Visita di Cagliari fuori dal centro storico nella periferia settentrionale dell’abitato con i suoi siti archeologiciDopo aver visitato il centro storico di Cagliari, in questa tappa del nostro viaggio inizieremo la visita dei dintorni della città di Cagliari della quale nella pagina precedente abbiamo visto il centro storico. Vedremo i resti del periodo punico e romano nella zona nord occidentale della città fino al castello di San Michele ed al parco di Monte Claro, e la parte occidentale ed orientale della città con le sue numerose chiese. Le diverse aree archeologiche nel centro e nei dintorni di CagliariNel centro e nei dintorni di Cagliari sono stati portati alla luce i primi reperti della cosiddetta Cultura di Monte Claro; i resti della necropoli punica di Tuvixeddu; l’Anfiteatro romano e la villa di Tigellio. Lasciato il centro storico andiamo a visitare la zona nord occidentale dell’abitatoLasciato il centro storico dopo averne visitati i quattro quartieri, ci recheremo a visitare la zona nord occidentale della città, dove è presente la maggior parte dei suoi resti archeologici e storici. Vedremo, poi, le diverse chiese parrocchiali presenti in questa parte dell’abitato. Per concludere con la visita all’Ospedale della Santissima Trinità, ed al Cimitero e al Castello di San Michele. La piazza del Carmine dalla quale parte il trenino turistico che porta a visitare il borgo medioevaleDall’estremo settentrionale della piazza Giacomo Matteotti, all’altezza della facciata della Stazione ferroviaria, prendiamo a destra la via Sassari, che, in una sessantina di metri, ci porta all’estremo meridionale della bella piazza del Carmine un’importante piazza della città di Cagliari, edificata nella seconda metà dell’ottocento, benché l’idea di costruire una piazza in questo luogo scelto a decenni prima, in quanto i primi progetti furono affidati a Giuseppe Sbressa e Gaetano Cima nel 1839 e nel 1841. 
La piazza occupa una superficie di circa un ettaro, è delimitata da un contorno alberato, nel mezzo del quale si trova la statua in marmo dell’Immacolata Concezione realizzata nel 1882 dallo scultore Luigi Guglielmi, per volontà di Carlo Pilo Boyl, conte di villaflor, che aveva anche progettato la porta Cristina, statua che poggia su un solido basamento ideato dall’ingegnere Giovanni Onnis. La piazza è circondata da palazzi tra cui quello delle Poste e Telegrafi, risalente agli anni trenta del Novecento. Nella piazza faceva bella mostra di se un’imponente opera d’arte, realizzata coi gessetti colorati e tempere da Vera Bugatti, bresciana tra le più affermate artiste di strada con la tecnica madonnara, che ha lavorato chinata a terra per tre giorni, dal 4 al 6 settembre 2015, per dar vita al suo disegno, di quattro metri per quattro, molto apprezzato da centinaia di spettatori e curiosi, che svanirà con la pioggia. È stata fotografata da centinaia di persone.
Dalla piazza del Carmine parte il Trenino Cagliaritano, che è il trenino turistico che porta ad effettuare la visita al quartiere denominato Castello, dove si trovano i principali edifici storici della città di Cagliari. Il trenino dotato di un locomotore e varie carrozze, con una capacità di ospitare fino a una cinquantina di passeggeri. Durante il viaggio, una guida a bordo illustra le tappe dell’itinerario in pi lingue. E partendo dalla piazza Indipendenza, dove si arriva con il trenino, è, quindi, possibile partire per una visita guidata attraverso le antiche vie del borgo medievale del quartiere Castello. È questo con il trenino il modo più bello per visitare la Cagliari medioevale, anche se noi, nel nostro viaggio, lo visiteremo muovendoci a piedi per le strade del centro storico.
La Basilica della Madonna del Carmine che è diventata una delle parrocchiali del quartiere Stampace Dall’estremo settentrionale della piazza Giacomo Matteotti, all’altezza della facciata della Stazione ferroviaria, prendiamo a destra la via Sassari, che, in una sessantina di metri, ci porta all’estremo meridionale della piazza del Carmine, cha abbiamo descritto nella pagina nella quale siamo arrivati a Cagliari. Dall’estremo settentrionale della piazza del Carmine, prendiamo verso nord ovest il viale Trieste, dove troviamo quasi subito, alla destra della strada, la Basilica della Madonna del Carmine, una chiesa parrocchiale dell’attuale quartiere Stampace, il quale si estende anche al di là del centro storico. La presenza dell’Ordine dei Carmelitani nell’isola viene fatta risalire al 1562, quando edificano sul colle di Sant’Elia il loro primo Convento. Le frequenti incursioni barbaresche inducono, in seguito, i religiosi a trasferirsi più vicino alla città, nell’odierno viale Trieste, dove erigono, nel luogo dove sorgena una antica cappella, il Convento e la Santuario della Madonna del Carmine, in stile gotico Catalano arricchito da artistici altari di gran pregio. Al suo interno si venera la cosidetta Madonnina Miracolosa, una statua che secondo la tradizione sarebbe stata scolpita con una cedro del libano e risalirebbe addirittura all’undicesimo secolo. La Madonna è rappresentata in quest opera a figura intera con in braccio il Bambino Gesù. Il culto della Madonna è di origine orientale e va relazionato con il Monte Carmelo, posto tra la Siria e la Giudea, luogo dove si recavano i fedeli in devozione ai Santi elia e eliseo. Questi Santi hanno eretto sul Monte Carmelo un tempio, e per questo sono stati chiamati fratelli di Maria del Carmelo. Il Convento viene, in parte, venduto ai privati nel 1886. Le bombe del 13 maggio 1943 distruggono quasi completamente la vecchia chiesa, e risale agli anni cinquanta del Novecento la sua ricostruzione in uno stile che arieggia al romanico pisano.

All’esterno della chiesa si può ammirare la statua della Vergine, posta al di sopra del bellissimo portale, caratterizzato da una strombatura rettangolare e capeggiante un rosone, anch’esso strombato. Alla chiesa è annesso un campanile a canna quadra, alto quarantacinque metri, con piramide che ospita la statua in bronzo della Madonna, realizzata dallo scultore Piemontese Franco d’Aspro, che nel 1952 apre a Villamassargia una fucina per la fusione del bronzo, e diviene, in seguito, celebre per la produzione di bronzetti nuragici. Dell’antica chiesa rimangono alcuni frammenti in pietra della Cappella Ripoll, che si apriva a destra dell’ingresso, e che era uno dei pochissimi simboli di architettura tardo rinascimentale presenti a Cagliari. Il paramento interno ed esterno della chiesa, a tre fasce bicrome, richiama le architetture medioevali. 
Nella parete dell’abside semicircolare sono raffigurati il profeta elia tra due angeli, l’Inferno e il Purgatorio. Nel catino dell’abside è rappresentata la Madonna nell’atto di donare a San Simone Stock lo scapolare, chiamato comunemente Abitino, che avrebbe protetto in eterno chiunque lo avesse indossato. Alla base della medesima parete, sono rappresentati i pontefici che hanno sostenuto l’ordine carmelitano. Al di sopra dell’arco absidale, è il mosaico della Gloria di Cristo, con Angeli e Santi carmelitani, mentre altri mosaici, raffiguranti l’Addolorata, papa Pio XII e papa Paolo VI, sono collocati nelle navate laterali. L’interno della chiesa rinnovata ha tre navate separate da altre arcate su pilastri, con travature in legno nella copertura di quella centrale. Alcune pareti dell’edificio sono ornate dai mosaici realizzati nel 1966 da Aligi Sassu, cinquecento metri quadri di tessere scintillanti che ripercorrono la vicenda dei Carmelitani e celebrano la fede come redenzione dai soprusi e dalla viltà dei potenti. 
L’altare maggiore è in marmo, il campanile è sovrastato da una statua in bronzo della Madonna. La chiesa custodisce la interessante Pala di Sant’Alberto attribuita a Francesco Pinna, e la Pala di Sant’Anna di Girolamo Imperato, entrambe della fine del sedicesimo secolo. Nella Cappella centrale, a lei dedicata, viene conservata una piccola statuetta in legno della Madonna del Carmelo, del tredicesimo secolo, la cui tradizione vuole che sia stata scolpita su un tronco di cedro del libano dalle mani dei primi eremiti del monte Carmelo. Secondo la leggenda tale statua sarebbe stata portata dal monte Carmelo a Roma e donata ad un membro della famiglia del marchese Ripoli di Neoneli, che, nel viaggio verso Cagliari, si sarebbe salvato da una tremenda tempesta, e come ringraziamento avrebbe fatto costruire una Cappella in onore della Madonna. Collocata a suo tempo nella piccola piccola chiesa in stile gotico aragonese distrutta assieme al Convento nel 1943, la statuina della Madonnina viene venerata per secoli dai fedeli come La Miracolosa.
Tra le opere più importanti di Antonio Mura, ritrattista e incisore nato ad Aritzo e considerato tra i migliori artisti sardi del Novecento, si ricordano le grandiose pale d’altare realizzate in un arco temporale di ventotto anni, dal 1942 al 1970, e si trovano oggi in varie chiese, otto a Cagliari, cinque ad Oristano, tre ad Aritzo, due a Roma, e le rimanenti in altre chiese della Sardegna. Tra le pale d’altare conservate a Cagliari, molte sono presenti nella Basilica della Madonna del Carmine ed alcune di esse vengono qui riportate. 
|
La chiesa viene definita un Santuario, ossia un luogo ritenuto sacro dalla tradizione religiosa, per la devozione alla statua della Madonna del Carmelo presente al suo interno, nei confronti della quale i cagliaritani nutrono un’antica venerazione, e che viene festeggiata ogni anno il 16 luglio nella Festa della Madonna del Carmelo, con i riti religiosi che sono preceduti dalla sua vestizione solenne. La piccola chiesa di San Pietro dei Pescatori Proseguendo lungo il viale Trieste per cinquecento metri, troviamo alla sinistra della strada le indicazioni per prendere un vicolo che ci porta alla piccola chiesa di San Pietro dei Pescatori che, dato che si trova sulla riva della laguna di Santa Gilla, ha mantenuto questa intitolazione. Il suo primo impianto è attribuito a maestranze lombardo Catalane attive prima della fine dell’undicesimo secolo, dato che viene citata come Sanctus Petrus de Piscatore nel documento del 1089 con il quale il giudice di Cagliari dona ai monaci Benedettini di San Vittore di Marsiglia, detti anche Vittorini, una serie di edifici religiosi. La trasformazione gotica della facciata è opera di maestranze toscane, probabilmente alla fine del tredicesimo secolo. La chiesa si presenta a navata unica con copertura in legno. La piccola chiesa dipende dalla chiesa parrocchiale della Santissima Annunziata. Il 29 giugno, giorno della Festa di San Pietro, l’antica Corporazione dei Pescatori fa della piccola chiesa il centro delle celebrazioni civili e religiose per i festeggiamenti in onore del Santo.
Il Santuario della Santissima Annunziata che è diventata una delle parrochiali del quartiere Stampace Lungo il viale Trieste, una cinquantina di metri prima di arrivare alla piccola chiesa, prendiamo a destra via Pola, che, dopo poco più di duecentocinquanta metri, sbocca sul corso Vittorio Emanuele II. Lo prendiamo verso sinistra, ossia verso nord ovest, e, alla destra della strada, al civico numero 299, troviamo il Santuario della Santissima Annunziata. Il suo impianto originale risale al sedicesimo secolo, ed in origine la chiesa era in dedicazione a San Francesco di Paola a causa dei Frati Minimi che abitavano nell’ospizio adiacente. Un nubifragio costrinse i Minimi ad abbandonare il luogo nel 1634, quando una bufera la danneggia in modo irreparabile, successivamente gli Scolopi ottengono in uso le rovine, ristrutturano la chiesa ampliandola e, intorno al 1645, la intitolano alla Santissima Annunziata, e gli affiancano il Convento. Nel 1866 la soppressione degli Ordini religiosi portano alla chiusura del Convento e il complesso viene adibito a caserma dei Carabinieri. Nel 1871 si ottiene di nuovo l’uso della chiesa, ma, all’inizio del ventesimo secolo, per consentire l’allargamento del corso Vittorio Emanuele II, alcune demolizioni rendono necessario ricostruire la facciata, terminata nel 1913 nelle forme neorinascimentali che mantiene tuttora. Nel 1920 la chiesa viene affidata ai Frati Minori Conventuali e, dal 1933, diviene una delle chiese parrocchiali dell’attuale quartiere Stampace. All’interno, la navata unica ha volta a botte, su di essa si aprono tre cappelle per lato comunicanti tra loro e si conclude con un abside semicircolare. L’altare maggiore in marmi policromi ospita il dipinto del 1829 raffigurante l’Annunciazione, opera di Giovanni Marghinotti. Dalla parrocchia della Santissima Annunziata, che ha sede nella chiesa parrocchiale della Santissima Annunziata, dipede la chiesa di San Pietro dei Pescatori in viale Trieste nel quartiere Stampace.

