoca all’avanguardia e attualmente in ottimo stato di conservazione. La miniera di Funtana Raminosa è situata nelle rive del rio Saraxinus, affluente del Flumendosa, sulla cui riva sinistra, in una profonda e rigogliosa vallata, sorge lo stabilimento minerario tutto da scoprire, che si distende su una superficie di circa 150 chilometri quadrati. 
L’insediamento di Funtana Raminosa si sviluppa lungo la strada principale, dove presenta numerose palazzine a schiera del villaggio minerario, con gli alloggi per i minatori ed i vari servizi, dagli uffici alla mensa, dall’infermeria allo spaccio, fino alla palazzina della Direzione, l’edificio più rappresentativo dell’insediamento industriale, che è presente su un’altura sovrastante gli impianti minerari. È interessante una visita, soprattutto a due degli attuali centocinquanta tunnel, le gallerie La Romana e La Fenicia, i cui nomi fanno riferimento alle eredità antiche, ed anche agli impianti dalla Laveria, che presenta una serie di volumi sfalsati e digradanti, con tetti a spioventi e funzionali aperture. Vicino alla Laveria è presente l’Impianto di Flottazione, alimentato da un bacino costruito appositamente sul rio Cumidai, situato più a sud ed affluente da sinistra del Flumendosa, il quale ha una struttura ad andamento verticale, ed è affiancato da serbatoi cilindrici.

Oggi gli ex minatori sono guide alla scoperta degli impianti, dal 2020 aperti al pubblico. Armati di caschetto, è possibile ascoltare le loro testimonianze e osservare i cantieri estrattivi con impianti di trattamento del minerale, scavi a cielo aperto, la Laveria conservata così come lasciata nell’ultimo giorno di lavoro, la teleferica, piccoli convogli ferroviari, pale meccaniche, perforatori, una miriade di utensili, strumenti segnati dal tempo a ricordare il duro lavoro, frammenti di storia mineraria che si susseguono tra i cunicoli, come se il tempo si fosse fermato. Nella miniera si trova la Cappella dedicata a Santa BarbaraAll’interno dell’insediamento della miniera di Funtana Raminosa è presente, scavata nella roccia all’ingresso della miniera dismessa, una Cappella dedicata a Santa Barbara. Nella cappella è ospitato un altarino in onore di Santa Barbara, che viene considerata la protettrice dei minatori. 
Presto questa Cappella si svolge ogni anno, il 4 dicembre, la suggestiva celebrazione della Festa di Santa Barbara, a cui partecipa tutta la popolazione. La Cappella dedicata alla Nostra Signora di BauzzoniRiprendendo la strada che ci ha portato a Funtana Raminosa, la seguiamo per tre chilometri e ottocento metri, poi svoltiamo a sinistra in una strada bianca che, dopo un paio di chilometri, ci porta alla piccola Cappella dedicata alla Madonna di Bauzzoni. Si tratta di una piccola Cappella costituita da quattro pali in legno che sostengono una copertura a capanna, anch’essa in legno. Sotto la copertura è presente la statua della Madonna. 
La Festa di Nostra Signora di Bauzzoni si svolge l’ultima domenica di maggio con il pellegrinaggio a piedi di ben sedici chilometri fino a questa Cappella campestre, e si ripete anche una domenica di settembre. Il territorio di Gadoni Il territorio di Gadoni, custodito tra il Monte Sa Scova dove si trova la vedetta di Punta S’Iscova di 1.175 metri ad ovest, e il Monte Arzanadolu di 1.099 metri ad est, è attraversato dagli affascinanti strapiombi della valle del fiume Flumendosa, ed offre una natura unica dal fascino selvaggio in una vallata ricca di boschi di lecci, roverelle, sugherelle e macchia mediterranea. Tra sentieri incontaminati e paesaggi mozzafiato si scoprono angoli quasi magici ai confini tra il territorio di Gadoni e quello di Seulo. Notevoli esemplari di tassi, ginepri, oltre alle splendide peonie e orchidee selvatiche si alternano ai castagni, noccioli, noci e ciliegi, che nel Novecento hanno reso famoso il paese per la loro grande produzione. Tra sentieri incontaminati e paesaggi mozzafiato si scoprono angoli quasi magici come la delicata cascatella di S’Istiddiosa, con le numerose goccioline che, precipitando dalle rocce, formano una miriade di fili d’acqua che discendono dalle pareti ricoperte di muschio.
La cascatella detta Sa StiddiosaLa delicata cascatella detta Sa Stiddiosa, formata sul piccolo rio Bauzzoni affluente da sinistra del Flumendosa, si trova un paio di chilometri a sud est rispetto alla Cappella dedicata alla Madonna di Bauzzoni, ai confini tra il territorio di Gadoni e quello di Seulo. Il nome significa letteralmente gocciolante e deriva da is stiddius, ossia l’effetto delle gocce d’acqua che cadono, e in questo caso creano una piccola cascatella a strapiombo sull’alveo del Flumendosa. Anzi, più che una cascatella, si tratta di una pioggerella, uno sgocciolìo fitto fitto, che scende da una sorgente carsica soprastante. Le gocce precipitano lungo un’imponente parete rocciosa levigata, perpendicolare all’alveo del fiume, caratterizzata da enormi concrezioni calcaree depositate dal continuo scorrere dell’acqua e ampiamente ricoperta da piante idrofile, soprattutto capelvenere, felce della famiglia delle Adiantaceae. L’acqua sorgiva si divide in mille rivoli deviata da concrezioni e vegetazione, il risultato è la fitta pioggerellina, che precipita con uno stillicidio denso in inverno e pacato in estate. Termina la caduta in un laghetto d’acqua verde smeraldo ai margini della sponda destra del fiume, dove nella bella stagione si può fare il bagno, mentre si assiste allo spettacolo. 