La chiesa parrocchiale della Santissima Annunziata viene definita un Santuario, ossia un luogo ritenuto sacro dalla tradizione religiosa, per la devozione dei fedeli al quadro presente al suo interno con l’immagine della Vergine Annunziata. L’opera venne rinvenuta nel 1654 nelle rovine di casa degli Ordà, famiglia nobile di Cagliari, dal religioso scolopio padre Pietro Damiani della Croce. La tradizione vuole che dinnanzi al quadro avvenissero svariati miracoli. Il Teatro MassimoProseguendo lungo il corso Vittorio Emanuele II, che diventa viale Trento, dopo un centinaio di metri troviamo, alla destra della strada, il Teatro Massimo il cui ingresso per gli spettatori si trova sulla destra, nella via Edmondo De Magistris, al civico numero 12. Il Teatro nasce nel 1947 su iniziativa della famiglia cagliaritana dei Merello, proprietari dell’omonimo mulino, tre anni dopo che il Teatro Civico di Castello era stato raso al suolo dai bombardamenti alleati. negli anni settanta viene chiuso per qualche anno e riaperto nel 1981, in seguito, nel gennaio del 1982, dopo un incendio, il Teatro viene di nuovo chiuso, finche, nel 2009, il Teatro Massimo viene restituito alla città. Il Teatro oggi ospita due sale, una da 594 posti a sedere nella platea a gradini,134 in galleria e 24 nelle otto logge laterali, un’altra, più raccolta, da 198 posti. 
Durante i lavori di restauro sono state rinvenute nove cisterne di epoca romana, rivestite di coccio pesto e un pozzo di sfiato a imboccatura quadrata, utilizzato per la manutenzione dell’Acquedotto romano. La Mediateca del MediterraneoPercorso un altro centinaio di metri sul viale Trento, prendiamo a sinistra la via Nazario Sauro, dopo centocinquanta metri ancora a sinistra la via Goffredo Mameli, che ci porta, al civico numero 164, alla Mediateca del Mediterraneo un edificio con funzione polivalente che occupa gli spazi usati precedentemente come Mercato Comunale, e che si configura come una interessante opera di architettura contemporanea. Inaugurato nel 2011, lo spazio è destinato ad ospitare mostre temporanee e permanenti, biblioteche, auditorium, uno spazio gestito dalla Cineteca Sarda, nonche un bar ristorante. 
La locanda dei Buoni e CattiviPassata la deviazione per la via Nazario Sauro, proseguiamo lungo la via Trento per quasi centocinquanta metri e prendiamo verso destra la via Vittorio Veneto, dove al civico numero 96 si trova la locanda dei Buoni e Cattivi.  In via Vittorio Veneto, al civico numero 96, si trova l’ingrsso della locanda dei Buoni e Cattivi un locale specializzato in cucina classica in un ambiente di quartiere. Si trova in un tranquillo quartiere semi centrale questa piacevole locanda ricavata in una villa privata degli anni sessanta. All’interno del menù si trovano antipasti sfiziosi e saporiti, primi piatti cucinati nel rispetto della tradizione, secondi piatti di carne e pesce selezionati con cura e dolci prelibati, dato che il menu propone una piacevole versione moderna della cucina sarda a base di soli prodotti stagionali, con la frutta e verdura dei coltivatori diretti, l’olio della comunità la Collina, i legumi coltivati dall’Associazione libera nei terreni confiscati alle mafie, il formaggio biologico dell’Azienda Floris di Siliqua, il riso di San Vero Milis. I vini sono tutti sardi e speciali. Il ristorante è aperto solo a cena in agosto, e propone un menu a prezzo contenuto a pranzo durante la settimana.

La Locanda è citata nella guida Osterie d Italia Slow Food, ha ricevuto la menzione di Buona Cucina dal Touring Club, ed è recensita nelle altre principali guide enogastronomiche Italiane come Bibenda e l Espresso. Al primo piano della villa privata che ospita la locanda, affacciate sul grande salone luminoso, le cinque comode camere piacevolmente retrò della locanda si caratterizzano per colore, ed al piano superiore le tre nuove camere si aggiungono alla sua offerta di ospitalità. Alla base della locanda c'è un progetto di impresa sociale della Fondazione domus de luna Onlus, che nasce come impegno concreto a favore di ragazzi per dare loro una seconda chance nella vita. Alla Cooperativa dei Buoni e Cattivi si cresce, si impara un mestiere e si lavora sodo per lasciarsi alle spalle i giorni difficili, per camminare a testa alta verso un domani migliore.
|
La piazza Trento con la croce stazionaria di Sant’Avendrace Proseguendo lungo il viale Tento, lo seguiamo per trecentocinquanta metri ed arriviamo in piazza Trieste, nella quale arriva da sinistra il viale Trieste, ed al cui centro è presente un’area alberata con al centro la croce stazionaria di Sant’Avendrace. Le croci stazionarie o giurisdizionali sono presenti anche in Sardegna, ed a Cagliari ve ne sono ben cinque dislocate in vari punti della citta, una qui inpiazza Trento, una di fronte alla Chiesa di San Lucifero, una nella piazza San Domenico, una vicino alla Chiesa di Sant’Efisio, ed una sul sagrato della Basilica di Bonaria. La croce è formata da un massiccio basamento in pietra calcarea che riporta su un lato lo stemma di età spagnola riferibile al municipio di Cagliari. Su un ulteriore basamento liscio si erge una colonna in granito alla cui sommità è stato collocato un capitello composito in marmo, sormontato da una croce in ferro in stile aragonese. Queste croci, che sormontano cippi in pietra di gusto gotico Catalano del quattordicesimo e quindicesimo secolo, avevano una grande importanza nel mondo di allora, intanto da un punto di vista religioso in quanto simboli sacri assolvevano ad una funzione processionale ed erano sempre collocate nelle immediate vicinanze di un edificio religioso.
 La loro presenza assumeva, però, anche un carattere giurisdizionale poich segnava il limite territoriale di competenza del potere ecclesiastico su quella porzione di nucleo urbano. Le croci stazionarie erano anche punti di riferimento giuridico amministrativo poich, spesso posizionate nei punti di accesso della citt, marcavano il confine amministrativo e lo jus decimarum fra territorio urbano e territorio rurale, dato che tutte le merci provenienti dal contado che oltrepassavano il luogo della croce erano soggette a tasse ed imposizioni fiscali. Inoltre erano talmente erano importanti che, nello spazio antistante, sovente venivano eretti dei patiboli dove venivano eseguite le esecuzioni capitali per impiccagione emesse dal Tribunale di Giustizia locale.
Il grande complesso polifunzionale di piazza Santa Gilla che ospita L’Unione Sarda, Radiolina e VideolinaArrivando con il viale Trieste nella piazza Trieste, si trova un bivio, dove dritto il viale Trieste diventa il viale Sant’Avendrace, mentre sulla sinistra parte la via Santa Gilla. Seguiamo quest'ultima per trecento metri, ed arriviamo a una rotonda, prendiamo la seconda uscita che ci porta sulla via dei Giornalisti, che seguiamo per circa trecento metri. Alla sinistra della via dei Giornalisti si trova il grande complesso polifunzionale di piazza Santa Gilla, sorto sulle ceneri di un ex cementificio, composto da sette edifici con destinazione commerciale, direzionale e residenziale, collegati tra loro attraverso due piani interrati comuni aventi una superficie di circa ventiseimila metri quadrati ciascuno. 
Il complesso ospita al centro la piazza dell’Unione Sarda, nel quale hanno sede le aziende del gruppo dell’editoriale L’Unione Sarda, Radiolina e Videolina, con alcuni studi televisivi, il Planetario de l’Unione Sarda, alcuni ristoranti, appartamenti, uffici ed altri negozi, ed anche parcheggi sotterranei. La fermata ferroviaria di Cagliari Santa GillaAlla destra della via dei Giornalisti, invece, si trova l’ingresso della Stazione ferroviaria di Cagliari Santa Gilla una fermata ferroviaria definita di categoria Silver posta sulla linea ferroviaria a scartamento ordinario denominata Dorsale Sarda, al servizio del complesso di piazza Santa Gilla della città di Cagliari. La fermata si trova compresa nel tratto a doppio binario, a circa un chilometro e mezzo dalla stazione di Cagliari, ed i treni proseguono in direzione di Elmas Aeroporto. Lo scalo nasce nella seconda metà degli anni 2000, e la fermata di Cagliari Santa Gilla viene servita, a partire dal giugno 2009, dal servizio ferroviario metropolitano di Cagliari. 
Lo scalo è dotato di due binari passanti, ognuno dotato di una propria banchina, ed il passaggio da un capo all’altro della fermata è possibile grazie a un sottopassaggio pedonale e da una rampa per l’utenza disabile. I resti della necropoli di TuvixedduDa dove dalla via Trento avevamo raggiunto la locanda dei Buoni e Cattivi, dopo duecento metri la via Vittorio Veneto diventa via Falzarego, la seguiamo fino in fondo per circa trecento metri ed arriviamo sul colle di Tuvixeddu, sul quale sorge la necropoli punica di Tuvixeddu. Si tratta della più grande necropoli punica che oggi si conosca, con oltre un migliaio di tombe scavate nella roccia, che comincia ad essere utilizzata nel sesto e terzo secolo avanti Cristo, e continua ad essere usata anche in periodo romano, quando in essa vengono scavate anche tombe riservate a personaggi illustri. Le tombe sono a camera, il tipo più comune ha l’ingresso a pozzo verticale, al termine del quale si apre il portello quadrangolare, che da accesso alla camera funeraria. Altre presentano l’ingresso della camera, a volte preceduta da un vestibolo, direttamente sulla parete rocciosa. 
I primi scavi risalgono all’inizio del Novecento, eseguiti sotto la direzione del Taramelli, e portano alla scoperta della prime centottanta sepolture. Gli scavi più recenti hanno portato alla luce molte altre sepolture, alcune delle quali con la presenza di affreschi alle pareti, tra le quali la tomba dell’Ureo, che prende il nome dal fregio di serpenti che vi è dipinto, e la tomba del Sid, in cui è raffigurato il giovane dio cartaginese. In altre tombe è presente scolpito nella roccia il simbolo della dea TanitH. Il parco di Tuvixeddu è aperto al pubblico. Sul colle di Tuvixeddu si trovano i resti del villino Mulas Mameli Nella sommità del colle di Tuvixeddu, subito ad ovest del parco archeologico, si trova il villino Mulas Mameli, che un tmpo era già noto come villino Massa. L’edificio che, secondo le testimonianza di esperti del settore, potrebbe coincidere con un antico Convento che proprio in questa zona doveva essere presente, tanto che quest'area viene chiamata Su Conventeddu. Il villino, che è stato edificato attorno al 1900 sui resti di un’antica fattoria dimora della famiglia Massa, in seguito è appartenuta alla famiglia Mulas Mameli, che ha gestito per decenni le imponenti concessioni per l’estrazione del calcare, attività che ha profondamente scavato e modificato il colle creando depressioni, vecchie fornaci e un canyon profondo oltre una trentina di metri, e che hanno distrutto parte del patrimonio di tombe a pozzo datate tra il sesto e il terzo secolo avanti Cristo, prima che le cave fossero cedute alla Italcementi. Il villino, ormai privo di infissi, si sviluppa su due livelli con più ambienti e presenta un prospetto in forme liberty, con una Torretta quadrata sulla sinistra della facciata. Il villino è circondato da giardino disposto su terrazze a vari livelli, dove si trovano cipressi, pini, palme e altre specie arboree. Dopo l’abbandono da parte della Italcementi e degli stessi proprietari, la dimora è stata occupata più volte da senzatetto. La villa ha subito diversi incendi e da allora i danni inferti sono rimasti, trasformando i locali in ruderi. Oggi l’edificio si trova in stato di totale abbandono ed considerato un rudere pericolante a causa di incendi, atti vandalici e occupazioni. Per via della sua pericolosità, l’ingresso all’area sconsigliato.
La tomba romana nota come grotta della Vipera Ritornati indietro lungo la via Gorizia, proseguiamo per quattrocento metri verso nord sul viale Trento, che incrocia il viale Trieste in piazza Trento, e diviene viale Sant’Avendrace. Su questa strada, dopo duecentocinquanta metri, di fronte allo sbocco a sinistra della via Temo, troviamo sulla destra l’ingresso di una tomba romana nota con il nome di grotta della Vipera. Il sepolcro, costruito su una grotta preesistente, è stato dedicato, tra la fine del primo ed il secondo secolo dopo Cristo, dal romano Lucio Cassio Filippo alla moglie Atilia Pomptilla, dopo che, ammalatosi gravemente, la donna avrebbe pregato gli dei per riuscire ad ottenere la salvezza del marito, morendo al suo posto. Il nome deriva dai fregi dell’architrave, due serpenti, simbolo della vita eterna e della fedeltà coniugale. Il sepolcro è importante per le iscrizioni con le quali sono arricchite le sue pareti, ossia dodici poesie, alcune in greco ed altre in latino, che con riferimenti mitologici e letterari esaltano la figura di Pomptilla e il suo amore coniugale.

La chiesa parrocchiale di Sant’AvendraceDopo la grotta della Vipera, proseguendo sul viale Sant’Avendrace, percorsi meno di trecento metri, passata sulla sinistra la via Isonzo, troviamo la chiesa di Sant’Avendrace che è la chiesa parrocchiale del quartiere Sant’Avendrace. La storia della chiesa, dedicata al vescovo di Cagliari del primo secolo dopo Cristo, che sorge sul probabile luogo del martirio del Santo ed è preceduta da un cortile cintato, si confonde con quella del borgo, rimasto separato dal resto delLa Città almeno fino a quando Cagliari cess di essere piazzaforte militare nel 1866 e venne privata delle mura della Marina. L’ingresso al cortile è stato spostato in via Isonzo, al civico numero 3. La chiesa ha subito, nel tempo, numerosi interventi di modifica che rendono difficile poterla datare. La facciata è semplice, con sul portale una finestra rettangolare e sulla sommità un campanile a vela. 
L’interno dell’edificio, ad una navata, è ricoperto da una volta sostenuta da archi diaframma a sesto acuto, mentre le cappelle laterali sono concluse da volte a botte. Da questa parrocchia dipende la chiesa di San Simone, che si trova in località Sa Illetta. 
Avendrace sarebbe stato, secondo la tradizione, forse il sesto vescovo di Cagliari nel primo secolo dopo Cristo, ma il suo nome non compare nel Martirologio romano. Avendrace, nato in un villaggio situato nel territorio dell’odierna Serramanna e chiamato Ippis, diventa vescovo di Cagliari nel 70 dopo Cristo. La tradizione agiografica vuole che, dopo essere stato denunciato per essere cristiano, si sia rifugiato in una cavità non lontana dallo stagno di Santa Gilla di Cagliari. Dopo due anni passati all’interno della grotta, ne sarebbe uscito per fare una visita pastorale nei vari paesi della propria diocesi. Scoperto durante la persecuzione dell’87 dopo Cristo e arrestato, evase e si rifugi nei monti, per poi tornare, dopo l’apparizione di un angelo, nel primo rifugio a Santa Gilla. Una leggenda narra che un corvo lo nutrisse portandogli ogni giorno del cibo. Alla sua morte, avvenuta probabilmente per malattia, sarebbe stato sepolto nello stesso luogo nel quale si era rifugiato. Sopra al luogo della morte è stata, in seguito, costruita la chiesa parrocchiale di Sant’Avendrace.
|
Vicino all’entrata si trova una botola che nasconde una scaletta in pietra, che conduce alla cripta di Sant’Avendrace. Secondo la tradizione il vescovo si sarebbe nascosto in questa grotta per sfuggire alla persecuzione dell’87 dopo Cristo ed, alla sua morte, sarebbe stato sepolto proprio in questa grotta. 
La trattoria La Balena dove mangiare spendendo pocoDalla traversa via Isonzo che ci ha portati alla chiesa parrocchiale di Sant’Avendrace, proseguiamo verso nord con il viale Sant’Avendrace e, percorso un centinaio di metri, svoltiamo a sinistra e prendiamo la via Tagliamento. Percorsi circa duecentotrenta metri prendiamo a destra la via Santa Gilla lungo la quale, dopo circa centocinquanta metri vediamo, alla destra della strada in corrispondenza del civico numero 123, l’ingresso della trattoria La Balena.  La storia della trattoria La Balena comincia nel 1967, quando Salvatore Sedda apre a Giorgino un piccolo locale chiamato La Triglia d Oro. Prima di quella cucina, Salvatore faceva un altro mestiere, oggi scomparso: costruiva ceste di bamb per i mercati. Con l’arrivo della plastica e delle cassette industriali, quell’artigianato smise di avere futuro, e lui, che gi cucinava volentieri per gli amici, decise di trasformare quella passione in un attività vera e propria. Il nome Balena era il soprannome con cui Salvatore era conosciuto in citt, dovuto alla sua corporatura imponente. Nel 1976 la famiglia fu costretta a lasciare Giorgino per la costruzione del porto canale. Da l’il trasferimento in viale Sant Avendrace e infine, nel 1980, l’approdo nella sede attuale di via Santa Gilla, dove la trattoria vive ancora oggi. A is clientis mius dongu a pappai scetti cussu chi emm a pappai deu!, ossia Ai miei clienti do da mangiare solo quello che mangerei io, quando si entra, ad accogliere i clienti il cartello, scritto in campidanese, parla chiaro. Sintesi, questa, di una filosofia che i figli di Salvatore, Cristiana e Gigi Sedda, hanno ereditato senza modificarla di una virgola.