La cascatella si può raggiungere dalla Cappella dedicata alla Madonna di Bauzzoni, ma la si raggiunge più comodamente partendo dal centro abitato di Seulo, si oltrepassa la zona artigianale e si supera l’ingresso del cantiere forestale di Nusaunu, si prende quindi la seconda svolta a destra, dopo circa ottocento metri si trova un altro incrocio dove si imbocca la strada a sinistra, e si percorrono circa due chilometri sino all’imbocco di un sentiero di difficoltà media non chiaramente segnalato. La Grutta de Pedru con la sua scenografica fontanaDalla Cappella dedicata alla Madonna di Bauzzoni, si prosegue su strada sterrata a piedi, ignorando alcune deviazioni secondarie e prendendo a sinistra all’unico bivio evidente. Poco sotto la strada, raggiungibili con qualche difficoltà e non segnalate, si incontra un’area attrezzata, dove inizia il sentiero per la grotta chiamata Grutta de Perdu, ossia grotta di Pietro, con la sua scenografica cascata che discende dalla volta. Nella grutta de Perdu, decorata da stalattiti e stalagmiti, si nasconde un laghetto, alimentato da una cascatella che genera una sorta di pioggerella davanti all’ingresso, in maniera molto simile alla più celebre e poco distante cascatella Sa Stiddiosa. 
La strada che si percorre è ora in piano, sotto un bel bosco dove si riconoscono gli spiazzi circolari e privi di vegetazione dove i carbonai costruivano le loro aie per la produzione del carbone da legna. 
Nella foresta Corongia si staglia il pinnacolo roccioso detto Su Campanili o Su Campalini A metà del lungo rettilineo si incontra un cartello in legno che segnala Su Campalini. Si abbandona la sterrata principale e ci si inoltra nel bosco, entrando nella Foresta Corongia che precipita verso il greto del Flumendosa. 
Qui si staglia Su Campanili, chiamato dai gadonesi Su Campalini, un pinnacolo roccioso esile ed ardito, quasi un campanile, come il nome in sardo pare suggerire. Il pinnacolo si trova nella foresta di Corongia, con i suoi ottanta metri di altezza, svetta parallelamente alle cenge della medesima foresta, dove la cenge sono sporgenze pianeggianti della parete rocciosa, che interrompono la verticalità della montagna, spesso sede di sentieri o punti di riposo durante un’ascensione. Ed a monte di Su Campalini, è possibile ammirarlo per godere, oltre che della sua grandezza, anche della vallata del Flumendosa che regna alle sue spalle. Le formazioni rocciose di Is Breccas dove si trova la grotta di Sa Corongia rifugio del feroce TorracorteDopo una lunga sosta panoramica si ritorna sulla strada sterrata continuando in direzione sud finché si incontra un grosso bivio: qui si prende a destra, in salita, oltrepassando un cancello e proseguendo sulla strada principale. Ben presto la strada ritorna in piano, su terreno argilloso e comincia a costeggiare dei singolari torrioni isolati di roccia che divengono sempre più numerosi, fino a formare un vero e proprio labirinto di pareti, grotte, fenditure e diaclasi. La zona ospita le suggestive formazioni rocciose di Is Breccas, che costituiscono un paesaggio primordiale e incantato, modellato dalla forza della natura, con falesie, labirinti, pinnacoli e grotte coperti da boschi e attraversati da corsi d’acqua pura. I percorsi si snodano lungo un altopiano che sovrasta la valle del Flumendosa, dove vento e acqua si sono divertiti a scavare la roccia scistosa e calcarea, disegnando ambienti dal fascino ancestrale, e ad Is Breccas, tra particolari formazioni rocciose chiamate tacchi, sembra di essere dentro un labirinto attraversabile grazie ai passaggi sottoroccia e alle scale nascoste. 
L’esplorazione del labirinto di Is Breccas vale ogni minuto speso e nelle pareti si potranno riconoscere vari endemismi floristici, mentre si percorrono gli esili sentieri che seguono le ardite conformazioni della roccia. Nel labirinto di Is Breccas è presente la grotta di Sa Corongia, una cavità nota da tempo e situata a 840 metri di altezza, che presenta quattro ingressi e si sviluppa su due fratture nella roccia che si intersecano. La grotta di Sa Corongia era il regno di pastori, ed è stato l’originale rifugio di uno dei banditi più feroci del territorio, Michele Moro, detto Torracorte, durante la sua latitanza oltre un secolo fa. La prossima tappa del nostro viaggioNella prossima tappa del nostro viaggio, risaliremo da Gadoni verso nord per visitare il Mandrolisai. Ci recheremo a Tonara famosa per il suo torrone e per avere dato i natali a Peppino Mereu, dove vistiamo l’abitato ed i suoi dintorni, con i numerosi siti archeologici. |