Da Balena si mangia quasi solo il pesce del giorno, cucinato come a casa. Pasta e fregula si chiedono in anticipo, il vino è quello della casa e la fila racconta meglio di qualsiasi recensione perchà© questa trattoria sia diventata un istituzione cittadina. Il resto è tutto pesce, e pesce vero, ossia il fritto di calamari, gamberi e paranza che raccontano la freschezza della materia prima; le cozze, semplici e sapide; su scabecciu, il muggine marinato con aceto e pomodoro secondo la tradizione popolare cagliaritana; e soprattutto sa burrida a sa casteddaia, piatto simbolo della città, in cui la carne del gattuccio, un piccolo squalo di fondale, viene condita con una salsa ottenuta dal suo stesso fegato, aceto e noci, in un agrodolce intenso. Il locale è stato inoltre segnalato e premiato negli anni dal Gambero Rosso per la sua fedeltà alla cucina popolare sarda. Venire a Cagliari e non provarla è un delitto, sappiatelo! 
|
La chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia che è la casa madre delle Ancelle della Sacra Famiglia Da dove avevamo preso la via Tagliamento, procedendo in direzione nord da viale Sant’Avendrace per duecentocinquanta metri, prendiamo a destra la via Monte Sabotino e, dopo altri duecentocinquanta metri a destra in via Monte Grappa, e, dopo centotrenta metri, di nuovo a destra, la via Montello. Qui, al civico numero 25, alla sinistra della strada, si trova la chiesa della Sacra Famiglia eretta a chiesa parrocchiale nel 1986, che è la Cappella dell’Istituto delle Ancelle della Sacra Famiglia. L’edificio, costruito in stile moderno, è caratterizzato dalla presenza di due rampe di scale, situate in corrispondenza dei tre ingressi. La chiesa presenta una facciata rettangolare scandita da colonnine in muratura, con, nella parte superiore, vetrate di diversa dimensione, raffiguranti immagini sacre. L’interno risulta preceduto da un atrio e caratterizzato da un’ampia aula. L’area del presbiterio è rialzata rispetto alla pavimentazione del resto dell’edificio sacro.
Dall’ingresso al civico numero 25 della via Montello si accede al cortile nel quale in fondo si trova la chiesa parrocchiale, e nel cortile, alla destra delle scalinate che portano alla chiesa, è presente l’edificio che ospita la casa madre delle Ancelle della Sacra Famiglia. Le Ancelle della Sacra Famiglia sono un istituto religioso femminile di diritto pontificio, la cui congregazione è stata fondata nel 1933 a Cagliari dall’arcivescovo Ernesto Maria Piovella. L’istituto ha ricevuto il pontificio decreto di lode il 22 novembre 1956 e l’approvazione definitiva il 24 giugno 1967. Le suore della congregazione si dedicano all’educazione della gioventù, all’assistenza ai malati e collaborano con l’Azione cattolica per le opere di culto.
La chiesa parrocchiale della Madonna della StradaDalla via Sant’Avendrace prendiamo la sua continuazione, che è la via Monastir, la seguiamo per quasi un chilometro ed arriviano a una rotonda, alla quale parte a destra la via Puglia, ma noi continuiamo dritti sulla via Monastir. Dopo circa un chilometro e trecento metri, prendiamo a destra la via Gherardo delle Notti, dopo quattrocento metri prendiamo a sinistra la via Mario de Martis, lungo la quale, alla sinistra della strada, si trova la chiesa della Madonna della Strada. La chiesa, che si trova ai confini con la frazione Su Planu del comune di Selargius, stata fondata nel 1973 e consacrata nel 1988 come chiesa parrocchiale del quartiere periferico quartiere Mulinu Becciu. Il quartiere è stato creato dall’Istituto Autonomo Case Popolari, legato al progetto iniziale della SS131 di Carlo Felice che, secondo le intenzioni, sarebbe dovuta passare a ridosso del quartiere. In cima alla chiesa parrocchiale si sarebbe dovuto collocare una statua della Madonna con le braccia aperte, in segno di accoglienza per tutti coloro che transitavano su quella strada, importante nodo di traffico in entrata e uscita da Cagliari. La chiesa, in stile moderno, realizzata in cemento armato lasciato a vista all’esterno e intonacato all’interno. L’esterno caratterizzato da setti che seguono il profilo di linee spezzate. All’interno lo spazio monovanato ampio e caratterizzato dalle geometria poligonale, come si evince dalla copertura.
Il Cimitero di San Michele Dalla via Sant’Avendrace, dopo aver continuato sulla via Monastir, percorso quasi un chilometro eravamo arrivati a una rotonda. Qui prendiamo a destra la via Puglia in direzione est, e la seguiamo per trecentocinquanta metri, fino a che termina su un’altra rotonda, che percorriamo e prendiamo la terza uscita, che ci porta in piazza dei Castellani. Qui, alla destra, si trova il Cimitero di San Michele progettato nel 1933 ed inaugurato nel 1940, che si sviluppa su una vasta area quadrangolare. Sulla piazza si affaccia il famedio, una struttura coperta da cupola semisferica bizantineggiante, raccordato ai due avancorpi laterali, che ospitano gli uffici e camere mortuarie, tramite porticati retti da pilastri di travertino. Tra i primi defunti ad esservi tumulati vi furono i diversi caduti, sia civili che militari, della seconda guerra mondiale.

Il Santuario della Medaglia Miracolosa che è la chiesa parrocchiale del quartiere San MicheleArrivati alla rotonda al termine di via Puglia, prendiamo la prima uscita, che è la via Abruzzi verso sud, e, dopo seicento metri, ci porta nell’ampia piazza San Michele. Il Santuario della Medaglia Miracolosa, creata su iniziativa dei missionari di San Vincenzo de Paoli che si erano stabiliti nel quartiere già all’inizio degli anni cinquanta svolgendovi un lavoro pastorale molto apprezzato specialmente dal punto di vista del servizio della carità, e che è stata eretta nel 1953 a chiesa parrocchiale del quartiere San Michele, si trova alla destra della strada, al civico numero 1 della piazza San Michele. 
La chiesa è preceduta da una ampia scalinata, l’edificio consiste in una grande struttura imponente e moderna, dalle originali forme geometriche. La chiesa presenta una struttura imponente, si presenta in cemento armato rivestito esternamente da blocchi squadrati di pietra, ed a vista rimangono solo i pilastri angolari. La facciata è preceduta da un atrio porticato ed è caratterizzata dal prevalere della linea geometrica triangolare. Il portico si apre sul davanti con una copertura a motivo triangolare simile a quello del portone in legno. La chiesa è sovrastata da una maestosa cupola esagonale, all’apice della quale è collocata una grande statua dorata della Madonna. All’interno si può ammirare un’artistica via Crucis'in bronzo. 
Il culto della Madonna della Medaglia Miracolosa trova le sue origini in Francia, quando venne rivelata dalla Madonna a Santa Caterina labourché, religiosa appartenente al Convento di Parigi delle Figlie della Carità, e la Medaglia ha forma ovale, con in una delle facce raffigurata la Vergine che distribuisce le Grazie e con il piede schiaccia la testa dell’infernale serpente. La chiesa viene definita un Santuario, ossia un luogo ritenuto sacro dalla tradizione religiosa, per la devozione dei fedeli alla statua della Madonna in essa presente. L’Ospedale della Santissima Trinità Procedendo in direzione sud est dalla via Abruzzi verso la via San Michele, prendiamo a sinistra la via San Michele, che, dopo un centinaio di metri, continua sulla via Is Mirrionis. La seguiamo per seicentocinquanta metri, e vediamo alla destra della strada, al civico numero 92, l’ingresso dell’Ospedale della Santissima Trinità. Questo ospedale era stata costruito inizialmente per essere adibito a caserma, e solo in seguito è stato riconvertito in una struttura ospedaliera, la quale si colloca in una zona della città molto popolosa, non lontano dal centro città e dalle principali arterie extraurbane. L’Ospedale della Santissima Trinità è in grado di accogliere 343 posti letto in regime ordinario, più 37 in day hospital.
La chiesa parrocchiale dei Santissimi Apostoli Pietro e Paolo Duecento metri più avanti, al civico numero 86 della via Is Mirrionis, alla destra della strada si trova l’ingresso della chiesa dei Santissimi Apostoli Pietro e Paolo che è una chiesa parrocchiale del quartiere di Is Mirronis, ed il territorio della nuova parrocchia è stato ricavato dal trasferimento di porzioni di circoscrizione delle confinanti parrocchie della Medaglia Miracolosa, di Sant’Eusebio e della Santissima Annunziata. In un primo momento le attività parrocchiali si sono svolte in un magazzino della via Is Mirrionis, sotto la guida del parroco fondatore, don Piergiorgio Cara, ma in seguito è stata concessa in uso alla parrocchia una piccola parte di un capannone militare che durante la seconda guerra mondiale fungeva da caserma, e si è adattato quel luogo a piccola cappella. In seguito la concessione è stata ampliata, con l’aggiunta dell’altra parte del medesimo caseggiato. In prossimità della Pasqua del 1996, la caduta di una parte del tetto ha portato alla chiusura della chiesa parrocchiale, e la comunità è stata ospitata provvisoriamente prima nella vicina Facoltà di Ingegneria e in seguito nuovamente nel terreno adiacente alla chiesa, in una tenda militare poi sostituita da una serra adattata all’uso liturgico nella quale per sei anni e cinque mesi si sono svolte le celebrazioni.
 Successivamente la nuova chiesa parrocchiale è stata riconsacrata nel 2002 completata dopo il rifacimento ex novo del tetto e dell’intera struttura interna della vecchia chiesa parrocchiale, della quale restano solo i muri perimetrali ed il pavimento, e nel 2003 è stata consacrata la cappella del Santissimo Sacramento, dedicata al santo spagnolo Manuel Gonz lez Garc a, vescovo dei tabernacoli abbandonati. Oggi alla chiesa si accede attraverso un cancello che dopo un breve percorso alberato permette l’ingresso all’edificio sacro. La molto semplice facciata, risulta caratterizzata da un unico portale ligneo che immette nella chiesa. L’interno, molto ampio, presenta una spartizione data da pilastri e risulta illuminata da grandi finestre poste lungo i laterali muri perimetrali. L’area del presbiterio è rialzata rispetto alla pavimentazione del resto dell’aula.
La chiesa parrocchiale di San Massimiliano Kolbe e Beata Madre Teresa da Calcutta Arrivati alla rotonda al termine di via Puglia, proseguiamo dritti alla seconda uscita, sulla via Abruzzi in direzione est, che, dopo quattrocentocinquanta metri, termina sulla via Cornalias. La prendiamo verso destra e la seguiamo per quattrocento metri, dove, al civico numero 92, si trova la chiesa dedicata a San Massimiliano Kolbe, che è la chiesa parrocchiale del quartiere di Bingia Matta. È una chiesa moderna, portata in questa sede nel 2001, con l’aula a pianta semi circolare, e, sollevando lo sguardo, le ampie finestre lasciano intravedere la croce che si trova sulla cupola. La facciata si presenta moderna, caratterizzata da irregolari linee geometriche, e presenta, su due lati, dei loggiati antecedenti la struttura. La stilizzata cupola con orologio è sovrastata da una semplice croce. L’ampia aula interna è caratterizzata da pareti laterali perlopiù rivestite in marmo. L’area del presbiterio risulta sopraelevata rispetto al resto dell’edificio. Al di sotto delle finestre una impalcatura in ferro sembra ricordare la ferrovia del campo di concentramento di Aushwitz. Salendo, attraverso tre gradini, sul presbiterio, si vede l’altare a forma di aratro, che porta incastonate dodici pietre, come le dodici stele dell’altare di Mosè.

La chiesa parrocchiale di Sant’EusebioProseguiamo sulla via Cornalias per circa quattrocentocinquanta metri, ed arriviamo a prendere a sinistra la via Serbariu, dopo duecento metri imbocchiamo a destra la via Quintino Sella, e, dopo una cinquantina di metri, vediamo alla sinistra della strada la chiesa di Sant’Eusebio. Si tratta di una chiesa parrocchiale del quartiere di Is Mirronis, dedicata al vescovo di Vercelli nato in Sardegna e collegato, con San Lucifero, allo scisma luciferiano come vedremo più avanti. La chiesa, molto recente essendo stata eretta nel 1958 e consacrata nel 1972, è un’imponente struttura moderna, dalle forme abbastanza regolari alla quale si accede attraverso un’ampia scalinata. La facciata è di forma rettangolare ed è caratterizzata da un grande portico, in cui si aprono il portone principale e due porte secondarie. Nella parte superiore presenta una vetrata con vetri policromi disposti a forma di croce. 
L’interno della chiesa si sviluppa in un’ampia pianta rettangolare, con presbiterio semicircolare e sopraelevato rispetto alla navata, ed al suo termine si trova un massiccio altare in bronzo sormontato da un crocifisso. 
Fra il 315 ed il 371 due vescovi sardi, Lucifero ed Eusebio, si dimostrano particolarmente attivi nella predicazione del Cristianesimo. Il primo, Lucifero, è vescovo di Cagliari ed è venerato come Santo dalla chiesa cattolica. Il secondo, Sant’Eusebio di Vercelli, nato in Sardegna alla fine del terzo secolo, è il primo vescovo della appena sorta arcidiocesi di Vercelli del quarto secolo, patrono di Vercelli oltre che primo vescovo e patrono della intera Regione del Piemonte. Singificativo esponente della lotta contro l’eresia ariana, secondo la quale solo il Padre e non il Figlio può essere considerato veramente Dio, non generato e di conseguenza non creato; in contrasto con quanto sostenuto dai vescovi d’occidente nel concilio di Nicea del 325. Sant’Eusebio è anche fondatore del sito dove sorgerà il futuro Santuario di Oropa, vicino a Biella, e del culto mariano della Madonna nera in Piemonte. Muore nel 371, all’età di quasi novant’anni. Verrà proclamato Santo dalla chiesa cattolica, e le sue reliquie riposano nella Cappella a lui dedicata nella Cattedrale di Vercelli.
|
Il primo di agosto la chiesa celebra la Festa di Sant’Eusebio, ma a Cagliari, nella chiesa parrocchiale a lui intitolata, la Festa liturgica di Sant’Eusebio viene fatta slittare alla domenica successiva. Il Pontificio Seminario regionale Sardo Dalla chiesa di Sant’Eusebio, la via Quintino Sella prosegue per circa centosettanta metri e sbocca sulla via Monsignor Ernesto Piovella, che prendiamo a sinistra, dopo una ventina di metri svoltiamo a destra e prendiamo la via Monsignor Parraguez che, dopo una sessantina di metri, arriva di fronte all’edificio che ospita la sede del Pontificio Seminario regionale Sardo, intitolato al Sacro Cuore di Gesù, che si trova al civico numero 19 della via Monsignor Parraguez. Il Seminario era nato a Cuglieri nella diocesi di Bosa, nel 1927, come unico Seminario Maggiore con annessa la Facoltà di Teologia. Dotato di un imponente e grandiosa struttura, il Seminario di Cuglieri ha prosperato ed è divenuto punto di riferimento, per il clero e gli ambienti cattolici di tutta l’Isola. Tuttavia in seguito si è considerata la sede di Cuglieri isolata e decentrata, così nel 1971 la Conferenza Episcopale Sarda decide di spostare la sede del Seminario regionale nel capoluogo dell’Isola. Dal settembre del 2005 la realtà seminaristica ha potuto prendere possesso della nuova struttura, ormai definitiva, che accoglie in maniera confortevole i seminaristi con l’équipe educativa, la comunità religiosa delle Suore Figlie di San Giuseppe di Genoni e il personale ausiliario.
Il Castello di San Michele Dalla chiesa di Sant’Eusebio, la via Quintino Sella prosegue per circa centosettanta metri e sbocca sulla via Monsignor Ernesto Piovella, che, presa a sinistra, dopo circa trecento metri, quando questa strada continua verso sinistra sulla via Serbariu, imbocchiamo a destra la via Bacu Abis, che, dopo quasi duecento metri, diventa la via Giovanni Cinquini. La seguiamo per altri centocinquanta metri, poi prendiamo a destra la strada che ci conduce verso la via Sirai, e, dopo un centinaio di metri, a sinistra la via Sirai, strada a traffico limitato. Seguendo diversi tornanti, arriviamo sul colle di San Michele, dove è stato edificato il Castello di San Michele che domina, dalla sommità del colle, tutta la città di Cagliari ed il Campidano. Il primo impianto, presumibilmente ad una sola Torre, risale al periodo bizantino o al primo periodo giudicale, nel decimo secolo, con la funzione di difendere Santa Igia, la capitale del Giudicato di Càralis. Nel 1327, con la conquista Catalana, la proprietà del Castello viene concessa a Berengario Carroz, un nobile di Valenza, e resta di proprietà dei Carroz fino al 1511, quando muore la contessa Violante, l’ultima esponente della famiglia Carroz che ha vissuto come castellana a San Michele. Il Castello, incamerato tra i beni della Corona spagnola, viene abbandonato, per essere utilizzato come Lazzaretto durante l’epidemia di peste del 1652. Nel periodo Sabaudo, dopo l’invasione francese, nel 1792 viene fortificato e munito di cannoni a scopo difensivo. Dal 1820 al 1848 viene utilizzato, prima come fortezza, ed in seguito come caserma degli invalidi, per cessare definitivamente ogni funzione militare nel 1867. oggi il Castello ospita mostre, conferenze ed altre iniziative culturali.
Il parco di Monte ClaroRiprendiamo il nostro viaggio dove la via Quintino Sella è sboccata sulla via Monsignor Ernesto Piovella. Presa questa strada verso destra, dopo duecentocinquanta metri incrocia la via del Seminario, che, presa verso sinistra, dopo centotrenta metri sbocca sulla via Cadello, di fronte all’ingresso del parco di Monte Claro. Il parco, che si sviluppa sulla collinetta omonima, si estende per diversi ettari e si posiziona al centro della città, e rappresenta una delle mete preferite dalle famiglie con bambini e un luogo di svago per gli adulti, dato che sono presenti strutture ludiche, un laghetto e alcune specie di volatili, quali oche e anatre e diverse tartarughe. All’interno del parco, d’estate, vengono organizzate numerose manifestazioni culturali e di svago. 
Sulla cima del colle di Monte Claro sorgeva la bella Villa Clara, nota anche come Villa Ghiani dal nome del primo proprietario, che era stata scelta per la realizzazione di un nuovo Ospedale psichiatrico, di cui è stata cambiata la destinazione d’uso a seguito dell’abolizione degli ospedali psichiatrici, e che dal 2012 è sede della Biblioteca Provinciale Emilio Lussu. Sulla collinetta sono stati rinvenuti i primi reperti della cosiddetta Cultura di Monte Claro. Dall’inizio dell’Eneolitico recente, la fase cronologica che si sviluppa secondo la cronologia calibrata tra il 2700 ed il 2400 avanti Cristo, e, secondo una datazione più tradizionale, tra il 2400 ed il 2100 avanti Cristo, si sviluppa in Sardegna la Cultura di Monte Claro che prende il nome dalla collinetta omonima a Cagliari. In essa sono state scoperte, per la prima volta, alcune tombe contenenti le sue tipiche produzioni ceramiche, caratterizzate da vasi con decorazione prevalente a solcature più o meno larghe e profonde. 
I reperti di questa cultura sono stati rinvenuti soprattutto in villaggi all’aperto, anche a carattere sacro ed a carattere difensivo, oltre che in grotte funerarie ed in necropoli di domus de janas. La cultura si diffonde in tutta l’isola, soprattutto nei territori a chiara vocazione agricola. |
Lasciato il centro storico andiamo a visitare la zona orientale dell’abitatoCi rechiamo ora a visitare la zona orientale della città di Cagliari, con le diverse chiese che vi si trovano, tra le quali numerose moderne chiese parrocchiali, il Teatro lirico, ed il bellissimo stagno di Molentargius. Partiamo visitando il quartiere La Vega, un quartiere residenziale sorto nel 1930, situato nella zona centro settentrionale della città. Il nome La Vega ha origine spagnola e significa l’Orto, visto che in origine era una zona di aperta campagna a nord dell’abitato. La chiesa parrocchiale di San Francesco d’Assisi Da largo Giuseppe Dessì, dove si trova l’ingresso dei Giardini Pubblici di Cagliari, che abbiamo già visto quando abbiamo visitato il quartiere Villanova, prendiamo il viale San Vincenzo, lo seguiamo per cento metri, prendiamo leggermente verso destra la via la Vega, la seguiamo per quattrocento metri, poi, in corrispondenza della piazza John Fitzgerald Kennedy, prendiamo a sinistra la via Piemonte. Dopo un centinaio di metri, al civico numero 10 di via Piemonte, alla sinistra della strada vediamo la chiesa di San Francesco d’Assisi, che costituisce la chiesa parrocchiale del quartiere La Vega. L’attuale edificio è stato eretto tra il 1957 e il 1963, su progetto dell’ingegnere romano Marco Piloni, mentre la parrocchia era gi stata istituita dall’arcivescovo di Cagliari nel 1952. Inaugurata nel 1963, è stata affidata ai Frati Minori Conventuali che risiedono nel vicino convento e dedicata al poverello di Assisi, in memoria e continuità ideale della duecentesca più nota chiesa gotica di San Francesco che era presente nel quartiere di Stampace, in via Goffredo Mameli tra la via Giovanni Maria Angioy e la via Sassari, demolita dal Comune nel 1875.

Presenta una facciata in pietra scura decorata con una vetrata policroma, ed ha una struttura a pianta quadrata e per il presbiterio di poco elevato ma senza diaframmi, che realizza liturgicamente l’unità tra assemblea dei fedeli e chi la presiede. Da questa parrocchia dipendono la chiesa di San Mauro, nel quartiere Villanova, e la Cappella dell’Istituto San Vincenzo, in viale San Vincenzo, nello stesso quartiere La Vega. L’edificio che ospita la sede della Città Metropolitana di CagliariDopo aver passato la piazza John Fitzgerald Kennedy, la via la Vega continua con il nome di via Romagna, e, dopo poco più di duecento metri, arriva a uno svincolo, dove prendiamo verso sinistra la via Francesco Ciusa. La seguiamo per poco più di un centinaio di metri verso nord est, e vediamo alla destra della strada l’edificio che ospita la sede della Città metropolitana di Cagliari, il cui ingresso principale si trova al civico numero 21 della via Francesco Ciusa. 
La chiesa parrocchiale di San Carlo Borromeo Da dove avevamo preso la via Francesco Ciusa, la seguiamo per seicento metri verso nord est, poi prendiamo a destra la via San Carlo Borromeo. Lungo questa strada, sulla sinistra al civico numero 6, si trova la chiesa di San Carlo Borromeo, che dal 1962 è divenuta una chiesa parrocchiale. L’intitolazione è dedicata al cardinale e arcivescovo, nato nel 1538 e proclamato santo da papa Paolo V nel 1610, a soli 26 anni dalla morte, che considerato tra i massimi riformatori della Chiesa cattolica del sedicesimo secolo, anima e guida della Controriforma cristiana cattolica, nonch persecutore di protestanti evangelici. Si tratta di una chiesa moderna realizzata con struttura portante in cemento armato e chiusure verticali in pietra policroma. All’esterno predomina la pietra a vista in conci squadrati ma dalla superficie irregolare. Il moderno campanile presenta un rivestimento di mattoni a faccia vista.

All’interno è presente un ampio spazio dedicato al fonte battesimale che si trova sulla sinistra rispetto al portone d’ingresso. La copertura di questo spazio è caratterizzata da una cupola conica visibile dall’esterno. Vicino alla chiesa si trovano le strutture sportive della parrocchia, ossia un Campo da Calcetto ossia da calcio a cinque, ed un Campo da Tennis. 
Il T Hotel di CagliariDa dove la via Romagna arriva allo svincolo, proseguiamo, invece, dritti per la via dei Giudicati, la seguiamo per trecento metri, e vediamo, alla sinistra della strada, l’importante T Hotel di Cagliari. Il T Hotel è una nuova ed avveniristica opera architettonica capace di ospitare quindici piani in sessantadue metri di altezza, che si posiziona al civico numero 66 della via dei Giudicati, ed è caratterizzato da tecnologia e design. Si tratta di una Torre in vetro, che rivoluziona il paesaggio senza dimenticare le tradizioni, grazie alle frequenti esposizioni sull’artigianato locale allestite nella sua hall. Oltre alle belle camere, la struttura dispone di sale business dotate di computer e altri servizi. A tutti gli ospiti della struttura è consentito l’accesso al modernissimo centro fitness con sala pesi. Il T Hotel offre una cucina veloce a pranzo, piatti sardi ed internazionali più elaborati la sera.
|
Il Teatro Lirico di Cagliari Da dove la via Romagna arriva allo svincolo, prendiamo verso destra la via Ottone Bacaredda, percorriamo poco meno di seicento metri, e prendiamo verso sinistra la via Sant’Alenixedda, dopo trecento metri vediamo sulla sinistra l’edificio che ospita il Teatro Lirico, il principale Teatro della città di Cagliari. Concepito per rimpiazzare il Teatro Civico, pesantemente danneggiato dai bombardamenti degli alleati durante la seconda guerra mondiale, ed anche il Politeama Regina Margherita, distrutto da un incendio nel 1942. Il progetto degli architetti bergamaschi Luciano Galmozzi, Pierfrancesco Ginoulhiac e Teresa Ginoulhiac Arslan, la fanno inaugurare nel 1993 al termine di una lunghissima stagione di lavori, si tratta di una struttura in cemento e vetro che si estende su una superficie complessiva di circa cinquemila metri quadri. Il tetto della struttura ha una copertura in rame brunito, ed ospita foyer, sala di 1650 posti distribuiti fra platea e due loggie, ampio palcoscenico e golfo mistico. Negli anni successivi all’inaugurazione vengono realizzate sale prova, laboratori, magazzini e locali per uffici.
La chiesa parrocchiale di San Paolo Proseguendo verso nord, la via Sant’Alenixedda fa una leggera curva verso destra e diventa la via Efisio Cao di San Marco. Presa questa strada, la seguiamo per centoquaranta metri, poi prendiamo a sinistra la via Don Riccardo Macchioni, e troviamo sulla sinistra di questa strada la piazza papa Giovanni XXIII. In questa piazza si trova la chiesa di San Paolo che la parrocchiale del quartiere San Benedetto. La chiesa di San Paolo è stata realizzata nel 1955 ed, all’esterno della chiesa, è presente una statua di San Giovanni Bosco. L’ingresso, consistente in un loggiato coperto e chiuso da tra cancelli in ferro, è preceduto da una gradinata e una rampa in granito grigio. L’interno si caratterizza per il suo spazio con una sola navata a pianta rettangolare, scandito dalla bicromia della struttura portante in tinta bianca e cerulea. Da questa parrocchia dipende la Cappella dell’asilo e della Scuola elementare Infanzia lieta, dell’Opera Salesiana di Maria Ausiliatrice, situata al civico numero 20 della via Enrico Lai.

La chiesa parrocchiale di San Sebastiano Martire Dalla piazza papa Giovanni XXIII prendiamo, alla destra della chiesa, la via Don Riccardo Macchioni, dopo duecento metri prendiamo a destra la via Gaetano Salvemini, e dopo cento metri svoltiamo leggermente a sinistra e imbocchiamo la via Baldassarre Castiglione. La seguiamo per seicento metri, poi prendiamo a sinistra la via Pietro Bembo, e, dopo un centinaio di metri, troviamo, alla sinistra della strada, la chiesa di San Sebastiano Martire una chiesa parrocchiale il cui indirizzo è al civico numero 1 di via ignazio Serra. Si tratta di un massiccio edificio in stile moderno con forme squadrate, nella parte superiore spicca una semplice croce. Il complesso in cemento armato a vista è composto da diversi blocchi a pianta triangolare che creano lunghe prospettive da uno sguardo esterno. La parte antistante l’ingresso è in aggetto rispetto al resto della costruzione. L’elemento più caratteristico è un imponente campanile, scorporato dalla struttura e collocato nel piazzale davanti alla chiesa, che si presenta stilizzato, caratterizzato dalle strutture allungate di tre colonne che si intersecano nella sommità fino a congiungersi, in un punto dove è sistemata una cornice quadrata che ospita le tre campane L’interno è caratterizzato da un’area presbiteriale messa in risalto dalla luce che penetra dall’apertura sovrastante.

La chiesa parrocchiale di Santa Maria del Suffragio Proseguendo, la via Baldassarre Castiglione dopo centocinquanta metri continua su via Flavio Gioia. Questa strada passa sotto l’Asse Mediano di Scorrimento, e, al civico numero 121 della via Flavio Gioia, alla destra della strada, si trova la chiesa di Santa Maria del Suffragio. Si presenta come una struttura in cemento armato scandita da pilastri verticali che incorniciano aperture finestrate in vetro policromo. L’ingresso è preceduto da uno spazio aperto lastricato e da un loggiato coperto. L’interno si presenta come un ambiente unico a pianta rettangolare caratterizzato da una copertura a cassettoni. La chiesa di Santa Maria del Suffragio costituisce la chiesa parrocchiale del vicino grande quartiere del CEP, ossia del Centro di Edilizia Popolare, di Cagliari. Da questa parrocchia dipende la non lontana chiesa medioevale di Sant’Alenixedda.

La chiesa medioevale di Sant’Alenixedda Alla destra della chiesa, prendiamo la via Don Aldo Matzeu, la seguiamo fino in fondo e, dopo centoventi metri, prendiamo verso sinistra la via Galileo Ferraris, dopo duecentocinquanta metri incrociamo la via Parigi, la prendiamo verso destra, ossia verso sud, ed alla fine, dopo trecento metri, troviamo, alla sinistra della strada, la piccola chiesa medioevale di Sant’Alenixedda, il cui nome in lingua sarda deriva dal diminutivo di Aleni, ovvero Elena, e si riferisce a Sant’Elena Imperatrice madre di Costantino, che in Sardegna viene adorato come Santo. La scelta del vezzeggiativo Sant’Alenixedda dovuta alla necessità di non confondere questa piccola chiesa con quella dedicata alla stessa Santa, ma molto pi grande, che si trova a villa di Quartu. Il terreno in cui è stata eretta è quello dell’antichissimo sito di San Vetrano, dove sono stati rinvenuti reperti di epoca romana. Si tratta di una chiesa romanica edificata dai monaci Benedettini di San Vittore di Marsiglia, detti anche Vittorini, tra il dodicesimo e il primo quarto del quattordicesimo secolo, ed è situata tra il quartiere CEP ed il quartiere Europeo. La piccola chiesa presenta una pregevole facciata a capanna, in stile gotico, costruita in pietra calcarea. Il prospetto chiuso tra le due paraste angolari e suddiviso in tre specchi da due lesene a fascio, che inquadrano il semplice portale, attualmente privo di architrave, sormontato da un arco ogivale, con estradosso rimarcato da una cornice aggettante e l’intradosso decorato a dentelli.

Sopra il portale si apre un piccolo oculo. Completano la decorazione della facciata una serie di archetti pensili ogivali, che includono all’interno altrettanti archetti trilobati, poggianti su peducci scolpiti. All’apice del prospetto si eleva un campanile a vela. Il resto della chiesa è stato rifatto in et moderna e non presenta elementi artistici di rilievo. La chiesa parrocchiale del Santissimo Crocefisso Dalla piazza papa Giovanni XXIII nella quale abbiamo visitato la chiesa di San Paolo Apostolo, proseguiamo verso destra su via Nicolò Tommaseo. Dopo circa trecento metri prendiamo a sinistra la via Guglielmo Marconi, la seguiamo per cinquecentocinquanta metri poi svoltiamo a destra la via Luigi Galvani, dopo centocinquanta metri di nuovo a destra la via Belgrado, la quale dopo cento metri svolta a sinistra e diventa via Costantinopoli. La seguiamo per quasi duecentocinquanta metri, prendiamo a destra la via Zagabria, e, dopo cento metri, vediamo alla destra della strada la chiesa del Santissimo Crocefisso, una chiesa moderna che è situata in un giardino recintato. Questa chiesa è la parrocchiale del moderno quartiere Genneruxi, ossia della porta della croce. L’edificio è realizzato in cemento armato, è caratterizzato da moderne linee e si articola su tre piani. Presenta ampie finestre vetrate che si susseguono. Una semplice croce decora la parte centrale e superiore della facciata. All’interno lo spazio è suddiviso in due piani comunicanti tra loro attraverso una scala posta all’ingresso della chiesa.

L’antica chiesa di San Benedetto o del Buon Pastore che era stata la parrocchiale del quartiere di San Benedetto Dove, da via Nicolò Tommaseo, abbiamo preso a sinistra la via Guglielmo Marconi, la prendiamo invece verso destra, e, dopo cento metri, prosegue sulla via San Benedetto. La seguiamo per cinquecento metri ed arriviamo a dove, da sinistra, arriva la via Giuseppe Verdi, sulla quale si trova la facciata della chiesa di San Benedetto, il cui fianco sinistro si trova sulla via San Benedetto. La chiesa è nel centralissimo quartiere di San Benedetto, nella zona est della città, che prende il nome proprio da questa chiesa, e che che si sviluppa a partire dalla prima metà del ventesimo secolo, dall’espansione del quartiere storico di Villanova. La chiesa e l’attiguo Convento vengono fondati nel 1643 dal nobile genovese Don Benedetto Nater, che la intitola a San Benedetto da Norcia, Santo di cui il Nater porta il nome, e che la dona ai Frati cappuccini. Il Convento ospita i novizi dei cappuccini, tra i quali, nel 1721, anche Vincenzo Peis che sarà il futuro Sant’Ignazio da Laconi. Il convento viene chiuso nel 1855, in seguito alla legge di soppressione degli ordini religiosi. In seguito, utilizzati per gli impieghi pi disparati, la chiesa ed il convento cadono presto in rovina.
Nel 1923 il sacerdote monsignor Virgilio Angioni ottiene dal comune di Cagliari l’autorizzazione di rimettere in sesto e utilizzare il complesso di San Benedetto, come sede dell’Opera del Buon Pastore, un’istituzione caritatevole da lui fondata. Intanto cominciano a essere edificati nell’area intorno alla chiesa, fino ad allora in aperta campagna, i primi palazzi di quello che sarebbe diventato uno dei pi importanti quartieri delLa Città moderna. Nel 1933 San Benedetto diviene parrocchia succursale della collegiata di San Giacomo a Villanova e, nel 1946, diviene la prima chiesa parrocchiale della nuova parrocchia di San Benedetto. Si trattava, però, una sede provvisoria, date le modeste dimensioni dell’edificio e il numero sempre in crescita degli abitanti del nuovo quartiere. Infatti, nel 1957 si inaugura la nuova parrocchiale, che è la chiesa di Santa Lucia, ma la chiesa di San Benedetto è tuttora aperta al culto, officiata dai padri gesuiti, mentre il Convento è abitato dalle suore del Buon Pastore.

La nuova chiesa parrocchiale di Santa Lucia nel quartiere di San Benedetto Dopo una cinquantina di metri, la via San Benedetto arriva a una rotonda, alla quale prendiamo a sinistra la via Giacomo Puccini, dopo meno di trecento metri a destra la via Gaetano Donizetti, e, dopo cento metri, a sinistra la via Antonio Fais, lungo la quale, sulla sinistra, si trova la chiesa di Santa Lucia che è la nuova parrocchiale del quartiere San Benedetto. La chiesa sorge su una parallela di via Dante Alighieri, ma l’ingresso principale si trova su una traversa, la via Gaetano Donizetti. La chiesa è stata costruita seguendo un progetto neoromanico dell’architetto Adriano Cambellotti su un terreno donato nel 1948 dalle famiglie Sanjust e Aymerich, ed è stata inaugurata nel 1957 ma è stata consacrata solo nel 2014. La chiesa dedicata a Santa Lucia è stata costruita in pietra, e presenta una struttura moderna dalle forme regolari. Esternamente l’ingresso è preceduto da un ampio portico sorretto da massicci pilastri in cemento armato. Nella parte alta si susseguono una serie di piccole finestre. Il prospetto esterno, presenta un ampio portico sorretto da massicci pilastri in cemento armato ed è scandito nella parte alta da una serie di piccole finestre. Sul terminale piatto è posizionata una piccola croce. L’interno presenta un’ampia aula di forma rettangolare a tre navate con copertura a capriate.

La Festa liturgica della Santa Martire viene celebrata il 13 dicembre, una grande festa per il quartiere di San Benedetto, che celebra il ricordo della compatrona, cui è dedicata la chiesa parrocchiale, con tanti appuntamenti religiosi e festeggiamenti civili. La via Antonio Scano che ci porterà all’incrocio con la via Enrico Pessina alla Città Giardino Dalla via Nicolò Tommaseo, dove eravamo passati per recarci a visitare la chiesa del Santissimo Crocefisso, prendiamo verso destra la via Guglielmo Marconi, che, dopo cento metri, prosegue sulla via San Benedetto. La seguiamo per trecento metri, prendiamo a sinistra la via Giovanni Battista Pergolesi, dopo trecentocinquanta metri a destra la via Pierluigi da Palestrina, che seguiamo per un’ottantina di metri, ed incrocia sulla destra la via Giovanni Battista Tuveri. Dopo un centinaio di metri lungo la via Giovanni Battista Tuveri, prendiamo a sinistra la via Antonio Scano che, seguita verso sud per settecentocinquanta metri, ci porterà all’incrocio con la via Enrico Pessina alla Città Giardino, che è un quartiere con le abitazioni progettate attorno agli anni Cinquanta da Adalberto Libera, architetto italiano nato 1903 a Villa Lagarina, piccolo paese del Trentino allora sotto l’Impero asburgico, tra i maggiori esponenti del razionalismo italiano e ideatore di numerosi edifici pubblici della prima metà del ventesimo secolo.

Il progetto finanziato dal Piano Fanfani, è stato promosso dal consorzio Istituto Edilizia Economico e Popolare, e prevedeva un nuovo quartiere residenziale lungo la direttrice di espansione orientale della città, ai piedi del parco di monte Urpinu e nei pressi del nuovo palazzo di Giustizia, in cui le abitazioni dei nuovi complessi edilizi fossero destinate alla locazione, con diritto di riscatto, per i dipendenti dei vari enti soci del consorzio. L’architetto Adalberto Libera ha disegnato una città giardino di una quarantina di palazzine, con gli edifici ruotati di quarantacinque gradi rispetto al fronte stradale, in modo da seguire il miglior orientamento eliotermico, e con la generazione di una serie di spazi destinati al verde. Un unico schema edilizio ha generato un insediamento articolato su tre tipi di palazzina, che si presentano come prismi intonacati, bucati da ampie logge e composti plasticamente nello spazio urbano. 
La chiesa di Cristo Re che dipende dalla parrocchiale dei Santi Martiri Giorgio e Caterina Dalla via Giovanni Battista Tuveri abbiamo preso a sinistra la via Antonio Scano, lungo la quale dopo una quarantina di metri, al civico numero 97, si trova la chiesa di Cristo Re, una struttura moderna che dipende dalla chiesa parrocchiale dei Santi Martiri Giorgio e Caterina. L’edificio sorge in località Su Baroni, in quella che nel secondo dopoguerra era estrema periferia alle pendici del Monte Urpino, grazie alla donazione da parte della baronessa Manca di Villahermosa dell’area alle Suore Figlie di Cristo Re, attivissime in quella zona degradata della città in aiuto agli indigenti, soprattutto bambini e ragazzi. Venne predisposto un progetto di massima per la chiesa e il convento, a cura dell’ingegner Giuseppe Maxia, fratello di Madre Bruna, fondatrice della Congregazione e, dopo la posa della prima pietra all’inizio del 1950, il progetto della chiesa fu affidato agli architetti romani Giuliana Genta e Silvano Panzarasa, dopo la rinuncia e grazie alla segnalazione di Adalberto Libera che aveva progettato la Città Giardino di via Enrico Pessina. La chiesa, consacrata nel 1963, ha pianta di forma quadrangolare ma presenta un impianto centrale a base esagonale composto da triangoli equilateri, impostato su pilastri triangolari da cui si diramano a mezza altezza pilastri stellati a tre punte, le cui nervature proseguono come costoloni della copertura a guglia esagonale stellata.

Il prospetto principale denuncia questa organizzazione basilicale interna attraverso la tripartizione della facciata, l’arretramento della parte centrale per ospitare l’ingresso sovrastato dal grande rosone centrale di forma esagonale formato da sei triangoli equilateri, realizzato in alluminio anodizzato. I fronti presentano un notevole effetto grafico grazie all’uso di elementi lapidei squadrati di diversa natura e a punta di diamante. All’interno la luce penetra attraverso lunghe vetrate policrome che affiancano i pilastri dei muri perimetrali, e risalta dalla differenza di colore con le vele della cupola che sono in laterizio intonacato di bianco. Il doppio ordine di pilastri crea un ambiente centrale e un portico concentrico sul cui fondo cui si imposta l’altare e sui cui lati le navate laterali. La chiesa parrocchiale dei Santi Martiri Giorgio e Caterina dei Genovesi Lungo la via Antonio Scano, passata la chiesa di Cristo Re, proseguiamo verso sud e, dopo circa duecento metri prendiamo a destra la via Filippo Garavetti. Percorso un centinaio di metri, prendiamo leggermente a sinistra la via Francesco Gemelli lungo la quale, dopo centotrenta metri, alla sinistra della strada si trova la chiesa dei Santi Martiri Giorgio e Caterina dei Genovesi, comunemente detta chiesa dei Genovesi, la quale si trova alla base del colle, adibito a parco urbano, di Monte Urpinu, ed è la chiesa parrocchiale dell’omonimo quartiere. Situata sulla sommità di un’ampia scalinata che la collega alla sottostante via Scano, è stata costruita al posto dell’antica chiesa di omonima intitolazione che si trovava invece sulla via Giuseppe Manno, nel quartiere Marina. È stata edificata a partire dal 1596 per volere dell’Arciconfraternita dei Santi Martiri Giorgio e Caterina dei Genovesi, costituita nel 1587 dall’arcivescovo Francesco del Val ed eretta in Arciconfraternita nel 1591 da papa Gregorio XIV. La chiesa nel 1943 viene danneggiata in modo irreparabile dai bombardamenti poi, completamente riedificata, la nuova struttura viene aperta al culto nel 1964. L’edificio presenta una pianta centrale su cui s’impostano alte arcate ellissoidali, dalle quali partono i brevi corpi che, raccordandosi al centro in una piccola lanterna, originano all’interno un ampio spazio. Sul portale di ingresso è presente lo stemma marmoreo di Genova recuperato dall’antica chiesa.

All’interno, si trovano sul portale la lapide del 1596 che ricorda la posa della prima pietra, nella seconda Cappella a destra il grande Crocifisso ligneo opera del genovese Anton Maria Marigliano, attivo tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, con i lampioni in legno dorato usati nelle processioni, sull’altare maggiore il tabernacolo con la portina in argento del diciassettesimo secolo, ed infine, la cappella a sinistra del presbiterio, custodisce una piccola statuina in corallo detta la Vergine di Adamo, all’interno di una raggiera modellata dallo scultore e ceramista bosano Federico Melis. 
La chiesa della Madonna del Rosario Proseguendo lungo la via Francesco Gemelli, dopo una settantina di metri prendiamo a sinistra la via Salvatore Vidal, la seguiamo per duecentosettanta metri, ed, alla sinistra della strada, al civico numero 2, vediamo la chiesa della Madonna del Rosario una struttura moderna che dipende anch’essa dalla chiesa parrocchiale dei Santi Martiri Giorgio e Caterina. La sua costruzione risale agli anni Settanta e vede la luce grazie all’operato di tre suore domenicane, incaricate di avviare la presenza femminile dell’ordine religioso anche a Cagliari. La facciata è caratterizzata dalla presenza della croce sul tetto. La chiesa subisce un primo restauro nel 1978, tra il 1985 e il 1990, a seguito dei lavori che interessano tutta la struttura, vengono fatte ingenti modifiche, ma l’assetto attuale risale a pochi anni or sono, quando viene completata. Dal 1991 all’interno di questa chiesa è presente la cappella dell’adorazione eucaristica, dato che questa chiesa ospita l’Adorazione Eucaristica cittadina, organizzata da un gruppo di laici, i Servi di Gesù Eucaristia.

Il parco di Monte Urpinu Lungo la via Antonio Scano, passata la chiesa di Cristo Re, avevamo proseguito verso sud e, dopo circa duecento metri avevamo preso a destra la via Filippo Garavetti. Lungo la via Filippo Garavetti, dopo meno di cento metri prendiamo a destra la via Pietro Leo, che seguiamo per duecento metri, fino a vedere l’ingresso del parco di Monte Urpinu. Il parco di Monte Urpinu è situato sull’omonimo colle e si estende per oltre trentadue ettari nel suo complesso. Originariamente occupato da una forestazione naturale, il Monte Urpinu che anticamente era chiamato Monte Volpino a causa della nutrita presenza di esemplari di volpe, poi tradotto in lingua sarda, ha visto il primo intervento a metà circa dell’ottocento, su volontà del barone Sanjust di Teulada, allora proprietario dell’area, con la messa a dimora di numerosi esemplari di pino d aleppo. Nel 1939, il comune di Cagliari ha acquistato l’area destinandola a parco urbano.

Oggi nel parco sono presenti diversi specchi d acqua artificiali popolati da tartarughe, anatre e cigni, mentre nelle aree circostanti è possibile incontrare esemplari di oche e galline, oltre agli ormai tradizionali pavoni, simbolo per eccellenza del parco nell’immaginario cittadino. È presente una nutrita colonia felina, servita con casette in legno per il riposo dei gatti, ed è presente anche un ampia area recintata dedicata ai cani. L’antica piccola chiesa AragoneseDalla chiesa parrocchiale dei Santi Martiri Giorgio e Caterina che descriveremo più avanti, dipende l’antica piccola chiesa Aragonese per raggiungere la quale proseguiamo lungo la via Antonio ScanoAll’interno di questo parco si trova la piccola chiesa sulla sinistra. L’edificio viene eretto tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo da Giovanni Sanjust, barone di Teulada, sopra le rovine di una chiesa bizantina, ed alla fine del diciannovesimo secolo viene restaurata, con l’aggiunta anche di alcune decorazioni in stile liberty. I danni causati dai bombardamenti del 1943 hanno richiesto ulteriori restauri, che sono stati effettuati nel 1968. 
Il nuraghe di Cagliari all’interno del parco di Monte Urpinu All’interno del parco di Monte Urpinu sarebbero stati individuati muri di contenimento interpretati come i resti del nuraghe di Cagliari, maestoso e imponente, un gigante di pietra bianca davanti a un orizzonte senza confini che comprendono il mare, gli stagni, la distesa del Campidano, i contrafforti montuosi dell’interno. Nel gennaio 2022, Giovanni Ugas, docente di Preistoria e Protostoria presso l’Università di Cagliari e gi archeologo nella Soprintendenza Archeologica di Cagliari e allievo del grande Giovanni Lilliu, rivel pubblicamente di aver trovato sul colle di Monte Urpinu, nella zona del fortino C 198 di viale Europa, sepolti da erbacce e rifiuti, i resti di una reggia nuragica. Una cortina muraria lunga ventidue metri e le basi di due torri che avrebbero dovuto far parte di un complesso pi grande di quello di Barumini, con la Torre centrale alta forse una trentina di metri. Il monumento, secondo Ugas, sarebbe stato distrutto in gran parte dall’attività di cava andata avanti nella zona nei secoli e dalle successive costruzioni militari realizzate nel settecento e nel Novecento. Sarebbe stata una scoperta, in grado, potenzialmente, di riscrivere la storia delLa Città e anche della Sardegna nuragica.
Il merito della sua scoperta andrebbe attribuito agli archeologi Giovanni Ugas e Nicola Dessì, il maestro e l’allievo uniti in questo esaltante ritrovamento agevolato da Corrado Mascia, cagliaritano, appassionato di archeologia e autore della pagina I custodi della memoria su Facebook, che ha indicato ai due studiosi la strada migliore per recuperare la memoria del monumento. Corrado Mascia racconta «Lo cercavo da tempo ma pensavo si trovasse in un altro punto del colle. Un amico, Giuseppe Cocco, mi ha inviato una foto di dettaglio della zona. In quella immagine ho notato i segni che rimandavano a quel nuraghe. Le incertezze si sono diradate. Ho individuato l’area e ho subito chiamato Giovanni Ugas e Nicola Dessì. Da loro è arrivato il riconoscimento ufficiale». Secondo Giovanni Urgas, il monumento mostrerebbe lo stesso disegno planimetrico della reggia nuragica di Su Nuraxi a Barumini, ma era più grande almeno a giudicare dalla lunghezza della cortina muraria residua. Della struttura restano la sequenza di massi calcarei della cinta esterna, altre grosse pietre che probabilmente erano parte di una delle torri, e resti di manufatti che continuano a essere testimoni di un un passato molto lontano. Il monumento ha purtroppo subito danni irreversibili, dato che nell’area si è svolta per secoli un intesa attività estrattiva. La cava di calcare, fulcro di una fiorente economia, ha inevitabilmente condizionato il destino del poderoso edificio, e sottratto preziose informazioni. Inoltre, durante la seconda guerra mondiale, il nuraghe è stato soffocato dalla fortificazione militare costruita per ospitare la batteria antiaerea. In anni più recenti, nelle immediate vicinanze, il comune ha realizzato anche una grande cisterna in cemento. Ed oggi, sul rilievo di Monte Urpinu, sarebbe possibile ammirare una fortezza imponente, se non fosse stata divorata per la gran parte dalla cava che ha aperto un baratro sul suo lato est, e seriamente danneggiata dal fortino dell’ultima guerra. Ed anche il serbatoio dell’acqua si trova nell’area in cui sorgeva una delle torri del bastione quadrilobato. La Soprintendenza ai Beni archeologici è stata informata del ritrovamento, ed il nuraghe bianco alla sommità del colle cagliaritano è una pagina originale. Infatti concludono Giovanni Ugas e Nicola Dessì che «adesso si pone l’esigenza della tutela, del restauro, e della valorizzazione del monumento, attraverso la ricerca scientifica che faccia piena luce sulla sua presenza sulla sommità di Monte Urpinu, alle porte del Campidano e della Sardegna».
Ma nel 2024 la Soprintendenza ai Beni archeologici ha negato la scoperta, dato che Sabrina Cisci, funzionaria della Soprintendenza, ha affermato che del nuraghe a Monte Urpinu non c traccia. «Quello segnalato da professor Ugas un muro di contenimento novecentesco. Gi dai primi sopralluoghi altri esperti si erano detti in disaccordo con la tesi di Ugas, cos la Soprintendenza ha affidato le verifiche preventive a un archeologo incaricato dal Comune imposto da noi e c stato un annetto fa uno scavo stratigrafico: la cosa migliore per datare il muro. Abbiamo stabilito che si tratta di una parete novecentesca. La prova? Tra il materiale individuato c una cartuccia di un proiettile francese dei primi decenni del 900. Era impastata nella malta e questo ci permette cos la datazione esatta di quel manufatto che risulta essere un muro di contenimento del terrazzamento realizzato per sistemare la batteria militare sovrastante. Quello non un muro nuragico. Il manufatto poteva ingannare, noi abbiamo seguito il metodo scientifico che dimostra che quello un muro di contenimento per un riempimento di terra su cui stata impostata la batteria. Per noi in quella zona non c nulla di archeologico.» La prossima tappa del nostro viaggioNella prossima tappa del nostro viaggio, completeremo la visita della città di Cagliari della quale in una pagina precedente abbiamo visto il centro storico. Vedremo le chiese della zona meridionale dell’abitato con il famoso Santuario della Madonna di Bonaria. Ci recheremo poi a visitare il Capo Sant’Elia con la Sella del Diavolo e la spiaggia del Poetto. |